Caso Travaglio-Draghi, il Torquemada e il ministro
di Sebastiano Messina , di Sebastiano MessinaIl "caso Travaglio" in realtà non è il caso Travaglio. Quello che è successo domenica sera alla festa del partito di Speranza, Bersani e D'Alema è qualcosa di ben più importante delle insolenze e del turpiloquio di un giornalista che passa le sue giornate a intingere la penna nella bile. Il "caso Travaglio" è un caso politico per tre ragioni che vanno oltre la spregevole scelta di definire "figlio di papà" un uomo che perse il padre quando aveva 15 anni, e superano persino la villania di dire che l'italiano oggi più rispettato in Europa è uno che "non capisce un cazzo".
Il "caso Travaglio" in realtà non è il caso Travaglio. Quello che è successo domenica sera alla festa del partito di Speranza, Bersani e D'Alema è qualcosa di ben più importante delle insolenze e del turpiloquio di un giornalista che passa le sue giornate a intingere la penna nella bile. Il "caso Travaglio" è un caso politico per tre ragioni che vanno oltre la spregevole scelta di definire "figlio di papà" un uomo che perse il padre quando aveva 15 anni, e superano persino la villania di dire che l'italiano oggi più rispettato in Europa è uno che "non capisce un cazzo".
Non riuscendo a darsi pace perché la realtà si è rifiutata di adeguarsi al suo programma, lui ha cominciato a bombardare il governo che non sarebbe dovuto nascere. Ma non solo, e non tanto, con le critiche e con gli attacchi che ogni giornale ha il diritto e anzi il dovere di rivolgere a chi sta al potere. No, da sei mesi a questa parte Travaglio sgancia sul governo insulti da querela. Al terzo posto, il generale Figliuolo, raffigurato in vignetta come un ubriacone ("Un altro grappino?"). Al secondo, la ministra Cartabia, che secondo Travaglio "non è un giurista vero, non distingue un tribunale da un phon o da un tostapane", "la ministra bugiarda" autrice di quella riforma della giustizia che lui ha bollato come "il nuovo Salvaladri", anzi "il Salvamafia", o meglio "la schiforma". Al primo posto, ovviamente, il presidente del Consiglio, sul quale questo Torquemada de noantri ha rovesciato una sequenza di improperi che domenica ha toccato il suo culmine.
Marco Travaglio e la gaffe su Draghi: "Figlio di papà che non capisce un c..."
La terza ragione, infine, è la reazione di Roberto Speranza, leader di Articolo Uno e ministro della Salute, che ha liquidato la violenza delle parole di Travaglio come "un'uscita infelice". Infelice. Come se si fosse trattato di una battuta inopportuna e non di una fucilata verbale al suo presidente del Consiglio. Come se quell'ospite così perbene avesse fatto un discorso ineccepibile, finché non è inciampato nell'ultima parola. Ha detto cazzo? Eh no, non si può: "Uscita infelice". Ma via, signor ministro.