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Caso Travaglio-Draghi, il Torquemada e il ministro

Marco Travaglio 

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Il direttore del Fatto quotidiano alla festa di Articolo Uno a Bologna ha definito il premier "figlio di papà che non capisce un c..." riscuotendo applausi. Ma nasce un caso politico, perchè è la kermesse di un partito di governo. Per Speranza è solo "un'uscita infelice"
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Il "caso Travaglio" in realtà non è il caso Travaglio. Quello che è successo domenica sera alla festa del partito di Speranza, Bersani e D'Alema è qualcosa di ben più importante delle insolenze e del turpiloquio di un giornalista che passa le sue giornate a intingere la penna nella bile. Il "caso Travaglio" è un caso politico per tre ragioni che vanno oltre la spregevole scelta di definire "figlio di papà" un uomo che perse il padre quando aveva 15 anni, e superano persino la villania di dire che l'italiano oggi più rispettato in Europa è uno che "non capisce un cazzo".

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Il "caso Travaglio" in realtà non è il caso Travaglio. Quello che è successo domenica sera alla festa del partito di Speranza, Bersani e D'Alema è qualcosa di ben più importante delle insolenze e del turpiloquio di un giornalista che passa le sue giornate a intingere la penna nella bile. Il "caso Travaglio" è un caso politico per tre ragioni che vanno oltre la spregevole scelta di definire "figlio di papà" un uomo che perse il padre quando aveva 15 anni, e superano persino la villania di dire che l'italiano oggi più rispettato in Europa è uno che "non capisce un cazzo".

La prima ragione è la decisione di un partito di governo, "Articolo Uno", di invitare il piccolo Vyšinskij del "Fatto" come ospite d'onore di una festa che ha come titolo "Quello che ci unisce". Ora, sappiamo tutti cosa pensa Travaglio del governo Draghi, quel governo che secondo lui non sarebbe mai nato, essendo "un governo che non ha nessuna possibilità di esistere" (17 dicembre, Otto e mezzo).

Non riuscendo a darsi pace perché la realtà si è rifiutata di adeguarsi al suo programma, lui ha cominciato a bombardare il governo che non sarebbe dovuto nascere. Ma non solo, e non tanto, con le critiche e con gli attacchi che ogni giornale ha il diritto e anzi il dovere di rivolgere a chi sta al potere. No, da sei mesi a questa parte Travaglio sgancia sul governo insulti da querela. Al terzo posto, il generale Figliuolo, raffigurato in vignetta come un ubriacone ("Un altro grappino?"). Al secondo, la ministra Cartabia, che secondo Travaglio "non è un giurista vero, non distingue un tribunale da un phon o da un tostapane", "la ministra bugiarda" autrice di quella riforma della giustizia che lui ha bollato come "il nuovo Salvaladri", anzi "il Salvamafia", o meglio "la schiforma". Al primo posto, ovviamente, il presidente del Consiglio, sul quale questo Torquemada de noantri ha rovesciato una sequenza di improperi che domenica ha toccato il suo culmine.

Marco Travaglio e la gaffe su Draghi: "Figlio di papà che non capisce un c..."

Ora, poiché tutto questo era arcinoto anche alle pietre, davvero non si riesce a capire perché un partito che ufficialmente sostiene questo governo gli abbia offerto una tribuna. La seconda ragione per cui questa sequela di insulti è diventata un caso è l'applauso dei presenti che l'ha accolta. Facendo sorgere il legittimo dubbio che a quel ramo della sinistra Travaglio piaccia perché ha la sfrontatezza di dire in pubblico quello che loro pensano ma non hanno il coraggio di dire. Cosa che, se fosse vera, sarebbe inquietante.

La terza ragione, infine, è la reazione di Roberto Speranza, leader di Articolo Uno e ministro della Salute, che ha liquidato la violenza delle parole di Travaglio come "un'uscita infelice". Infelice. Come se si fosse trattato di una battuta inopportuna e non di una fucilata verbale al suo presidente del Consiglio. Come se quell'ospite così perbene avesse fatto un discorso ineccepibile, finché non è inciampato nell'ultima parola. Ha detto cazzo? Eh no, non si può: "Uscita infelice". Ma via, signor ministro.