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Incidente all'asilo, la sindaca di Crema (Pd): "Non possiamo rispondere di tutto, le proposte di legge servono a limitare responsabilità e paure"

La sindaca di Crema, Stefania Bonaldi (Pd) 
Intervista a Stefania Bonaldi, indagata dopo che un bimbo si schiacciò le dita nella porta del nido comunale: "Sulla mia pelle le lacune del sistema. Con la modifica dell'abuso di ufficio siamo sulla buona strada. E la richiesta di una indennità più alta non rientra nei costi della politica ma in quelli della democrazia. Noi primi cittadini in Parlamento? Ci temono"
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Tutto, in fondo, era partito dal suo caso, quello di una sindaca indagata per l'incidente di un bambino che si era schiacciato le dita nella porta tagliafuoco di un nido comunale. È così che, due mesi fa, erano partite la solidarietà e l'indignazione bipartisan dei colleghi, la manifestazione di un migliaio di amministratori che con tanto di fascia tricolore erano arrivati a 'marciare' sotto Palazzo Chigi per chiedere garanzie, un documento presentato da Anci al presidente del Consiglio Mario Draghi. E ora che quelle richieste si sono trasformate in una serie di proposte di legge depositate a Palazzo Madama da un gruppo di senatori dem, Stefania Bonaldi (Pd), alla guida di Crema da nove anni, dice: "È un buon punto di partenza. Ho visto che anche la Lega ha presentato un testo. Adesso noi sindaci andiamo di moda..."

Sembra dirlo quasi con amarezza.

"Si è dovuti arrivare a proteste importanti prima che qualcuno si…

Tutto, in fondo, era partito dal suo caso, quello di una sindaca indagata per l'incidente di un bambino che si era schiacciato le dita nella porta tagliafuoco di un nido comunale. È così che, due mesi fa, erano partite la solidarietà e l'indignazione bipartisan dei colleghi, la manifestazione di un migliaio di amministratori che con tanto di fascia tricolore erano arrivati a 'marciare' sotto Palazzo Chigi per chiedere garanzie, un documento presentato da Anci al presidente del Consiglio Mario Draghi. E ora che quelle richieste si sono trasformate in una serie di proposte di legge depositate a Palazzo Madama da un gruppo di senatori dem, Stefania Bonaldi (Pd), alla guida di Crema da nove anni, dice: "È un buon punto di partenza. Ho visto che anche la Lega ha presentato un testo. Adesso noi sindaci andiamo di moda..."

Sembra dirlo quasi con amarezza.

"Si è dovuti arrivare a proteste importanti prima che qualcuno si accorgesse di noi, ma voglio cogliere il lato positivo persino del mio caso: si è risvegliata un'attenzione che mi auguro diventi non una lotta a chi si intesta un primato, ma un impegno collettivo perché, e questo glielo assicuro, la necessità di cambiare è avvertita in modo trasversale e occorre che la politica, al suo meglio, si impegni a cambiare le norme".

Perché è così importante?

"Questa non è una battaglia per noi, noi siamo pro tempore. Io stessa, che ho sperimentato sulla mia pelle le lacune del sistema, terminerò il mio mandato il prossimo anno e probabilmente non ne vedrò i risultati. Ma il Comune è l'ente più prossimo ai cittadini, quello che si relaziona con le persone in carne o ossa, che le chiama per nome. È il luogo politico per eccellenza e se si rafforza la dignità di chi rappresenta questa frontiera di prossimità si ridà dignità alla stessa politica e al Paese".

E le proposte di legge del suo partito centrano l'obiettivo?

"Sono un passo in avanti importante, che pone questioni di merito che stanno a cuore a tutti e vanno a toccare il nodo principale: limitare una responsabilità che oggi non ha confini e che, come in tutte le terre senza confini, crea smarrimento, fatiche e paure".

Partiamo proprio dalla norma sull'abuso di ufficio. Due mesi fa disse: "Dobbiamo rivedere il sistema delle responsabilità penali dei sindaci perché il rischio concreto è che un amministratore finisca per avere responsabilità oggettive per qualsiasi cosa accada all'interno del perimetro del suo Comune". Il testo riflette quello che chiedevate?

"Siamo sulla buona strada, sì. Il testo propone la modifica del reato di abuso di ufficio, per capirci quando un sindaco 'fa troppo', e dei criteri di imputazione della responsabilità penale omissiva, ovvero quando si contesta a un sindaco di non avere fatto abbastanza. Se i criteri sono troppo lassi il rischio, appunto, è che si venga chiamati a rispondere di tutto. E invece deve esserci un nesso di causalità tra l'evento - una frana, un incidente, un cornicione che cade...- , e la condotta che viene censurata. È importante, altrimenti rientriamo sempre, come nel mio caso, in responsabilità oggettive: è qualcosa di spaventoso anche solo a pensarci e non possiamo stupirci, poi, se nessuno si vuole più candidare. Nel documento in sei punti che Anci aveva presentato, però, c'è un altro passaggio importante che va specificato".

Quale?

"Deve esserci una precisa qualifica che distingua gli atti di indirizzo, che spettano alla politica, da quelli di gestione amministrativa, che invece sono di competenza dei dirigenti. In linea teorica è già così da anni, ma nei fatti c'è troppa confusione. È la chiave di volta su cui occorre intervenire perché rischiamo di essere tirati per la giacchetta anche per fatti su cui non abbiamo responsabilità diretta".

Un'altra richiesta dei sindaci riguardava l'indennità considerata troppo bassa che, nella proposta, viene riparametrata per le città più grandi a quella delle giunte regionali.

"Sì, è una richiesta forte che è stata raccolta: bene. La difendo molto perché l'indennità deve essere proporzionale alle responsabilità che vengono assunte. Questi non sono costi della politica, ma della democrazia. C'è anche una parte sui contributi previdenziali che oggi, se hai una partita Iva o non arrivi da un impiego precedente, non vengono versati. Fare il sindaco richiede un impegno a tempo pieno, nelle grandi città come nei piccoli Comuni dove magari ci sono 3 o 4 dipendenti che fanno tutto e tu guadagni 300 o 400 euro al mese. Se non cambiamo finiamo per creare di fatto una selezione per cui solo i pensionati o i benestanti accetteranno di fare il sindaco".

Manca ancora qualcosa all'appello?

"In realtà, sì. Oggi, un sindaco di una città sopra i 20 mila abitanti può candidarsi in Parlamento solo se si dimette o cessa il mandato sei mesi prima del voto. Nel documento presentato al presidente Draghi chiedevamo di eliminare un unicum, che non esiste per nessun'altra carica. Vale solo per i sindaci che obiettivamente, però, sono l'espressione delle comunità e depositari, spesso, di consensi che vanno oltre i confini dei partiti a cui appartengono. Siamo tagliati fuori da un diritto,  chissà forse siamo ritenuti un po' pericolosi perché l'argomento a livello parlamentare resta sempre un po' sfumato".

Sta dicendo che deputati e senatori temono la vostra concorrenza?

"L'impressione è un po' quella".