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Il Pd e i referendum sulla giustizia: “Chi li firma sbaglia, la partita delle riforme si gioca in Parlamento”

Il segretario del Pd Enrico Letta 
Sono cinque i dem di primo piano che finora hanno firmato i quesiti radical-leghisti. “Scelte individuali”, dice Serracchiani. E Rossomando: “I referendum non centrano l’obbiettivo delle garanzie”. Verini, “il Pd non è una caserma, scelte individuali legittime ma non condivisibili”. Ceccanti: “Quesiti sbagliati, non si spara a dieci mosche con il cannone”.
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Esiste un caso, nel Pd, per via di deputati e senatori Dem che firmano i quesiti  radical-leghisti sulla giustizia? Finora si contano in tutto cinque sottoscrizioni. Ben poche, in verità. Ma subito annunciate da anonime fonti della Lega. Goffredo Bettini e Giorgio Gori i nomi più noti, consigliere di Zingaretti il primo, sindaco di Bergamo il secondo. E poi il senatore Gianni Pittella, ex socialista, e l’europarlamentare Massimo Smeriglio, un fido di Bettini. L’ultimo, in ordine di tempo, è il deputato Luciano Pizzetti che al telefono precisa subito: “Leggo una nota della Lega che fa il mio nome, ma io ho firmato al banco dei Radicali, e se non ci fosse stato quello sarei andato in Comune”. Quanto al merito Pizzetti - che è stato sottosegretario nei governi Renzi e Gentiloni, nonché animatore della corrente “Sinistra è cambiamento” che raccoglieva i renziani del Pd, ma che adesso non c’&egrav…

Esiste un caso, nel Pd, per via di deputati e senatori Dem che firmano i quesiti  radical-leghisti sulla giustizia? Finora si contano in tutto cinque sottoscrizioni. Ben poche, in verità. Ma subito annunciate da anonime fonti della Lega. Goffredo Bettini e Giorgio Gori i nomi più noti, consigliere di Zingaretti il primo, sindaco di Bergamo il secondo. E poi il senatore Gianni Pittella, ex socialista, e l’europarlamentare Massimo Smeriglio, un fido di Bettini. L’ultimo, in ordine di tempo, è il deputato Luciano Pizzetti che al telefono precisa subito: “Leggo una nota della Lega che fa il mio nome, ma io ho firmato al banco dei Radicali, e se non ci fosse stato quello sarei andato in Comune”. Quanto al merito Pizzetti - che è stato sottosegretario nei governi Renzi e Gentiloni, nonché animatore della corrente “Sinistra è cambiamento” che raccoglieva i renziani del Pd, ma che adesso non c’è più - spiega di aver sottoscritto solo due dei sei referendum, per la responsabilità civile e la separazione delle carriere, che giudica “i più rilevanti e che trascinano tutto il resto”. Alla domanda “ma perché lo ha fatto? per caso un suggerimento renziano” replica netto: “I sì e i no hanno cambiato le regole del nostro Paese e mi meraviglio che anche forze che sostengono i diritti civili non si espongano pur dopo le resistenze che si sono manifestate con la riforma Cartabia”. Dai renziani rimasti nel Pd, quelli di Base riformista, arriva solo un netto “facciamo le riforme in Parlamento e prendiamo di buono anche quello che c’è nei referendum”, quindi nessun suggerimento per sottoscriverli, anche se Renzi lo ha pubblicamente fatto. 

Nel Pd la sorpresa c’è, inutile negarlo. Lo si coglie parlando con un ampio parterre di interlocutori, da Serracchiani a Rossomando, da Verini a Bazoli, da Ceccanti a Mirabelli. Ma la reazione è tutt’altro che politicamente aggressiva. Semmai si ragiona nel merito, cioè sulla fragilità costituzionale di questi referendum e sulla contraddittorietà del loro obiettivo. Per dirla con Anna Rossomando, vice presidente del Senato e responsabile Giustizia dei Dem, “la sinistra può certo riflettere sul garantismo, ma il luogo per ottenere dei risultati puntuali è il Parlamento, come si è visto con la riforma Cartabia e con la direttiva sulla presunzione di innocenza che stronca il circuito mediatico. Lo stesso Pd ha già presentato emendamenti in questa direzione alla riforma del Csm. I referendum invece non centrano l’obiettivo delle garanzie, si finisce solo con il solito scontro manicheo sulla giustizia che non ha mai fatto fare passi avanti alle garanzie”. In una parola? “È solo propaganda”.

E giusto mentre, con un comunicato, fonti leghiste annunciano le firme di Pizzetti, ecco che la capogruppo dei Dem alla Camera Debora Serracchiani dice a Repubblica: “Nessun problema se alcuni del Pd hanno firmato. Come ha detto Letta, siamo un partito plurale, ma queste sono e restano scelte individuali”. E Serracchiani aggiunge: “La vera riforma della giustizia è quella di Marta Cartabia, per cui il Pd si è speso da protagonista ottenendo risultati importanti”. Però proprio i referendum hanno fatto da contraltare mediatico a tutto il percorso parlamentare di questa riforma. Replica Serracchiani: “I referendum sono uno strumento che rispetto, ma in questo caso sono una forma di propaganda che non serve alla giustizia italiana. Alcuni sono dannosi per il funzionamento della giustizia, come quello sulla responsabilità diretta dei magistrati e quello sulla custodia cautelare. E anche l’abolizione della Severino è dannoso in quanto strumento avanzato di lotta alla corruzione”. 

Ha un tono più aggressivo Alfredo Bazoli, il dem capogruppo in commissione Giustizia che ha parlato per il Pd in aula sulla legge Cartabia. E non nasconde il suo fastidio per una sinistra che “deve dimostrare di essere più garantista di altri”. “Io sono più garantista di Salvini” dice Bazoli che giudica “sbagliato approcciare il garantismo con un’ansia da prestazione”. Quanto ai Dem che firmano la sua reazione è netta: “Oggi è di moda definirsi garantisti, c’è la corsa a esserlo, ma questi referendum non sono lo strumento per ottenere più garanzie, tutt’al più sono inutili, e in qualche caso molto discutibili, hanno una valenza politica che travalica il merito. Un vero riformista si dedica alle riforme serie, fatte in Parlamento, come quella coraggiosa di Cartabia. Oggi c’è la congiuntura astrale favorevole, con i fondi del Pnrr e con una maggioranza ampia. È la grande occasione, mentre parlare di referendum significa gettare la palla in tribuna”.

Però quei cinque nomi di chi ha firmato nel Pd fanno rumore, scuotono il Ferragosto della giustizia. Walter Verini, oggi tesoriere del Pd ma con un debole per il diritto, usa le parole del segretario Letta quando dice che “il Pd non è una caserma, e le scelte individuali sono legittime sia pure non condivisibili“.  Ma anche lui vede di fronte a sé solo la via delle riforme in Parlamento: “Dopo trent’anni di scontri la giustizia ha bisogno di questo. Dopo il processo penale, ci sono il processo civile, il Csm, l’ordinamento penitenziario”. Sì, ma di mezzo ci sono le 500mila firme che Salvini sta per raggiungere: “Questi referendum su cui lui ha messo il marchio rischiano solo di delegittimare la possibilità e la necessità del Parlamento di fare le riforme e nascondono, in qualcuno dei promotori, la malcelata voglia non di contribuire all’urgente recupero di credibilità della magistratura dopo la crisi e certe degenerazioni correntizie, ma quella di scalfirne autonomia e indipendenza”. 

Un giudizio che condivide Franco Mirabelli, capogruppo del Pd nella commissione Giustizia del Senato che a settembre affronterà sia il voto sulla riforma penale che quello, in aula, su quella civile. Mirabelli è critico con chi firma i referendum perché “la proposta non è chiara, mentre è chiara la voglia di tornare al passato, alla paralisi della politica degli ultimi 20 anni”. Mirabelli affonda la lama sulla “strana coppia” Lega-Radicali, perché “non credo proprio che la pensino allo stesso modo sulla custodia cautelare”. Certo una singolare contraddizione, perché il testo del quesito punta a mandare in carcere solo gli autori dei delitti più gravi (e tra questi non c’è il finanziamento pubblico dei partiti), mentre è noto che Salvini e i suoi vorrebbero vedere in carcere anche i ladruncoli. 

Contraddizioni tecniche su cui insiste il costituzionalista Dem Stefano Ceccanti: “Non mi convincono i quesiti. La parte politica viene poi”. E dubita innanzitutto dell’effettiva ammissibilità dei quesiti stessi. E fa una battuta: “Non capisco perché si voglia sparare a 10 mosche usando un cannone”. E cioè? “Mi chiedo, ad esempio, perché si chieda di distruggere un’intera legge come la Severino, quando sarebbe stato sufficiente un quesito chirurgico sulla decadenza degli amministratori locali con una condanna non definitiva. Si può mai travolgere una legge per un pugno di sindaci? Vogliamo essere garantisti? In questo caso si è ecceduto? Magari si elimina solo quella parte, facciamo un tavolo e discutiamo, ma dico un no netto a una quesito che scardina tutto”. È proprio mentre parla Ceccanti ecco la notizia che il sindaco di Bergamo Gori ha firmato per cancellare la Severino. Ceccanti entra ancora nei dettagli dei quesiti: “Perché invocare la responsabilità diretta per i giudici? È una pressione fortissima, a seconda dell’imputato che hai davanti e della sua potenza economica. Invece si può cambiare e rendere più credibile la legge che già c’è”. Ma per Ceccanti, come per gli altri Dem, la partita delle riforme, in questo momento storico, si gioca comunque in Parlamento. Senza bisogno di interrogare il “popolo”.