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Ius soli, Conte al bivio: Letta a settembre aspetta una risposta

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La verità è che tutto adesso dipende da Giuseppe Conte. Dipende da quanto davvero il nuovo presidente voglia fare del Movimento 5 stelle una forza progressista, o da quanto invece sia ancorato ai dettami della vecchia comunicazione grillina. Quella che come avesse un senso - del resto lo fanno anche la Lega e Fratelli d’Italia - mette nello stesso calderone la questione sicurezza e il diritto dei bambini che nascono o crescono in Italia a dirsi italiani. O il diritto dei ragazzi più grandi a vedersi riconosciuto in un documento quel che sono, senza lunghe e umilianti trafile burocratiche. Ci vogliono minimo due anni, adesso, dopo i 18 anni. E per una forza progressista, non è certo lo ius soli sportivo la soluzione.

La verità è che tutto adesso dipende da Giuseppe Conte. Dipende da quanto davvero il nuovo presidente voglia fare del Movimento 5 stelle una forza progressista, o da quanto invece sia ancorato ai dettami della vecchia comunicazione grillina. Quella che come avesse un senso - del resto lo fanno anche la Lega e Fratelli d’Italia - mette nello stesso calderone la questione sicurezza e il diritto dei bambini che nascono o crescono in Italia a dirsi italiani. O il diritto dei ragazzi più grandi a vedersi riconosciuto in un documento quel che sono, senza lunghe e umilianti trafile burocratiche. Ci vogliono minimo due anni, adesso, dopo i 18 anni. E per una forza progressista, non è certo lo ius soli sportivo la soluzione.


Enrico Letta ha recapitato agli alleati un messaggio che non può essere frainteso: non è una questione su cui il segretario del Pd intende tornare indietro. A settembre chiederà di aprire un tavolo con tutte le forze di maggioranza. Lo ha chiesto Forza Italia per l’immigrazione, lo chiederanno i dem sullo ius culturae. Perché sarebbe questo, il possibile punto di caduta per tutti. La cittadinanza legata alle scuole fatte qui, a un percorso di integrazione già avviato, sul modello di una legge che era già pronta nella scorsa legislatura, ma che i governi di centrosinistra non hanno avuto il coraggio, o l’ambizione, di portare in salvo.


Come risponderanno i 5 stelle, dipende quindi in gran parte dall’ex premier. Che su questi temi non si è mai emancipato del tutto dall’immagine del suo primo governo, quando ha varato insieme a Matteo Salvini i decreti sicurezza. Ma che ha sempre detto di avere in passato votato a sinistra e di guardare ora a quella parte di mondo politico. Se Conte decidesse di aprire sullo ius culturae, troverebbe dalla sua parte il Movimento storicamente di sinistra. Quindi il presidente della Camera Roberto Fico, i parlamentari a lui più vicini. da Riccardo Ricciardi a Gilda Sportiello, il presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia (che propone lo “ius scholae”) il ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli, Vittoria Baldino e Michela Montevecchi, che sulle chat hanno protestato per le parole dette a Repubblica da Paola Taverna. Gran parte dei 5 stelle più di destra ha già abbandonato la nave del nuovo Movimento, ci sarebbe quindi da fare un ultimo passo verso la definizione di un’identità. Ma non è detto si trovi il coraggio. Storicamente, Luigi Di Maio e il gruppo di deputati a lui più vicino è sempre stato contrario ad ammorbidire la linea. Il pretesto è sempre stato: non è una priorità. O anche, in passato, «questi temi vanno adottati in un’ottica europea». Peccato che la maggior parte dei Paesi europei abbia leggi più avanzate della nostra, e che le scuse trovate fossero un modo per non esprimersi e non rischiare di spaccarsi. Un po' quello che ha fatto a In Onda la sindaca di Roma Virginia Raggi, che ha detto - testuale - che la discussione sullo Ius soli "riciccia" in periodo elettorale. E che deve occuparsene l'Europa. Del resto, quando parla delle persone che la aiutaranno in campagna elettorale per il Movimento, nomina oltre a Conte e Di Maio anche Alessandro Di Battista. Che dal Movimento sarebbe uscito, ma non si sa mai.


Ci sono ora parlamentari, anche tra i dirigenti M5S, che pensano sia necessario uscire dall’ambiguità e definire, proprio a partire dai temi su cui non si è mai voluto decidere, un percorso davvero nuovo. Ce ne sono altri che resisteranno: il settentrionale Stefano Buffagni ad esempio pensa che lo ius soli sia sbagliato e che lo ius culturae quanto meno non debba chiamarsi così. Ma che le cose stiano cambiando, che ci sia un terreno più fertile del tempo in cui la facevano da padroni gli ex ministri Barbara Lezzi (ora uscita) o Danilo Toninelli, si comprende dalle parole di Sergio Battelli. Un tempo dimaiano, ora battitore libero, presidente della commissione per le Politiche comunitarie alla Camera. «Io sono assolutamente favorevole - dice oggi - non è una questione di priorità, va portato avanti in Parlamento insieme a tutto ciò che serve per la pandemia. Non lavoriamo a compartimenti stagni». Insomma un terreno più fertile, forse, rispetto ai tempi in cui contava molto l’opinione dei Casaleggio, prima il padre e poi il figlio, rigidamente contrari, c’è. Ma è un terreno che se Conte vuole, deve coltivare. E finalmente, anche su questo, scegliere.