Afghanistan, Letta: "La democrazia non si può esportare con la guerra"
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniEnrico Letta risponde al telefono da Rapolano, nella campagna senese, dove in questi giorni è impegnato in alcune iniziative per promuovere la sua candidatura alle elezioni suppletive per la Camera dei deputati. Letta ha trascorso però buona parte della giornata al cellulare a occuparsi di altro: Afghanistan. "Ho sentito tutti i ministri competenti - racconta - e ho avuto un lungo colloquio con Josep Borrell (Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione europea, ndr). Sono ore decisive e non devono essere sprecate. Non possono essere questi i titoli di coda dell’impegno dell’Occidente in Afghanistan. Non basta il vertice dei ministri degli Esteri, va convocato subito un Consiglio europeo che cerchi di raddrizzare il possibile. Serve una Ue unita e decisa, ora ogni distinguo è una diserzione. Questa è una guerra persa e bisogna limitarne gli effetti disastrosi".
Letta, quella avviata dagli Usa nel 2001 è solo un…
Enrico Letta risponde al telefono da Rapolano, nella campagna senese, dove in questi giorni è impegnato in alcune iniziative per promuovere la sua candidatura alle elezioni suppletive per la Camera dei deputati. Letta ha trascorso però buona parte della giornata al cellulare a occuparsi di altro: Afghanistan. "Ho sentito tutti i ministri competenti - racconta - e ho avuto un lungo colloquio con Josep Borrell (Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione europea, ndr). Sono ore decisive e non devono essere sprecate. Non possono essere questi i titoli di coda dell’impegno dell’Occidente in Afghanistan. Non basta il vertice dei ministri degli Esteri, va convocato subito un Consiglio europeo che cerchi di raddrizzare il possibile. Serve una Ue unita e decisa, ora ogni distinguo è una diserzione. Questa è una guerra persa e bisogna limitarne gli effetti disastrosi".
Letta, quella avviata dagli Usa nel 2001 è solo una guerra persa o anche una guerra sbagliata?
"Una guerra disseminata di tanti, troppi errori, a cominciare dall’unilateralismo con cui è stata aperta e chiusa dagli Stati Uniti. Non si può infatti leggere la vicenda afghana slegandola dalla guerra in Iraq del 2003 e dalla over-reaction americana dopo l’attentato dell’11 settembre".
In mezzo, però, c’è stata una lunga gestione multilaterale. Tutto da buttare?
"No, ci sono stati anche dei risultati, a cominciare dall’eliminazione di al Qaeda e dalla crescita di una società civile afghana nuova e vivace, che però ora noi stiamo tradendo. Le immagini di questa fuga caotica dell’Occidente da Kabul, degli aerei che decollano dai tetti e lasciano la popolazione alla mercé dei talebani è un’onta che cancella anche quanto di buono è stato fatto in questi venti anni. A cosa sono valse tutte le vite perse? Anche la Nato ne esce malconcia".
La sinistra italiana si divise profondamente sulla guerra in Afghanistan. La coincidenza della caduta di Kabul e della morte di Gino Strada ha spinto molti a dire: aveva ragione Strada.
"Ho incontrato Strada l’ultima volta lo scorso anno, poco prima che scoppiasse la pandemia, ed era molto pessimista sul futuro dell’Afghanistan. Aveva ragione lui. È stato una grande figura, un candidato naturale al Nobel per la pace".
Una guerra sbagliata grazie alla quale il popolo afghano ha potuto vivere vent’anni libero dal giogo talebano.
"Pur con tutti i suoi limiti l’Occidente è l’unica parte del mondo che spende soldi e vite umane per cercare di migliorare le condizioni di vita anche in altre parti. Ma alla crescita della società civile afghana non si è accompagnato il nation building, la costruzione della nazione. Quello che è accaduto a Kabul dimostra che si possono avere le migliori tecnologie, i soldi, le truppe, i droni, ma alla fine ci sono Paesi nei quali questo non basta a impiantare i valori democratici".
La democrazia non si esporta?
"No. È stato uno degli abbagli successivi alla caduta del muro di Berlino, insieme alla teoria della fine della storia".
La democrazia non si esporta, dice, ma non vede una contraddizione in chi esecra l’intervento militare che ha destituito il vecchio regime talebano e contemporaneamente deplora che gli afghani, e ancora più le afghane, siano lasciati al loro destino?
"La questione dei diritti delle donne negati è centrale. Noi non dobbiamo lasciare nessuno solo davanti al ritorno del Medioevo, è un imperativo morale e politico".
E come, senza più truppe sul territorio?
"Evacuazione ordinata, creazione di corridoi umanitari, pressione internazionale per la formazione di un governo di unità nazionale. Sono tre tappe fondamentali e non vanno confuse l’una con le altre. Condivido le parole del presidente del Consiglio Mario Draghi quando dice che nessuno di coloro che hanno collaborato con la missione italiana deve essere lasciato sul campo e questa dottrina va interpretata in senso estensivo. Non possiamo permetterci di essere accusati di tradimento. Se occorre rafforzare la presenza transitoria di sostegno logistico delle nostre forze, è bene farlo. Lo dobbiamo innanzitutto ai 53 soldati italiani morti, ai 700 feriti e alle loro famiglie".
Perché i talebani dovrebbero accettare un governo di unità nazionale?
"Purtroppo è una eventualità improbabile, anche se sarebbe la strada giusta. Se non sarà possibile raggiungere l’obiettivo la risposta deve essere dura e il primo passo sarà il non riconoscimento del nuovo governo. L’Italia che presiede il G20 di fine ottobre può fare molto".
Le parole di Joe Biden che poche settimane fa smimuiva l’avanzata talebana e assicurava che comunque mai si sarebbero viste scene di fuga dai tetti come in Vietnam sono un duro colpo all’immagine della nuova amministrazione americana.
"È stata sopravvalutata la forza del presidente Ghani e della struttura statale che gli era stata creata intorno. Ma non dimentichiamo che la scelta del ritiro nasce in epoca Trump, lì si sono gettate le basi del disastro. Ora ho fiducia che Biden possa contribuire a cambiare questo finale".
Crede che ci sia la Cina dietro il nuovo corso talebano?
"Non lo so, ma mi chiedo se la Cina, o anche la Russia, abbiano interesse che si crei alle porte dei loro Paesi un nuovo vespaio di terrorismo".
Non c’erano i talebani dietro l’11 settembre né dietro altre stragi. Il nuovo regime rappresenta o no la minaccia di una fiammata terroristica internazionale?
"Non ho elementi per valutare la concretezza del pericolo ma capisco il senso della domanda, dato che intratteniamo rapporti amichevoli con Paesi concretamente accusati di finanziare o spalleggiare gruppi del terrorismo islamista".
Lei chiede corridoi umanitari per i rifugiati. Come farà il governo italiano a sostenere convintamente questa posizione con la Lega al suo interno?
"Non dimentichiamo mai che la metà dei rifugiati arrivati in Europa nel decennio scorso provenivano da Afghanistan, Iraq e Siria, le tre guerre sbagliate dell’Occidente. La cattiva gestione del dramma migratorio è un errore che non va ripetuto e, peraltro, è stata una delle ragioni che ha generato il populismo. Mi rendo conto che Salvini possa essere un problema per il governo, da settimane non parla che di sbarchi, del resto non ha mai avuto molti altri argomenti".
C’è una opposizione anche militare ai talebani che chiede aiuto. Il figlio di Massud, il Leone del Panshir che li combatteva già negli anni Novanta e da loro fu assassinato, ha rivolto un appello all’Occidente. È una strada?
"Se falliranno i tentativi di un governo di unità nazionale, senz’altro. Ogni carta possibile va giocata".
Chi non vuole girare la testa dall’altra parte può escludere in assoluto un futuro intervento militare?
"Penso di sì. Lo si potrebbe forse considerare una extrema ratio, ma certo è poco credibile dopo quello che è accaduto in questi giorni. È il momento, da noi, di una straordinaria mobilitazione nazionale che aiuti la società afghana a resistere e a continuare a vivere anche fuori dall’Afghanistan. Dovremo dimostrare accoglienza e generosità. Non possiamo girarci dall’altra parte. Noi ci saremo".