Ormai è abituato agli attacchi di Confindustria. Una costante, da quando è ministro. Eppure, Andrea Orlando non può che stupirsi almeno un po’ per l’intensità delle bordate di Carlo Bonomi, che gli imputa la regia di un progetto che deve ancora diventare legge — quello sulle delocalizzazioni — che nelle intenzioni servirà a rendere più complicati i licenziamenti lampo messi in atto da alcune realtà industriali. La dichiarazione di guerra del leader degli imprenditori, insomma, non può lasciare indifferente il titolare del Lavoro. Che ha scelto di non replicare, anche se chi gli ha parlato ha raccolto il suo sarcasmo: «A qualcuno evidentemente piace il fatto che la gente venga licenziata via WhatsApp. A me di certo no…».
Ormai è abituato agli attacchi di Confindustria. Una costante, da quando è ministro. Eppure, Andrea Orlando non può che stupirsi almeno un po’ per l’intensità delle bordate di Carlo Bonomi, che gli imputa la regia di un progetto che deve ancora diventare legge — quello sulle delocalizzazioni — che nelle intenzioni servirà a rendere più complicati i licenziamenti lampo messi in atto da alcune realtà industriali. La dichiarazione di guerra del leader degli imprenditori, insomma, non può lasciare indifferente il titolare del Lavoro. Che ha scelto di non replicare, anche se chi gli ha parlato ha raccolto il suo sarcasmo: «A qualcuno evidentemente piace il fatto che la gente venga licenziata via WhatsApp. A me di certo no…».
Ci sono un paio di punti, tra tanti, che proprio non vanno giù ad Orlando, che si muove in sintonia con la sua vice 5S Alessandra Todde. Innanzitutto il fatto che la proposta tanto avversata da Bonomi è considerata dal ministro meno restrittiva di altri analoghi interventi adottati in altri Paesi europei. E poi la consapevolezza che la bozza è stata scritta con il supporto di diverse personalità che provengono proprio dal mondo degli industriali. Tra loro, l’attuale segretario del Lavoro Andrea Bianchi, direttore delle politiche industriali di Confindustria. Senza dimenticare che il progetto prende il via da un lavoro preparatorio già impostato, ricorda spesso Orlando, dall’allora ministro Carlo Calenda.
È evidente che c’è molto altro, dietro a questo scontro. C’è ad esempio la partita politica che coinvolge Bonomi e che si incunea fin dentro gli equilibri della maggioranza di unità nazionale. Non è un mistero che il leader degli industriali dialoghi parecchio con Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti. E che quella di Orlando è una bozza che diventerà legge soltanto dopo il vaglio del ministero dello Sviluppo economico — guidato proprio dal numero due leghista — e ovviamente il via libera finale di Palazzo Chigi.
La pressione politica di queste ore, insomma, mira ad arruolare il Carroccio nella “resistenza” contro la legge sulle delocalizzazioni, tentando anche di spingere Mario Draghi a rivedere il provvedimento. Cosa che, tra l’altro, è probabile che avvenga nelle prossime settimane — e indipendentemente dall’opinione degli industriali — attraverso alcune limature da apportare all’attuale progetto.
Proprio Palazzo Chigi, almeno per adesso, non interviene ufficialmente nella contesa. Un modo per tenere bassa la tensione. E d’altra parte, la polemica di Confindustria sembra confinata a un partito della maggioranza, il Pd, e non all’intero governo. Ed è allargata, semmai, ai sindacati, accusati dagli imprenditori di essere la causa dei ritardi sui green pass sui luoghi di lavoro (che l’esecutivo intende comunque portare avanti appena possibile, imprimendo una nuova accelerazione già nelle prossime settimane). È però altrettanto evidente che l’attivismo di Bonomi non può che provocare un certo fastidio ufficioso ai vertici del governo. È vero, Draghi e Orlando in passato hanno scontato momenti di tensione, in alcune circostanze sono entrati in diretto conflitto. Ma il tiro al bersaglio contro il dem non può far piacere, perché è esercitato contro un membro della squadra dell’esecutivo.
Chi ovviamente non può consentire che Orlando si senta isolato è il Pd. Enrico Letta dal Nazareno offre il «massimo sostegno e la massima fiducia» al ministro. Nel pomeriggio, il segretario concorda inoltre la posizione ufficiale, affidata ad Antonio Misiani: «Tutto si può migliorare — sottolinea l’ex viceministro dell’Economia — ma non c’è alcuna logica punitiva dietro queste proposte, solo l’idea precisa di responsabilità sociale delle imprese».
Non c’è dubbio che la sfida è destinata a inasprirsi nei prossimi mesi. Toccherà a Draghi, a quel punto, mediare tra le diverse anime della maggioranza. E scegliere quanto assecondare le pressioni di Confindustria e della Lega, senza scontentare un pilastro della maggioranza — il Pd — con cui il rapporto continua a mostrarsi altalenante.
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