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Meeting di Rimini, Salvini all’attacco di Lamorgese: “Va cambiata”. Ma cede su Durigon

Botta e risposta con Letta al Meeting di Rimini, vacilla la difesa di partito sul sottosegretario con nostalgie mussoliniane: “Parlerò con lui"
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RIMINI - È il dibattito che darà il film — simbolo dell’estate politica al tempo di Draghi. Liscia in superficie, molto mossa sotto. Anche se, per una mattina d’agosto, pare quasi un giorno “buono”. Niente clava, solo fioretto e rispettoso dissenso al festival dell’“amicizia tra i leader”, come qualche veterano ribattezza ironico la kermesse di Cl di Rimini. Ma a tenere banco, prima e dopo, restano le fratture tra Salvini e Letta sui casi Lamorgese e Durigon.


Per quasi due ore e mezza, e in rigoroso ordine alfabetico, i vertici di M5S, del Pd, di Fdi, Iv, Lega e Fi convergono — o si dividono — su Afghanistan e profughi, Green pass e delocalizzazioni, Pnrr e famiglia, l’unica leader collegata da remoto è Giorgia Meloni. Centocinquanta minuti che sono anche un micro-sondaggio sui temi che più accendono la platea. Tipo: il reddito di cittadinanza che "è stato devastante per tante i…

RIMINI - È il dibattito che darà il film — simbolo dell’estate politica al tempo di Draghi. Liscia in superficie, molto mossa sotto. Anche se, per una mattina d’agosto, pare quasi un giorno “buono”. Niente clava, solo fioretto e rispettoso dissenso al festival dell’“amicizia tra i leader”, come qualche veterano ribattezza ironico la kermesse di Cl di Rimini. Ma a tenere banco, prima e dopo, restano le fratture tra Salvini e Letta sui casi Lamorgese e Durigon.


Per quasi due ore e mezza, e in rigoroso ordine alfabetico, i vertici di M5S, del Pd, di Fdi, Iv, Lega e Fi convergono — o si dividono — su Afghanistan e profughi, Green pass e delocalizzazioni, Pnrr e famiglia, l’unica leader collegata da remoto è Giorgia Meloni. Centocinquanta minuti che sono anche un micro-sondaggio sui temi che più accendono la platea. Tipo: il reddito di cittadinanza che "è stato devastante per tante imprese" (tre ovazioni), o "la magistratura cheti mette dentro per una firma" (scroscianti applausi). Il palco riserva comunque uno scambio old style che il pubblico apprezza. Ma il backstage dell’incontro, con la sua realtà, non promette nulla di buono, sulle prime. Le scintille tra Salvini e Letta cominciano ben prima che si accendano le luci in Auditorium. Il capo della Lega mette piede in Fiera e dice ai microfoni che vuole fuori la ministra Lamorgese. "Sarà necessario un cambio: non si sa cosa abbia fatto in otto mesi, tra morti nel Mediterraneo e rave party".

Poi ecco il segretario dem, per il quale Durigon, il sottosegretario leghista che voleva cancellare i nomi di Falcone e Borsellino dal Parco di Latina "è incompatibile col governo", tornerà a casa "con la mozione di sfiducia". E Salvini per la prima volta si esprime così sul caso: "Ho fiducia in lui, parlerò io con Claudio». Parole che testimoniano come la difesa del capo stia cedendo.


Intanto Tajani, numero due di Fi, li segue a pochi metri serafico: "Per noi non si dimette nessuno, pensiamo a lavorare", Rosato presidente di Iv accenna mezzo sorriso, "quale crisi, dobbiamo spendere 50 milioni al giorno fino al 2026 non so se mi spiego", e Conte intanto si scusa al telefono perché un ingorgo in autostrada lo costringe a segnare con lieve ritardo la prima volta in casa ciellina, dove è sempre Maurizio Lupi a tessere rapporti e insistere sul tema "Formazione e famiglie".


Centrale resta Kabul. Letta prende a "modello italiano la bellissima immagine del nostro console che solleva un bambino dalla folla", chiede corridoi umanitari e "di spostare assolutamente il termine del 31 agosto per l’evacuazione", tirandosi dietro Salvini. Che gioca a spiazzare. Perché se il Capitano ribadisce il "no all’obbligo vaccinale", d’altro canto apre "agli amici con cui siamo al governo, Letta-Conte-Rosato e Tajani, vediamo di trovare i punti che uniscono", mentre punzecchia solo il leader 5S. "A differenza del professor Conte, non parlerei mai con i terroristi islamici — sibila il Capitano — e non penso che uno valga uno, in politica niente sorteggiati".


Conte non raccoglie, torna amaro sull’Afghanistan: "Sono stato attaccato da tanti 'premi Nobel di geopolitica', invece fa bene Draghi a chiedere l’allargamento del G20 a Cina e Russia". Poi "rivendica il ruolo svolto dal Movimento nella credibilità della nuova Repubblica", invoca "una politica col sorriso", chiede "un Paese senza Irap". Ed è subito benedetto da Forza Italia. "Sì, Conte, ma senza sostituire l’Irap con un’altra tassa", chiede Tajani. Che lancia la sua filippica contro i No vax. "Possono dire tutte quelle sciocchezze perché milioni di italiani si sono vaccinati", dice l’ex presidente dell’europarlamento.
Il primo degli applausi più robusti, però, lo incassa Giorgia Meloni: non quando lancia i distinguo sui corridoi umanitari ("Non sono la soluzione: si parla solo di profughi ma non del terrorismo"), ma quando invoca:"I partiti o sono pesanti o non sono, o hanno donne uomini impegno e sedi sul territorio, tra i cittadini. Oppure sono esercizi digitali".

Analoga ovazione quando lei, e solo più tardi Salvini, lancia i suoi affondi su deserto democrafico: "Trovo incredibile che l’Europa, che non fa più figli, non abbia previsto la priorità del sostegno alle coppie". Letta chiede "a Draghi un grande patto sociale con i corpi intermedi, come Ciampi nel ‘93". Conte condivide, e raccoglie rispetto e persino qualche selfie, (da Ivo, "comunista senza casa") per il coraggio di una posizione non omogena al popolo di Cl.


A Giorgio Vittadini, patron della Fondazione Sussidiarietà, piace pensare che l’esperimento rilanci "il ruolo dei partiti: non la persona sola al comando, non la rincorsa a sondaggi e blog". Oggi, per la chiusura, arriva il ministro Giorgetti. Che dirà la sua sul nodo delocalizzazioni e Dl Orlando-Todde. E chissà se sarà ancora un giorno “buono”.