Caso Durigon, il sacrificio del fedelissimo di Salvini dopo il pressing di Draghi
di Tommaso Ciriaco e Emanuele Lauria , di Tommaso Ciriaco e Emanuele LauriaCon il silenzioso dissenso dei big del partito, e soprattutto sotto il garbato pressing di Palazzo Chigi, Matteo Salvini alla fine allenta la presa. Abbassa lo scudo della difesa a oltranza di Claudio Durigon, il sottogretario che vuole ripristinare la vecchia intestazione ad Arnaldo Mussolini del parco di Latina che oggi porta il nome di Falcone e Borsellino, e al meeting di Rimini dice una cosa chiara. Il capo del Carroccio apre a una verifica sul futuro di Durigon "per il bene del partito e del governo". Il che non significa affatto togliergli la fiducia personale, piuttosto fare con lui un ragionamento che è figlio di una questione di opportunità sempre più evidente.
Con il silenzioso dissenso dei big del partito, e soprattutto sotto il garbato pressing di Palazzo Chigi, Matteo Salvini alla fine allenta la presa. Abbassa lo scudo della difesa a oltranza di Claudio Durigon, il sottogretario che vuole ripristinare la vecchia intestazione ad Arnaldo Mussolini del parco di Latina che oggi porta il nome di Falcone e Borsellino, e al meeting di Rimini dice una cosa chiara. Il capo del Carroccio apre a una verifica sul futuro di Durigon "per il bene del partito e del governo". Il che non significa affatto togliergli la fiducia personale, piuttosto fare con lui un ragionamento che è figlio di una questione di opportunità sempre più evidente.
Da tre settimane l’esecutivo Draghi è al centro di polemiche, rimbalzate anche all’estero, per un’improvvida dichiarazione di un suo esponente che per molti — non solo per il centrosinistra — rientra negli estremi dell’apologia del fascismo. Qualcosa è cambiata nelle ultime ore, a cavallo degli incontri che Mario Draghi ha voluto lunedì prima con Salvini e poi con il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti.
Nessuna dichiarazione ufficiale, anzi dalle parti è arrivata una smentita del fatto che si sia parlato di Durigon, ma fatto è che in un clima di massimo discrezione il premier ha lasciato intendere al leader leghista che a questo punto la soluzione più utile è un’uscita di scena del sottosegretario all’Economia. Il presidente del Consiglio ha concesso formalmente a Salvini facoltà di scelta. Ma in realtà da scegliere c’è solo la modalità di un commiato di Durigon, considerato appunto ineludibile. Ecco perché, dopo le dichiarazioni mattutine del numero uno di via Bellerio, fonti leghiste fino a sera hanno fatto trapelare che Salvini non molla il suo fedelissimo, "ma il tema è se Durigon ha ancora voglia di prendere calci". Le dimissioni sono uno spettro più che consistente, che eviterebbe le lacerazioni della maggioranza e il clamore mediatico di un voto alla mozione di censura già annunciata da Pd, M5S e Leu. Tutto è possibile, nel mondo salviniano, ma davvero l’addio di Durigon sembra questione di giorni, se non di ore.
Anche perché Salvini, negli ultimi tempi, ha dovuto constatare ancora una volta l’ostilità della frangia territoriale, nordista, della Lega, che vede in Durigon una sorta di alieno. Ai più non è sfuggito che esponenti di spicco del partito come Giorgetti, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga non abbiano speso una sola parola a favore dell’ex potente sindacalista Ugl di Latina con nostalgie mussoliniane. "Il problema è che personaggi come questi pongono un serio problema identitario al nostro partito", ragiona un primattore del Carroccio. Anche la vicenda Durigon, insomma, disegna i contorni di un movimento spaccato a metà, nella lunga attesa di un redde rationem al proprio interno.
Salvini in ogni caso tenta un improbabile scambio di cortesie, chiedendo adesso esplicitamente la sostituzione della invisa ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Ma, specie in uno scenario di emergenza internazionale come l’attuale, Draghi non ha alcuna intenzione di rimpiazzare una pedina fondamentale del suo esecutivo. Così il senatore milanese, pur applaudito dalla platea ciellina di Rimini, da ieri vede davanti a sé un vicolo cieco: la propaganda contro gli sbarchi, che poggia su dati oggettivamente in aumento, è destinata a infrangersi su un atto parlamentare che la Lega non potrà mai sostenere, ovvero la mozione di sfiducia a Lamorgese annunciata da Giorgia Meloni.
Il leader del Carroccio rischia di ritrovarsi, in altre parole, nella poco invidiabile condizione di non poter difendere l’amico sottosegretario e di non poter abbattere la “nemica” che siede al Viminale. Un cul de sac che sarebbe, per il Capitano, il mesto traguardo del viaggio estivo a caccia di consensi.