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Durigon appeso a un filo prova a barricarsi: "Non sono fascista"

Claudio Durigon e Matteo Salvini (ansa)
Ma il sottosegretario, isolato, difficilmente potrà restare al suo posto dopo la richiesta di Draghi. Anche Giorgetti lo molla: "Chi ha incarichi di governo deve fare attenzione a cosa dice"
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Vorrebbe parlare. Dire la sua. Claudio Durigon, dopo pranzo, è una pentola a pressione pronta a esplodere. Non ci sta a fare la vittima sacificale: "Ho un po' di voglia di dire che non sono un fascista", scrive via Whatsapp. Ma la Lega decide che, almeno per ora, il sottosegretario in bilico non fa interviste. La sua posizione è delicata: non vuole dimettersi, malgrado l'eco delle polemiche innescate dalla sua richiesta di reintestare ad Arnaldo Mussolini, il fratello del Duce, il parco di Latina che oggi porta il nome di Falcone e Borsellino. Durigon resiste, insomma, anche se il destino, vista pure la moral suasion di Draghi su Matteo Salvini, è segnato: molto probabilmente cederà il posto. Il leader della Lega ieri ha ribadito il personale passo indietro rispetto alla difesa senza se e senza ma dei giorni passati: "Lo stimo ai massimi livelli", premette Salvini, salvo poi aggiungere: "Mi vedrò con Claudio e per evi…

Vorrebbe parlare. Dire la sua. Claudio Durigon, dopo pranzo, è una pentola a pressione pronta a esplodere. Non ci sta a fare la vittima sacificale: "Ho un po' di voglia di dire che non sono un fascista", scrive via Whatsapp. Ma la Lega decide che, almeno per ora, il sottosegretario in bilico non fa interviste. La sua posizione è delicata: non vuole dimettersi, malgrado l'eco delle polemiche innescate dalla sua richiesta di reintestare ad Arnaldo Mussolini, il fratello del Duce, il parco di Latina che oggi porta il nome di Falcone e Borsellino. Durigon resiste, insomma, anche se il destino, vista pure la moral suasion di Draghi su Matteo Salvini, è segnato: molto probabilmente cederà il posto. Il leader della Lega ieri ha ribadito il personale passo indietro rispetto alla difesa senza se e senza ma dei giorni passati: "Lo stimo ai massimi livelli", premette Salvini, salvo poi aggiungere: "Mi vedrò con Claudio e per evitare altri mesi di polemiche valuteremo come andare avanti. Ci troveremo nei prossimi giorni e valuteremo in totale serenità cosa fare". Parole che lasciano presagire un addio, come quelle dell'eminenza grigia del Carroccio, Giancarlo Giorgetti: "Quando si è investiti di responsabilità di governo bisogna essere molto attenti a quello che si fa", dice il ministro per lo Sviluppo economico a margine del meeting di Cl a Rimini. Salvo poi precisare: "Un membro del governo si dimette o perché glielo chiede il presidente del Consiglio o il segretario del suo partito. O per una decisione di coscienza".



Giorgetti, d'altronde, non è mai voluto entrare nel caso Durigon, non amando particolarmente il personaggio: l'ex sindacalista Ugl fa parte di un inner circle di Salvini visto dagli esponenti di lungo corso della Lega come un'entità estranea alla storia leghista. Da tempo, in silenzio, big come Giorgetti e Zaia - ma non solo loro - vedono con una certa diffidenza l'ascesa di figure come il reuccio dell'Agro pontino autore di memorabili gaffe ("Tranquilli, i vertici della Finanza li scegliamo noi", si vantò a proposito dell'inchiesta sui 49 milioni di euro che la Lega deve restituire allo Stato) o come altri volti della nouvelle vague salviniani pescati al Sud: un altro è quello del sottosegretario all'Istruzione Rossano Sasso da Altamura, anche lui ex Ugl, l'uomo che debuttò nell'incarico con una citazione in cui confuse Dante con Topolino. La vicenda Durigon, nella Lega, sta facendo esplodere l'irritazione verso un gruppo di fuoco che Salvini ha scelto in autonomia, candidato nel 2018 e spinto a cariche rilevanti: al suo interno c'è una rappresentanza destrorsa che poco c'entra con il Dna leghista (Bossi arringava le folle padane sull'antifascismo) ma anche quella colonia di No Vax o No Pass - Borghi, Bagnai, Siri, Pillon - che ha sfilato in piazza del Popolo, a fine luglio, contro i provvedimenti del governo per limitare il Covid, per uno strappo che nella Lega non si è ancora consumato.



Il senso della battaglia di questi giorni, attorno a Durigon, è anche quello di una contesa fra due anime diverse del Carroccio. Salvini la gioca con fare attendista, mentre il Pd con Enrico Letta batte sulle dimissioni del sottosegretario. Il segretario leghista prende tempo per garantire a Durigon un addio dignitoso, per ragionare sull'eventuale sostituto (Edoardo Rixi e Massimo Bitonci in pole) ma anche per avere una contropartita adeguata. Che molto difficilmente sarà la ministra Luciana Lamorgese. Tanto che Salvini non chiede più che la titolare del Viminale si faccia da parte, ma un incontro a tre, presentre anche Draghi. Almeno per potersi accreditare il merito di un cambio di linea sui migranti. Reale o mediatico, poco importa, in questa partita a metà fra azione di governo e propaganda. L'unica certezza è la sagoma di Durigon che si allontana, in un silenzio forzato, dall'esecutivo.