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G20, la tela di Draghi A giorni sentirà Xi. Sì dell’India, Putin apre

(ansa)
Il vertice straordinario sull’Afghanistan l’8 o il 15 settembre in remoto. L’incognita è la reazione Usa. Allo studio corridoi umanitari con l’Unhcr
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ROMA - L’ultima telefonata sarà la più difficile. Mario Draghi la prepara da giorni, non senza alcune difficoltà. Il colloquio telefonico con Xi Jinping è stato fissato per la prima settimana di settembre, probabilmente il 3 o il 4. Sarà l’ultima mossa per provare a chiudere definitivamente la partita del G20 straordinario e convocare un summit che sarà inevitabilmente in video conferenza. Non c’è tempo per organizzarlo in presenza. La riunione, infatti, deve tenersi per ragioni politiche e di agenda entro il 17 settembre. Ma non è possibile ignorare le incognite che pesano sul progetto.
Una premessa: a Palazzo Chigi si lavora per favorire il confronto multilaterale con determinazione. C’è però la consapevolezza dell’enorme complessità della crisi. L’attentato all’aeroporto ha stravolto il quadro, rendendo la situazione fluida e appesa a variabili tra loro indipendent…

ROMA - L’ultima telefonata sarà la più difficile. Mario Draghi la prepara da giorni, non senza alcune difficoltà. Il colloquio telefonico con Xi Jinping è stato fissato per la prima settimana di settembre, probabilmente il 3 o il 4. Sarà l’ultima mossa per provare a chiudere definitivamente la partita del G20 straordinario e convocare un summit che sarà inevitabilmente in video conferenza. Non c’è tempo per organizzarlo in presenza. La riunione, infatti, deve tenersi per ragioni politiche e di agenda entro il 17 settembre. Ma non è possibile ignorare le incognite che pesano sul progetto.
Una premessa: a Palazzo Chigi si lavora per favorire il confronto multilaterale con determinazione. C’è però la consapevolezza dell’enorme complessità della crisi. L’attentato all’aeroporto ha stravolto il quadro, rendendo la situazione fluida e appesa a variabili tra loro indipendenti. La diplomazia ha bisogno che tacciano le armi, le bombe di Kabul hanno generato instabilità. La reazione promessa da Biden arriverà e anche dalla sua intensità dipenderà l’evoluzione della crisi. E lo stesso vale per la minaccia terroristica contro l’esercito Usa rimasto sul campo per completare l’evacuazione.


Sono tutte riflessioni che si rincorrono a Palazzo Chigi. Draghi, dunque, si muove conoscendo questi ostacoli. Vuole osservare quanto accadrà nei prossimi giorni. Giocare di sponda con gli altri organismi multilaterali: G7 e Nazioni Unite. E però, il presidente del Consiglio è anche consapevole che per fissare il G20 straordinario è necessario ritagliare uno spazio politico che non vada oltre la metà del mese. Sono state individuate anche due finestre temporali possibili: tra l’8 e il 10, oppure tra il 15 e il 17. Dopo, sarebbe troppo tardi perché sconterebbe la sovrapposizione con l’assemblea generale delle Nazioni Unite. Impraticabile.
Il premier procede per cerchi concentrici. Allarga la gittata dei suoi contatti man mano che raccoglie il consenso dei partner. Ha iniziato la missione dai più “vicini”, gli europei. Ha superato i dubbi del Regno Unito, che avendo in mano il G7 preferirebbero riservare al formato a Sette la gestione della crisi. Ha poi strappato il via libera sofferto di Biden, che comunque dopo il tragico attentato di Kabul insisterà per non trasformare l’eventuale G20 in un processo all’America. Ieri, infine, Draghi ha sondato altre due caselle fondamentali: Russia e India, determinanti nel quadrante di crisi.


Con il ministero degli Esteri Lavrov si è confrontato prima Draghi, poi l’omologo Luigi Di Maio. «Il dialogo con la Russia è imprescindibile», ha teso la mano il titolare della Farnesina. L’inviato di Putin ha replicato ricordando che il G20 può «intensificare la collaborazione reciproca perché riflette la realtà multipolare del nostro mondo». È un segnale positivo, accompagnato però da un paletto: «Vogliamo capire che ruolo può giocare la Russia». Non è ancora un via libera incondizionato. Alza la posta. Preme per scambiare il sostegno con un approccio soft dell’Europa alle sanzioni contro Mosca. E reclama anche un’azione decisa contro il terrorismo, che a suo dire non è ancora in cima all’agenda: «Non è accettabile, vista la minaccia per i vicini che confinano con noi».
Ecco un altro punto chiave: coinvolgere i Paesi che hanno influenza su Kabul. In primo luogo il Pakistan, decisivo per gestire i flussi migratori. Per allargare il tavolo del G20 a Islamabad serve il consenso dell’India, storico rivale. Draghi ne discute al telefono con Modi, subito dopo il colloquio con Lavrov. «Abbiamo discusso — conferma il primo ministro indiano — la necessità di una risposta internazionale coordinata».
Non è sufficiente il solo Pakistan, però. Occorre provare a coinvolgere altre potenze. La Turchia è in contatto con i talebani per gestire lo scalo aeroportuale della capitale afghana. L’operazione più complessa è coinvolgere l’Iran nel G20. Poi si affronterà lo scoglio cinese. Pechino gioca a dilatare i tempi. Invia segnali contraddittori. Da una situazione caotica la Cina potrebbe rinsaldare “in esclusiva” il rapporto con il nuovo regime a scapito dell’Occidente. Draghi conosce quanto stretta sia la via. Continua a percorrerla, ma con la consapevolezza di doversi garantire alcuni risultati minimi, senza i quali sarebbe addirittura preferibile far saltare il G20 straordinario.
A Xi illustrerà allora i due punti centrali a cui si lavora. Il primo: la lotta al terrorismo. Per attuarla, servirà la pressione delle potenze regionali in grado di condizionare il regime e tenere a bada l’Isis. L’altro capitolo riguarda gli aiuti agli afghani, sia in termini di risorse per tamponare l’emergenza umanitaria, sia sul fronte dei canali di evacuazione da Kabul dopo il 31 agosto.
L’idea è quella di sfruttare il ponte delle Nazioni Unite intenzionate a restare nel Paese. Si tratta dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati), il WFP (World Food Programme) e l’Unicef. A loro spetterebbe il compito di sostenere e soccorrere il popolo afghano — senza dimenticare il lavoro di ong come Save the Children ed Emergency — ma soprattutto di favorire il passaggio verso i Paesi di confine, da cui infine partirebbe il ponte aereo verso Occidente.
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