MILANO - Matteo Salvini ci tiene a spiegare con la propria voce la sua posizione sull'obbligo vaccinale ventilato da Mario Draghi, ribadisce che "la Lega è per la libertà ed è unita in questo" e fin qui era tutto prevedibile; ma per farlo guarda caso sceglie i microfoni di Radio Radio, nota per le proprie simpatie anti-sistema di destra, dove anche qui non per caso poche ore prima era stato dato ampio spazio alle analisi di Alessandro Meluzzi, lo psichiatra complottista idolo del sovranismo più estremo. Il quale parlando di "geopolitica del virus" invitava a "far caso al ruolo di Rothschild e Goldman Sachs": la summa della linea di pensiero cospirazionista.
MILANO - Matteo Salvini ci tiene a spiegare con la propria voce la sua posizione sull'obbligo vaccinale ventilato da Mario Draghi, ribadisce che "la Lega è per la libertà ed è unita in questo" e fin qui era tutto prevedibile; ma per farlo guarda caso sceglie i microfoni di Radio Radio, nota per le proprie simpatie anti-sistema di destra, dove anche qui non per caso poche ore prima era stato dato ampio spazio alle analisi di Alessandro Meluzzi, lo psichiatra complottista idolo del sovranismo più estremo. Il quale parlando di "geopolitica del virus" invitava a "far caso al ruolo di Rothschild e Goldman Sachs": la summa della linea di pensiero cospirazionista.
È esattamente questo continuo dar di gomito del leader alle proteste anche più sconclusionate, come quelle contro i vaccini o il Green pass, che non va più a genio a una fetta di Lega. "Sono per la scienza e faccio un banale calcolo, un'analisi costi benefici, quindi direi senza problemi sì all'obbligo vaccinale e penso che buona parte dei miei colleghi la pensi come me", dice ad esempio Gianna Gancia, europarlamentare e leghista di lungo corso.
Non è la sola a pensarla così e anzi, anche i presidenti di Lombardia e Veneto spiegano che un eventuale obbligo non li vedrebbe certo salire sulle barricate assieme a Salvini, che invece assicura un no in Parlamento se effettivamente la proposta di Draghi diventasse realtà.
"Sarebbe meglio convincere le persone ma non sono contrario all'obbligo - ragiona Attilio Fontana - la storia ci dice che le grandi malattie sociali sono state abbattute grazie alle vaccinazioni, da quando abbiamo vaccinato sono crollati i decessi e i ricoveri, quindi faccio fatica a capire la logica di chi si oppone".
Oppure Luca Zaia, che non vuole entrare nel merito della polemica politica, però è chiaro lo stesso: "Grazie all'80 per cento dei veneti che si è vaccinato si è potuto ripartire e riaprire un Paese. Siamo di fronte ad una pandemia senza precedenti e siamo a favore dei vaccini". Un obbligo suonerebbe "come una sconfitta socialmente" dopodiché "in Italia ci sono già 11 vaccini la cui somministrazione è in via teorica obbligatoria".
Il nord, antico bacino di voti della Lega e che resta comunque il cuore pulsante anche del nuovo partito nazionalista, non vede insomma di buon occhio il movimentismo di Salvini intento a fare il Ni Vax. I tre ministri della Lega già mercoledì scorso s'erano risentiti dell'incursione di Claudio Borghi in commissione Affari sociali, concordata con Salvini e mirata a depotenziare il Green pass.
Giancarlo Giorgetti è il contraltare moderato e draghiano nel partito; Massimo Garavaglia viene anche lui dalla Lombardia ed è da sempre attento alle ragioni del mondo produttivo; Erika Stefani è zaiana di ferro e in Veneto, come detto, le fisime dei No Vax sono viste come un intralcio alla ripresa a pieno regime.
Solo che il fronte dei no (ai vaccini, al Green pass, all'obbligo eccetera) è rumoroso, sui social va fortissimo, "per questo poi i Borghi si montano la testa, vedono 300 mi piace a un tweet e si credono chissà cosa, ci fosse stato ancora Umberto Bossi l'avrebbe già preso per una collottola", ironizza un altro leghista.
Il dissenso per ora rimane sotto coperta, ma a molti è chiaro che la formula magica del salvinismo, cioè darsi il tono da opposizione anche quando si sta al governo - metodo che viene da lontano, chiedere agli ex sindaci di Milano Gabriele Albertini e Letizia Moratti alle prese col Salvini bifronte in aula - non funziona più in una maggioranza come quella di Draghi.
È un problema di numeri ma non solo: la credibilità internazionale del primo ministro è tale per cui metterne in discussione gli orientamenti può solo nuocere a chi ha ambizioni per il futuro. Sul piatto poi ci sono la ripartenza e la pioggia di miliardi del recovery plan e la Lega non può guastarsi i rapporti con chi dà le carte. Specie se il pomo della discordia sono i vaccini.