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Salvini e Bettini: la strana coppia che fa il tifo per Draghi al Quirinale. Ecco perché

Il premier Mario Draghi (fotogramma)

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Il leader leghista insolitamente in sintonia con il dem vicino al 5S Conte: per entrambi, infatti, il premier è la risorsa perfetta da mandare al Colle per il dopo Mattarella perché questo, banalmente, significherebbe tornare al voto
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Ci sono una certezza e uno scenario da evitare, nei ragionamenti di questi giorni sulla corsa al Quirinale. La certezza è che se Mario Draghi non fosse presidente del Consiglio, non ci sarebbe altro nome in campo per la successione di Sergio Mattarella. L'unico freno alla sua ascesa, è che dal giorno dopo l'elezione, la legislatura sarebbe di fatto finita. Non solo Matteo Salvini, che domenica mattina lo prefigurava, ma la maggior parte dei leader politici pensa che mettere insieme una nuova maggioranza e un nuovo governo sarebbe un'operazione proibitiva. Impossibile. Anche fosse solo per varare una nuova legge elettorale di stampo proporzionale.

È per questo che essere a capo del governo per Draghi è più un freno che un ponte di lancio. Gli impegni assunti con l'Europa vivono della sua credibilità internazionale. Le imprese riunite a Cernobbio, in sua gelida assenza, non chiedono altro che resti dov'è. C'&egrav…

Ci sono una certezza e uno scenario da evitare, nei ragionamenti di questi giorni sulla corsa al Quirinale. La certezza è che se Mario Draghi non fosse presidente del Consiglio, non ci sarebbe altro nome in campo per la successione di Sergio Mattarella. L'unico freno alla sua ascesa, è che dal giorno dopo l'elezione, la legislatura sarebbe di fatto finita. Non solo Matteo Salvini, che domenica mattina lo prefigurava, ma la maggior parte dei leader politici pensa che mettere insieme una nuova maggioranza e un nuovo governo sarebbe un'operazione proibitiva. Impossibile. Anche fosse solo per varare una nuova legge elettorale di stampo proporzionale.

È per questo che essere a capo del governo per Draghi è più un freno che un ponte di lancio. Gli impegni assunti con l'Europa vivono della sua credibilità internazionale. Le imprese riunite a Cernobbio, in sua gelida assenza, non chiedono altro che resti dov'è. C'è un mondo fuori dall'Italia, non solo nel nostro Paese, che crede che i prossimi anni - quelli cruciali per gli investimenti e l'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza - non possano che avere la sua guida. Soprattutto nel momento in cui nell'Unione europea verrà meno quella di Angela Merkel.

E quindi, non è affatto un caso che gli unici ad auspicare la sua salita al Colle prima ancora di sapere cosa ne pensi sono Matteo Salvini - ma la speranza è subordinata al successo delle liste elettorali della Lega alle amministrative - e Goffredo Bettini. Che è, di fatto, il dem più vicino al presidente M5S Giuseppe Conte, con cui si confronta e a cui pare augurare di tornare presto a Palazzo Chigi con l'aiuto del Pd.

Per loro Draghi è la risorsa perfetta da mandare al Quirinale, banalmente perché questo significherebbe tornare al voto. Se il leader leghista riuscisse ad avere la meglio alle comunali sulle liste di Giorgia Meloni, potrebbe voler passare all'incasso alle politiche, forte della legge elettorale attuale e del suo patto di ferro con Forza Italia (curato dalle posizioni sempre moderate del ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti). Quanto a Bettini, non ha certo il potere di influenza di cui godeva quando a dirigere il Partito democratico era Nicola Zingaretti, ma sa che tra i dem qualcuno potrebbe essere attratto dall'idea di avere nuovi gruppi parlamentari. E soprattutto teme, come molte delle persone attorno a Conte, che il consenso ancora alto dell'ex presidente del Consiglio possa sgonfiarsi e sparire da qui al 2023. Bisogna correre, per farlo serve spostare il re sulla scacchiera.

Gli interessi convergenti del leader della Lega e del guru pd di Conte sono quindi quasi scontati. Ci sono però le variabili. E qui veniamo alla catastrofe da evitare. Supposto che dal premier non arrivi nei prossimi mesi un cenno che dica: "Tenetemi fuori", qualche big potrebbe giocare il suo nome senza la certezza che tenga davanti alle mille paure che percorrono il Parlamento. È lo scenario fine del mondo, quello che farebbe saltare in aria il momento di relativa quiete che l'Italia sta vivendo in Europa e sui mercati.

È difficile credere ci siano deputati e senatori disposti a bocciare un nome come quello di Draghi nel segreto dell'urna. Ma le ultime elezioni dei presidenti della Repubblica, in cui sono stati impallinati nomi dati per certi fino a cinque minuti prima (quasi superfluo ricordare i 101 contro Romano Prodi) insegnano che nulla è impossibile. Soprattutto se si guarda il mondo dalla prospettiva di un deputato o un senatore senza troppa speranza di rientrare (il taglio dei parlamentari diminuisce di netto le possibilità di tutti i rappresentanti dei partiti, a eccezione di quelli di Fratelli d'Italia che per paradosso sono l'unico gruppo di opposizione e potrebbero essere il più interessato all'elezione di Draghi). Ci sono due numeri da tenere a mente. Il primo è una data, il 15 settembre, quando scatteranno quattro anni, sei mesi e un giorno di legislatura e tutti avranno diritto alla pensione (ormai bassa, ma c'è). Il secondo sono i 180mila euro circa che ogni parlamentare perderebbe accorciando la legislatura. Basta questo a far capire che chiunque rischierebbe.

C'è poi la linea ufficiale del Pd, che non è quella di Bettini. Enrico Letta ha detto chiaramente che sosterrà Draghi a Palazzo Chigi fino al 2023. Il suo vice Peppe Provenzano domenica, alla festa dell'Unità, ha risposto a Bettini spiegando che il governo Draghi "è il nostro governo come lo sono quelli in cui ci sono ministri del Pd, tanto più che sulla pandemia ha dato schiaffi a Salvini. Ma non lo è la sua maggioranza, fuori da ogni formula politica, come ha detto Mattarella". E quindi "i governi che hanno una scadenza non lavorano bene, ma il Pd è dentro con la sua agenda, quella sociale, non ne assume altre".

Chi tifa per la stabilità, in Parlamento e fuori, tifa quindi per un bis di Sergio Mattarella, la cui indisponibilità è però reale. Soprattutto perché adeguare il dettame costituzionale a una necessità contingente per la seconda volta non sarebbe per il capo dello Stato accettabile. C'è però chi ci lavora, lasciando intravedere uno spiraglio: "Davanti a un'impasse irrisolvibile - possibilità non remota vista la composizione dei grandi elettori, col centrodestra in vantaggio e Renzi a fare da ago della bilancia - il bis sarebbe forse inevitabile". A meno che inevitabile non si renda l'ascesa di Draghi, col patto di un nuovo governo fino all'autunno che a oggi appare fantascienza.