ROMA - I tentativi di evitare gli scontri, dopo la pace sancita dal selfie di Cernobbio, finora sono andati a buon fine. Ma l'appuntamento delle amministrative, giorno dopo giorno, si va trasformando sempre più in una resa dei conti fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Con possibili, significative, ripercussioni interne per la Lega.
È una battaglia che prosegue sottotraccia, senza attacchi diretti ma con gli occhi incollati ai sondaggi. Quelli che vedono sostanzialmente appaiati il Carroccio e Fdi. In un quadro di sostanziale svantaggio di tutti i candidati sindaci del centrodestra nelle principali città al voto (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna), Salvini potrà mettere al sicuro la propria leadership solo con un'affermazione delle liste leghiste all'interno della coalizione.
ROMA - I tentativi di evitare gli scontri, dopo la pace sancita dal selfie di Cernobbio, finora sono andati a buon fine. Ma l'appuntamento delle amministrative, giorno dopo giorno, si va trasformando sempre più in una resa dei conti fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Con possibili, significative, ripercussioni interne per la Lega.
È una battaglia che prosegue sottotraccia, senza attacchi diretti ma con gli occhi incollati ai sondaggi. Quelli che vedono sostanzialmente appaiati il Carroccio e Fdi. In un quadro di sostanziale svantaggio di tutti i candidati sindaci del centrodestra nelle principali città al voto (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna), Salvini potrà mettere al sicuro la propria leadership solo con un'affermazione delle liste leghiste all'interno della coalizione.
Risultato difficile soprattutto a Roma (la città di Meloni) e a Napoli, dove peraltro le candidature del Carroccio sono sub iudice. I test decisivi, insomma, saranno al Nord: difficilmente il segretario degli ex lumbard potrebbe reggere uno smacco ad esempio a Milano, che secondo le rilevazioni mostra una crescita di Fratelli d'Italia suggellata dalla chiamata alle armi di Vittorio Feltri ("Vogliamo prendere un voto in più di Salvini").
Considerato che altri capoluoghi cari alla Lega (Pordenone, Savona) sono in bilico e che nello storico feudo di Varese il sindaco uscente sostenuto da Pd e M5S, Davide Galimberti, sembra prevalere sullo sfidante leghista Matteo Bianchi, si comprendono facilmente le preoccupazioni di Salvini. Che per molti chiuderà la campagna elettorale in Calabria, come ha annunciato, anche per accreditarsi l'unico successo pressoché certo di questa tornata elettorale: anche se il candidato è di Forza Italia.
Ora, va da sé, nessuno alza i toni. Ma se da un lato per Fratelli d'Italia la competizione alle porte serve a confermare un boom per ora attestato solo dai sondaggi ("Dobbiamo certificare il nostro consolidamento", conferma il capogruppo di Fdi al parlamento europeo Carlo Fidanza), dall'altro è proprio il capo della Lega a rischiare tutto. Perché il suo partito non potrà di sicuro eguagliare l'exploit delle Europee (a Milano, per esempio, prese un irraggiungibile 27,4 per cento) ma difficilmente nei cinque campi principali andrà oltre quel 20 per cento che oggi costituisce - sempre secondo i sondaggi - il dato nazionale del Carroccio.
E una flessione al Nord darebbe forza a quell'ala moderata che dentro il partito rappresenta di più proprio gli interessi della zona settentrionale del Paese (Giorgetti, Zaia, Fedriga) e che ha mal sopportato il cambio di identità della Lega con le derive pseudofasciste (leggi caso Durigon) e le strizzatine d'occhio ai no-vax. Per farla breve, ragiona un dirigente del Carroccio, "alla prova delle urne va anche la politica del segretario ovvero la visione di un partito di lotta e di governo".
Una linea che, per inciso, sta già rendendo più difficile la costituzione della federazione con Forza Italia, nei fatti congelata fino a dopo le elezioni.
Salvini, per non perdere consenso, continua a rafforzarsi al Sud (in Sicilia dopo avere strappato a Italia Viva il potente consigliere regionale Luca Sammartino corteggia il deputato renziano Francesco Scoma) e punta su quelli che ritiene temi identitari: "Faremo le barricate davanti al Parlamento per difendere quota 100", sibila il leader. Ma dentro la Lega c'è già chi chiede che si apra un'altra stagione: "Questo è un partito da due anni commissariato a tutti i livelli: dobbiamo fare i congressi - dice Roberto Marcato, assessore regionale veneto e "fedelissimo" di Zaia - Lo reclamano migliaia di militanti, è un fatto di democrazia". Un'istanza che, con un esito anche solo incerto delle amministrative, è destinata a rafforzarsi.