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Draghi anche dopo il 2023. Il futuro del premier agita il Pd

ll segretario del Pd, Enrico Letta 

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Tra i dem c'è chi chiede di lavorare a un bis. Il Nazareno frena: non trasciniamolo in esercizi inutili
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ROMA - Per il momento è solo "una suggestione": sono "tali e tante le variabili in campo" che cominciare a discuterne ora "è del tutto prematuro". Eppure lo scenario che alcuni esponenti dem vanno teorizzando nei seminari di corrente - ovvero la possibilità che sia Mario Draghi, nel 2023, a succedere a sé stesso, con una formula di governo magari simile all'attuale - ha iniziato a fare breccia nei conversari tra parlamentari.

L'ha argomentato Enrico Morando aprendo la convention di Libertà eguale, ala liberal dei democratici: la coincidenza tra l'agenda Draghi e quella del Pd, il consenso altissimo che il premier riscuote tra gli italiani dovrebbe suggerire al partito guidato da Enrico Letta di impegnarsi affinché l'esperienza Draghi prosegua. Anziché guardare all'esecutivo di unità nazionale come una parentesi - copyright di Goffredo Bettini - "un centrosinistra maturo"…

ROMA - Per il momento è solo "una suggestione": sono "tali e tante le variabili in campo" che cominciare a discuterne ora "è del tutto prematuro". Eppure lo scenario che alcuni esponenti dem vanno teorizzando nei seminari di corrente - ovvero la possibilità che sia Mario Draghi, nel 2023, a succedere a sé stesso, con una formula di governo magari simile all'attuale - ha iniziato a fare breccia nei conversari tra parlamentari.

L'ha argomentato Enrico Morando aprendo la convention di Libertà eguale, ala liberal dei democratici: la coincidenza tra l'agenda Draghi e quella del Pd, il consenso altissimo che il premier riscuote tra gli italiani dovrebbe suggerire al partito guidato da Enrico Letta di impegnarsi affinché l'esperienza Draghi prosegua. Anziché guardare all'esecutivo di unità nazionale come una parentesi - copyright di Goffredo Bettini - "un centrosinistra maturo" dovrebbe avere come obiettivo la permanenza dell'ex banchiere a palazzo Chigi. Traendo il "buon esempio" da quanto accade in Germania: "Dalla capacità del leader socialdemocratico Scholz di presentarsi come il migliore erede della grande coalizione con Merkel, con una Spd che torna competitiva come non era più stata dai tempi di Schroeder". Per dirla col costituzionalista Stefano Ceccanti, "il Pd si dovrebbe draghizzare di più". E ancora oltre si spinge Claudia Mancina: "Invece di pensare a un nuovo partito, potremmo proporre al Pd di candidare Draghi alle prossime elezioni". Sempre che dia la sua disponibilità, s'intende.

Posizione che avrebbe oltretutto il pregio di ricompattare su un unico fronte i vari cespugli centristi: Renzi (che però ieri ha parlato di "dibattito fuori luogo"), Bonino, Calenda e forse pure il corpaccione anti-leghista di Fi. Ma che finisce per irritare il Nazareno: "Occuparsi di questa questione a 10 giorni dalle amministrative, con il partito impegnato a fare un buon risultato ovunque, è surreale", tagliano corto i fedelissimi del segretario. "Noi siamo quelli che sostengono Draghi con più lealtà e responsabilità. Trascinarlo in esercizi retorici e aleatori, proiettati nientemeno che al 2023 con tutto quel che ci attende nei prossimi mesi, non ha alcuna utilità né per lui, né per il governo, né per il Paese".

Il senatore Luigi Zanda, fra i più ascoltati dal leader, è perentorio: "L'Italia si sta distinguendo nel mondo soprattutto per il lavoro di due grandi personalità: Mattarella e Draghi. Non è nell'interesse del Paese tirarli per la giacchetta, anche perché entrambi non lo permetterebbero". Perciò Zanda rifiuta anche solo di commentare un eventuale bis del premier: "Il quadro politico è tuttora molto incerto, abbiamo davanti una serie di passaggi delicati: stanno per andare alle urne 15 milioni di italiani e nonostante si tratti di amministrative il voto avrà valenza politica; poi c'è l'elezione del capo dello Stato che è da sempre un appuntamento cruciale per gli equilibri interni e internazionali; siamo alle prese con una robusta ripresa dell'economia... oggi qualsiasi previsione, specie se altera il quadro attuale, è imprudente". È evidente che al senatore non dispiacerebbe se il capo del governo restasse - al contrario dell'ala sinistra del Pd, convinta sia un'ipotesi difficilmente realizzabile - ma farne oggetto di contesa non sarebbe serio. "Le variabili sono tali e tante che parlarne adesso è velleitario", fa sponda Alessandro Alfieri, coordinatore di Base riformista, corrente Guerini-Lotti. "Bisogna prima capire come vanno le comunali, cosa succede nella Lega se perde, come finisce la partita sul presidente della Repubblica, se si riesce a cambiare la legge elettorale. Tutte cose al momento impossibili da sapere e, quindi, da valutare".

Eccole le variabili che rendono ozioso ogni programma a lungo termine. Sebbene, si espone un autorevole deputato milanese, un ragionamento di scenario si può azzardare: "Se Mattarella accettasse il bis, nel 2023 potremmo ritrovarci con quattro partiti intorno al 20% e una situazione di grande instabilità. Soprattutto se, per scongiurare l'Opa della Meloni sul centrodestra, Salvini dovesse virare sul proporzionale. In tal caso bisognerebbe trovare una figura prestigiosa ed esterna. E allora Draghi potrebbe tornare. Se invece resta il maggioritario e il centrodestra ottenesse la maggioranza, mi pare complicato possa mettersi alla guida di un governo di parte". Idem se vincesse il centrosinistra. Un bel dilemma. Di cui però Letta non vuol discutere, adesso. Tanto, c'è da scommetterci, da febbraio in poi non si parlerà d'altro.