Lega, la rabbia di Salvini sempre più solo nel partito. E Giorgetti detta la linea
di Emanuele Lauria , di Emanuele LauriaROMA - Declina il simbolo della Lega social, urticante e populista, e s'avanza quello del partito di Palazzo, draghiano ed europeista. La notte senese di Matteo Salvini è popolata da incubi, agitata dalla consapevolezza che i principali quotidiani stanno per pubblicare la notizia che Luca Morisi è indagato per droga, e tormentata per la sconfessione pubblica contenuta nell'intervista di Giancarlo Giorgetti a La Stampa, che il segretario legge in rassegna. Un doppio uppercut da ko, anche per un combattente come il leader del Carroccio, finito all'angolo all'inizio dell'ultima settimana di campagna elettorale.E ora le amministrative diventano, a tutti gli effetti, una resa dei conti.
ROMA - Declina il simbolo della Lega social, urticante e populista, e s'avanza quello del partito di Palazzo, draghiano ed europeista. La notte senese di Matteo Salvini è popolata da incubi, agitata dalla consapevolezza che i principali quotidiani stanno per pubblicare la notizia che Luca Morisi è indagato per droga, e tormentata per la sconfessione pubblica contenuta nell'intervista di Giancarlo Giorgetti a La Stampa, che il segretario legge in rassegna. Un doppio uppercut da ko, anche per un combattente come il leader del Carroccio, finito all'angolo all'inizio dell'ultima settimana di campagna elettorale.E ora le amministrative diventano, a tutti gli effetti, una resa dei conti.
Nulla sarà più uguale, dopo questo lunedì da tregenda, in cui il Capitano finisce travolto dalla retromarcia della macchina social che lui e Morisi avevano lanciato. "Luca era indagato per droga? Io non sapevo nulla", dice Salvini davanti ai collaboratori che avevano rilanciato nei giorni scorsi "i motivi familiari" addotti ufficialmente dal responsabile della comunicazione per giustificare il suo disimpegno. Va detto che non tutti, anche dentro la Lega, credono che il segretario fosse all'oscuro dei guai del suo strettissimo collaboratore. Ma tant'è.
La soluzione (concordata?) è quella lettera di scuse in cui Morisi parla della sua "fragilità esistenziale" e annuncia a sorpresa, forse troppo tardi per essere credibile, di essersi dimesso "a partire dal primo settembre" da tutti gli incarichi, ivi incluso quel posto nella ristretta segreteria del partito che Salvini gli aveva assegnato fra i malumori dei big. Non basta, questa mossa, a lenire l'effetto boomerang di un fatto che in tanti, sugli stessi social cavalcati dal senatore milanese, contrappongono alla famosa chiamata al citofono nel rione bolognese del Pilastro: "Scusi, lei spaccia?", disse Salvini che oggi viene messo alla berlina da milioni di internauti, con Fedez in prima linea a definirlo "eroe contemporaneo". La Bestia è morta ufficialmente ieri e con sé rischia di trascinare un modo di fare politica aggressivo e naif, attento soprattutto ai like, che nella Lega i custodi nordisti dell'ortodossia guardavano con sempre maggior fastidio, specie dopo l'avvicinamento estivo ai No Vax che ha spaccato il fronte degli eletti.
Alla faccia del partito monolitico, è la plastica conferma che di Leghe ce ne sono almeno due. "È Matteo ad aver portato l'anarchia, ora ne subisce le conseguenze", sibila uno dei soliti big non amici. Ma lui, Salvini, non ha dubbi. Ufficialmente preferisce non replicare direttamente a Giorgetti (non l'ha mai fatto) però a chi lo ascolta, nel corso della giornata, manifesta "stupore" per una critica "fuori da ogni grammatica politica", viste le elezioni alle porte. E ormai lo stupore non basta più, per il pilota di questo Carroccio multi-direzionale: il segretario è convinto di una manovra non per abbatterlo ma per logorarlo, per delegittimarlo, per togliergli quella credibilità necessaria a fare di lui, proprio dopo Draghi che Giorgetti vuole mandare al Quirinale, un candidato premier.
Non è più un mistero, negli ambienti leghisti, la sensazione che a Chigi voglia e possa andarci proprio l'attuale capo delegazione, se le Politiche - come nel 2018 - non forniranno un chiaro vincitore anche e soprattutto dentro il centrodestra. Giorgetti garantirebbe la continuità con una linea europeista ed atlantista più di un Salvini macchiato da un approccio critico nei confronti dei provvedimenti anti-Covid dell'attuale governo. Il ministro dello Sviluppo economico, a fine ottobre, sarà negli States per un appuntamento del Niaf, la National italian american foundation, e c'è chi indica il viaggio come occasione per accreditarsi con i vertici dell'amministrazione Biden.
Di certo, Salvini non starà a guardare: si gioca tutto nelle amministrative di domenica e lunedì, nelle quali il centrodestra parte svantaggiato (tranne che a Torino, non a caso preferita meta giorgettiana). Se andrà male, come pronosticano alcuni esponenti dell'ala governista, sarà un'ulteriore zavorra per le ambizioni del leader. Che comunque, contando su un consenso ancora molto forte nella base (e delle tessere fatte al Sud), potrebbe ribaltare il tavolo e chiedere subito il congresso per consolidare la sua primazia. In ogni casoè alle viste un duro chiarimento, in questa Lega che il Capitano orfano di chi lo battezzò con questo nome (Morisi, appunto) guida con sempre maggiore impaccio.