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Presunzione d’innocenza, il costituzionalista Azzariti: "Un decreto che va contro la libertà di indagare e di scrivere sui giornali"

Il costituzionalista Gaetano Azzariti 
Il professore della Sapienza invita il governo a ripensare norme che, così come sono scritte, rischiano solo "di complicare le indagini e renderle meno trasparenti" 
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Un decreto "ideologico e per giunta non efficace per garantire i diritti di difesa". "Non è questo che ci ha chiesto l'Europa". "L'equilibrio tra processi e informazione va realizzato sul terreno della deontologia ed eliminando i pregiudizi politici". "Fanno più male dichiarazioni del tipo "tutti in galera" o "i politici sono tutti ladri" che non il silenzio delle procure sui fatti di indagine". Il costituzionalista della Sapienza Gaetano Azzariti rilegge con Repubblica il decreto sulla presunzione d'innocenza e non gli fa passare l'esame.

Ha grandi sostenitori - come Enrico Costa di Azione - e molti avversari - come i pm che temono il risc…

Un decreto "ideologico e per giunta non efficace per garantire i diritti di difesa". "Non è questo che ci ha chiesto l'Europa". "L'equilibrio tra processi e informazione va realizzato sul terreno della deontologia ed eliminando i pregiudizi politici". "Fanno più male dichiarazioni del tipo "tutti in galera" o "i politici sono tutti ladri" che non il silenzio delle procure sui fatti di indagine". Il costituzionalista della Sapienza Gaetano Azzariti rilegge con Repubblica il decreto sulla presunzione d'innocenza e non gli fa passare l'esame.

Ha grandi sostenitori - come Enrico Costa di Azione - e molti avversari - come i pm che temono il rischio bavaglio nonché i giornalisti - questo decreto legislativo sulla presunzione di innocenza. Lei da che parte sta?
"Guardi, penso che sia un provvedimento essenzialmente ideologico, che rischia di non affrontare i veri problemi. Che sono quelli di garantire un'informazione equilibrata per i processi in generale, quelli penali in particolare".

Pensa che oggi l'informazione non sia equilibrata?
"In termini di stretto diritto costituzionale, l'equilibrio si raggiunge garantendo due principi fondamentali del nostro ordinamento. Da un lato, la dignità delle persone, di tutte le persone, e certamente anche di chi è sottoposto a un'indagine processuale. In fondo è proprio in questo che si rinviene la ratio della sempre citata "presunzione di non colpevolezza". Dall'altro, l'altrettanto fondamentale diritto all'informazione in entrambe le facce in cui si sostanzia: il diritto di informare e quello di essere informati". 

E secondo lei oggi questo equilibrio di cui parla c'è o non c'è? E soprattutto viene vissuto in maniera diversa da destra e da sinistra? Nel senso che, da sempre, il centrodestra vuole mettere il bavaglio ai pm e ai giornalisti sulle indagini. 
"Se noi applichiamo i principi che ho appena citato a quello che vediamo è evidente che le distorsioni sono essenzialmente legate a quelli che io chiamo "pregiudizi", da non confondere invece con i "giudizi" che invece devono reggere i processi. È proprio in questo cortocircuito tra giudizi e pregiudizi che si inseriscono i peggiori istinti della società politica e civile, quelle che lei ha chiamato le volontà di bavaglio ovvero anche, perché no, di voyerismo".

Voyerismo? A che sta pensando?
"Ad alcune immagini chiaramente lesive della dignità degli indagati. Il caso Tortora è storia nota, il caso Carra altrettanto, e ne sono degli emblemi. Alcuni processi televisivi cui hanno cominciato a partecipare - ahimè - anche alcuni magistrati, producono l'effetto di influenzare non solo l'opinione pubblica, ma anche il regolare svolgimento dei processi. In questo senso dico che forse più che pensare a misure sanzionatorie come quelle in discussione bisognerebbe invece intervenire con regole deontologiche sia sul fronte della magistratura, sia anche su quello degli operatori dell'informazione".

Innanzitutto, dopo aver letto il decreto legislativo, lei ha l'impressione che forzi la Costituzione, nel senso che nega ai pm il diritto di informare, e obbliga i giornalisti a pubblicare solo i comunicati stampa delle procure?
"Nel decreto ci sono una serie di forti ambiguità che le spiego. Che vuol dire che viene inibito "di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagine o imputato"? Se è una questione di stile, ovviamente è un'ottima indicazione e dovrebbe riguardare appunto la deontologia dei magistrati. Ma poiché da questo divieto derivano sanzioni penali e disciplinari, nonché un anomalo diritto di rettifica dell'interessato rivolto al magistrato stesso, il rischio di intimidire l'azione di indagine è del tutto realistico".

Sta forse dicendo che al pm potrebbe addirittura venire il dubbio di bloccare l'inchiesta?
"Non fino a questo punto, ma il rischio è quello di sollecitare il pm a edulcorare le proprie posizioni. Le faccio un caso: poiché il divieto riguarda tutte le misure relative al processo, mi chiedo come possa un pm richiedere le misure cautelari che presuppongono evidenti e gravi indizi di colpevolezza non potendo però esprimere una propria convinzione di colpevolezza. Ripeto, se è solo un problema di toni, non c'era necessità di fare una legge, se invece è un problema di sostanza, la necessità di un'adeguata motivazione da parte dei pm comporta necessariamente la pubblicizzazione di tutte le ragioni di presunta, sottolineo presunta, colpevolezza non ancora accertata".

Cioè addirittura una discovery anticipata delle carte?
"No, più semplicemente una richiesta di adeguata ed esplicita motivazione, che è sempre necessaria, soprattutto per provvedimenti che riguardano la libertà degli indagati, anche, e direi soprattutto, a tutela dei diritti di difesa degli indagati stessi". 

La Costituzione parla di "presunzione di non colpevolezza", e non di "presunzione d'innocenza". È un fatto casuale o c'è una differenza visto che il decreto parla di "innocenza"?
"Sottolineerei il  termine "presunzione", espressione che è inserita all'interno di un complesso processo di accertamento dei fatti. Solo al termine del processo si scioglierà l'enigma. Dunque la nostra Costituzione, giustamente, non prende parte né a favore della pubblica accusa, né a favore dell'indagato. Bensì della verità processuale. Come diceva Calamandrei a favore della "giustizia"". 

E comunque, sempre la Costituzione, garantisce il diritto all'informazione. Dopo questo decreto non si rischiano invece querele a raffica e continue rettifiche che la renderanno difficilissima o addirittura impossibile?
"Questo è sicuramente un problema. Ma io vedo soprattutto un rischio per la corretta informazione: il decreto rimette sostanzialmente nelle esclusive mani della procura la scelta di informare attraverso comunicati ufficiali ovvero conferenze stampa che però possono essere indette solo dagli uffici della procura stessa. Ciò produce due vizi. Da un lato che le indagini proseguano nel segreto e senza la necessaria trasparenza perché le procure tacciono, dall'altro un opposto difetto, che si può rivelare distorsivo delle corretta informazione sulle indagini in corso: i giornalisti, i quali non potendo più risalire a fonti ufficiali, dovranno rivolgersi a fonti più oscure e meno controllabili. E questo di certo non sarebbe un buon servizio alla giustizia".

Guardiamo alle procure. Ritiene giusto che un pm che ha seguito un'indagine, ha emesso delle misure, poi non le possa spiegare pubblicamente anche assumendosene la responsabilità davanti agli italiani? Un pm costretto al silenzio non ricorda regimi autoritari? "Anche qui, per capire, può essere utile fare un caso concreto, sebbene ovviamente di fantasia. Prenda il caso di un processo nei confronti di un importante leader politico o di un ministro, ovvero di un'altissima autorità dello Stato che - questa è l'ipotesi - subisca misure restrittive. L'eventuale conferenza stampa, se non addirittura uno scarno comunicato ufficiale, può soddisfare il diritto all'informazione? Nonché dare la possibilità di far eventualmente emergere le stesse ragioni a difesa dell'imputato? Dico di più: poiché il divieto riguarda tutte le autorità pubbliche, quindi lo stesso governo, questo non potrebbe esprimere alcun commento sui fatti commessi, ovvero dovrebbe parlare solo unidirezionalmente ricordando la presunzione d'innocenza. Mi immagino lo scenario che ne deriverebbe e le polemiche conseguenti". 

Le conferenze stampa di fatto proibite e sostituite con un comunicato stampa. Noi giornalisti le chiamiamo "veline", ma c'è il rischio che in futuro si possano pubblicare solo quelle. Se si scrive altro si verrà querelati o subissati di rettifiche. E i pm e le polizie non potranno rivelare nulla. Cosa si teme? Che si spieghino le ragioni di un'inchiesta? I fatti? Le prove che ci stanno dietro? Certo, è solo l'inizio di un'inchiesta ma proprio per questo l'opinione pubblica deve essere informata. Non ha l'impressione, dopo aver letto il decreto, che l'unico obiettivo sia quello di impedire ai magistrati di parlare o addirittura forse di indagare?
"La mia idea è che si stiano valutando male due aspetti. Da un lato, la necessità effettiva e urgente di separare i fatti dalle opinioni. Se è giusto per i giornalisti distinguere gli uni dagli altri, a maggior ragione e indubitabilmente questo deve valere per chi esercita funzioni giurisdizionali. Dunque - ma qui torniamo alla deontologia - tutte le misure che impongono un rigore nella puntuale e corretta indicazione dei fatti, nella comunicazione istituzionale dei magistrati, nei confronti della stampa e di chiunque, mi sembra da approvare, ma queste regole sono tutte già previste nella legge sull'ordinamento giudiziario del 2006, nelle direttive del Csm e degli uffici delle procure. L'altro aspetto sottovalutato è il giornalismo d'inchiesta, fattore indispensabile delle democrazie che non può certo limitarsi a informare tramite le veline".

La storia dei nomi alle inchieste, Mani pulite, Mafia capitale, eccetera. Ma può un semplice nome influenzare il giudizio sul caso? Davvero, come chiedono le Camere penali, l'inchiesta va contrassegnata solo con un numero? È accettabile la posizione del relatore Costa che vuole cancellare del tutto questi nomi?
"Mi permetto di dire che questo divieto mi fa un po' sorridere. Da quello che a me risulta i nomi alle inchiesta vengono dati per lo più dalla stampa, e non credo proprio che la copertura di un mero numero possa impedire lo sbizzarrirsi della fantasia dei nostri quotidiani. Il limite vero è se questa fantasia si trasforma in un'effettiva lesione della dignità della persona perché, come ho detto all'inizio, questo principio deve valere per tutti, perfino, come diceva Kant, per le persone indegne. Figuriamoci se non deve valere per chi è tutelato dal principio di presunzione di non colpevolezza scritto nell'articolo 27 della Carta".

Mi scusi se insisto, ma questa storia dei nomi - che neppure Berlusconi aveva mai sollevato - non svela una paranoia anti pm e anti giornalisti? Qui l'impressione è che - con la scusa della direttiva Europea - si voglia silenziare del tutto la cronaca giudiziaria...
"La direttiva Ue 343 del 2016 in realtà invita ad adottare norme che tutelino indagati e imputati, e impone di presentarli in pubblico senza fare riferimento a una loro colpevolezza. Ma non impone certamente leggi così prevenute e, a mio parere, anche di scarsa utilità per la sacrosanta tutela del non colpevole indagato".