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Lega, Giorgetti: sei giorni in missione per cercare sponde negli Usa

Giancarlo Giorgetti 

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Dal 18 al 24 ottobre incontrerà il suo omologo e dirigenti di grandi aziende italiane. E a novembre nel Golfo Persico vedrà anche il principe saudita bin Salman
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ROMA - Un viaggio progettato nei minimi dettagli. Sei giorni negli Stati Uniti in cerca di accreditamento internazionale da spendere per sé, certo. Ma anche per posizionare la Lega su una strada nuova: lontana dal trumpismo che l’ha finora contraddistinta. Capace di dialogare anche con la nuova amministrazione democratica di Joe Biden. Giancarlo Giorgetti – da programma – dovrebbe partire il 18 ottobre, nell’ultimo giorno dei ballottaggi. E tornare il 24. Sei giorni sono qualcosa di più di una visita di cortesia: sono un tour conoscitivo con degli obiettivi precisi.

Il ministro dello Sviluppo – rivale quieto ma ostinato della linea salviniana nel partito - vedrà sicuramente il suo omologo statunitense e alcune figure chiave dell’amministrazione Biden alla Casa Bianca. Fino all’ultimo, ha tentato di fare in modo che a riceverlo all’aeroporto ci fosse la vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris, ma alla fine l&r…

ROMA - Un viaggio progettato nei minimi dettagli. Sei giorni negli Stati Uniti in cerca di accreditamento internazionale da spendere per sé, certo. Ma anche per posizionare la Lega su una strada nuova: lontana dal trumpismo che l’ha finora contraddistinta. Capace di dialogare anche con la nuova amministrazione democratica di Joe Biden. Giancarlo Giorgetti – da programma – dovrebbe partire il 18 ottobre, nell’ultimo giorno dei ballottaggi. E tornare il 24. Sei giorni sono qualcosa di più di una visita di cortesia: sono un tour conoscitivo con degli obiettivi precisi.

Il ministro dello Sviluppo – rivale quieto ma ostinato della linea salviniana nel partito - vedrà sicuramente il suo omologo statunitense e alcune figure chiave dell’amministrazione Biden alla Casa Bianca. Fino all’ultimo, ha tentato di fare in modo che a riceverlo all’aeroporto ci fosse la vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris, ma alla fine l’aspirazione si è rivelata troppo alta. Vedrà però alcuni esponenti democratici del Congresso, ai quali è stato presentato come una sorta di “McCain della Lega”. Paragonato quindi – in opposizione a Salvini - al senatore repubblicano che aveva avuto, unico, il coraggio di opporsi a Donald Trump. Un ruolo particolarmente scomodo oggi che Salvini cerca di riprendere centralità anche nel governo, grazie agli incontri periodici con il presidente del Consiglio e all’asse coi governatori sul Green Pass.

Per Giorgetti non si tratta più di correre a rassicurare i mercati e placare lo spread, come fece agli esordi del governo giallo-verde volando a New York a parlare con gli investitori. E correndo poi a Washington, per conoscere gli uomini più vicini a Donald Trump, a partire dal genero consigliere Jared Kushner. L’uomo in doppiopetto della Lega, il rappresentante degli interessi delle aziende del Nord, l’amico degli industriali che a settembre ha strappato applausi entusiasti all’assemblea di Cernobbio, è in cerca di una nuova spinta. Verso dove non è dato sapere. Certo, come tanti, forse sogna di poter sostituire Draghi nel caso il premier dovesse andare al Quirinale. Oppure, più che per il governo ponte che potrebbe venire, prepara una nuova leadership nella Lega.

Ha bisogno di intese e in questo senso il supporto degli alleati americani può essergli utile. Soprattutto perché, per la nuova amministrazione della Casa Bianca, tenere lontano uno dei principali partiti della destra italiana dalle derive sovraniste e dall’area di influenza della Russia di Vladimir Putin è di interesse strategico. Giorgetti ha sempre detto di voler essere un mediano ("Tutti vogliono sempre fare gol, la verità è che servono quelli come me"). Lavorando come Oriali, quindi, a recuperar palloni, il responsabile Esteri della Lega prepara meticolosamente e riservatamente viaggi importanti. Incontrerà dirigenti delle grandi aziende italiane presenti negli Stati Uniti come Barilla e Fincantieri. Dovrebbe tenere e un discorso nella prestigiosa università di Harvard. Tesse una tela complicata per chi dagli Stati Uniti, soprattutto dai democratici, è stato finora guardato con sospetto.

Ma stavolta, nessuno scommette sul fatto che voglia passare la palla al suo leader: la distanza che lo separa da Matteo Salvini appare – nelle ultime settimane - sempre più profonda. Soprattutto, a spiccare è la vicinanza assoluta a Mario Draghi, che definisce perfetto per il Quirinale, evocando però rischi per il Pnrr proprio nel caso ci andasse. Dopo che avrà finito di dimostrare affidabilità all’alleato americano, Giorgetti si riposerà per meno di due settimane per poi ripartire. Destinazione: i Paesi del Golfo Persico, dal 6 al 10 novembre. Prima di tutto Dubai, dove incontrerà il ministro dell’Economia e visiterà l’Expo 2020. Lo stesso giorno sarà ad Abu Dhabi, per poi trasferirsi l’indomani a Riad.

Il primo incontro nella capitale dell’Arabia Saudita sarà con Mohammed bin Salman, il principe ereditario sospettato di essere il mandante dell’omicidio dell’editorialista del Washington Post Jamal Ahmad Khashoggi. Non è una visita destinata a suscitare lo stesso scandalo di quando Matteo Renzi si fece intervistare dal principe parlando del “nuovo Rinascimento” saudita, perché si tratta di un incontro ufficiale e non di un convegno remunerato. Ma l’Italia ha con l’Arabia Saudita un contenzioso sulle armi, ha bloccato le vendite di bombe e missili per tentare di porre un argine, o quanto meno di non farsi complice della sanguinosa guerra nello Yemen. E insomma, di polemiche potrebbero essercene lo stesso.

Il giro nel Golfo, che passa anche dal Qatar, finisce in Kuwait e si conclude con un incontro con il contingente militare italiano. Giorgetti viaggia, studia, incontra. E chissà che la palla, per una volta, non abbia voglia di tenerla per sé.