ROMA - Enrico Letta arriva da solo intorno all'ora di pranzo. Varca il portone di Montecitorio a passo spedito, come se sei anni non fossero passati, d'altronde "questo è il mio secondo "primo giorno" di scuola", va di calembour davanti ai cronisti che lo intercettano nel cortile della Camera. Scortato dalla capogruppo Debora Serracchiani, entra di corsa in aula, accolto dagli applausi.
"Sono qui per l'intervento della Lamorgese, oggi se mena", scherza mimando il gesto delle botte. "Onorato ed emozionato" di ricominciare là dove aveva lasciato, giacca blu e cravatta rossa, simile a quelle indossate da Pierluigi Bersani, l'ultimo segretario del Pd a occupare uno scranno da leader del principale partito della sinistra: proprio come lui adesso, dopo Renzi e Zingaretti che capi politici e parlamentari insieme non sono stati mai.
ROMA - Enrico Letta arriva da solo intorno all'ora di pranzo. Varca il portone di Montecitorio a passo spedito, come se sei anni non fossero passati, d'altronde "questo è il mio secondo "primo giorno" di scuola", va di calembour davanti ai cronisti che lo intercettano nel cortile della Camera. Scortato dalla capogruppo Debora Serracchiani, entra di corsa in aula, accolto dagli applausi.
"Sono qui per l'intervento della Lamorgese, oggi se mena", scherza mimando il gesto delle botte. "Onorato ed emozionato" di ricominciare là dove aveva lasciato, giacca blu e cravatta rossa, simile a quelle indossate da Pierluigi Bersani, l'ultimo segretario del Pd a occupare uno scranno da leader del principale partito della sinistra: proprio come lui adesso, dopo Renzi e Zingaretti che capi politici e parlamentari insieme non sono stati mai.
Per Letta nipote è il giorno del gran ritorno nel Palazzo, da "semplice deputato di Siena", tiene a precisare. "Davvero un bene averlo qui", sospira Matteo Orfini, "un elemento d'ordine importante in vista della difficile fase che sta per aprirsi". Sono trascorsi 75 mesi da quel caldo luglio 2015 in cui l'ex premier fresco di defenestrazione pronunciò il breve discorso di commiato che ora suona come una profezia: "Dimettermi dal Parlamento non vuol dire dimettermi dalla politica".
Dall'esilio parigino lui ha continuato a farsi sentire, a scrivere libri, a imparare: sino al richiamo alla guida di un Pd sull'orlo dell'implosione. L'inizio della sua terza vita, alle prese con l'impresa più ardua della carriera, ma "noi siamo per le sfide impossibili, il nostro mantra è mission impossible come Tom Cruise", scherza il segretario. Andando per titoli significa: costruire il Nuovo Ulivo mettendo in piedi un sistema di alleanze che vada da Conte a Calenda; giocare da protagonista la partita del Quirinale; traghettare il Paese nel dopo-Draghi alla testa di una coalizione di centrosinistra che vinca le Politiche e ne raccolga l'eredità. Tre obiettivi che si tengono insieme, fallirne uno vorrebbe dire pregiudicare gli altri.
"Non sarà una passeggiata", avverte Letta nella segreteria convocata al mattino per l'analisi della vittoria. "Bisogna lavorare sull'astensionismo, recuperare la disaffezione che morde in periferia, sanare il vulnus dell'assenza di donne candidate. Se abbiamo sconfitto la destra è perché abbiamo dimostrato unità e mandato messaggi chiari di sostegno al governo". Due punti chiave, sui quali il leader dem non intende arretrare. "Noi non cederemo alla tentazione di chiedere il voto anticipato per un presunto interesse di parte", scandisce, "so bene che qualcuno pensa che sarebbe più conveniente approfittarne ora, ma per noi viene prima l'interesse del Paese. E l'interesse del Paese è avere Draghi a Palazzo Chigi. La legislatura deve continuare sino al 2023 per completare le riforme e il Pnrr".
Su questo non transige, Letta. Il motivo per cui ha proclamato la moratoria: della successione a Mattarella si comincerà a parlare da gennaio, una volta approvata la legge di Bilancio. E nessuno si sogni di indicare l'attuale premier per il Colle. Sarà Draghi a decidere cosa fare, e il Pd agirà di conseguenza. Appoggiando qualunque scelta voglia prendere - è la strategia - ma cercando di assicurare la prosecuzione delle Camere. Magari con il varo di un nuovo governo modello Ursula, Fi dentro e la Lega fuori, utile anche a definire il perimetro delle future alleanze.
Un'incognita, quella del Quirinale, che finisce gioco forza per condizionare la discussione sulla legge elettorale. "Enrico è molto scettico sulla possibilità che si possa modificare prima dell'elezione del nuovo capo dello Stato", rivela un fedelissimo. "Se poi Draghi dovesse accettare di salire al Colle, il quadro si complicherebbe ulteriormente". Eccolo il dilemma che in queste ore agita il Nazareno: si può proseguire la legislatura senza Draghi? E siccome "no" è la risposta più diffusa, nel Pd cresce la voglia di Mattarella bis.
Lo dice chiaro Alessandro Alfieri aprendo in serata la riunione di Base riformista: "Una legge proporzionale serve all'Italia per garantire che dopo il voto vi siano coalizioni solide e capaci di governare davvero". Ergo: "Mattarella al Quirinale e Draghi a palazzo Chigi sono la migliore assicurazione affinché l'Italia arrivi nelle migliori condizioni al 2023". L'unica possibile anche per Enrico Borghi, deputato molto vicino a Letta, che ieri a un gruppo di colleghi spiegava: "Questo Parlamento è pieno di cavalli scossi, come quelli del Palio di Siena.
Almeno 350 eletti che sanno di non avere chance di tornare, non rispondono più a nessuno, ma hanno un potere di stroncatura enorme. E se Draghi volesse andare al Colle senza garantire che il governo andrà avanti lo stesso, altro che i 101 di Prodi. Il rischio è che, nel segreto dell'urna, venga impallinato senza pietà".