Elezione presidente della Repubblica, l’alleanza europeista può entrare in scena nel risiko sul Colle
di Emanuele Lauria , di Emanuele LauriaROMA - Siamo al prepartita. Ma la gara per il Quirinale, nella mente dei diversi coach in campo, è cominciata. E a fischiare l’inizio è stato Renato Brunetta, con l’intervista a Repubblica in cui disegna una coalizione "popolare, liberale e socialista". Le telefonate e le chat dei tanti che - specie nell’area moderata - hanno commentato con soddisfazione le parole del ministro che vuole "liberarsi dei sovranisti" hanno avuto ad oggetto un’estensione del ragionamento: quella stessa aggregazione potrebbe fare il debutto nell’elezione del presidente della Repubblica.
"Un insieme di forze come quello immag…
ROMA - Siamo al prepartita. Ma la gara per il Quirinale, nella mente dei diversi coach in campo, è cominciata. E a fischiare l’inizio è stato Renato Brunetta, con l’intervista a Repubblica in cui disegna una coalizione "popolare, liberale e socialista". Le telefonate e le chat dei tanti che - specie nell’area moderata - hanno commentato con soddisfazione le parole del ministro che vuole "liberarsi dei sovranisti" hanno avuto ad oggetto un’estensione del ragionamento: quella stessa aggregazione potrebbe fare il debutto nell’elezione del presidente della Repubblica.
"Un insieme di forze come quello immaginato da Brunetta - spiega il vicepresidente della Camera Ettore Rosato di Iv - avrebbe il vantaggio indiscutibile di sostenere un profilo spiccatamente europeista". D’accordo con lui Benedetto Della Vedova, altro esponente di un potenziale polo centrista che in queste ore vede crescere le proprie ambizioni: "Se di qui a febbraio, dunque in prossimità del voto per il Colle, in Forza Italia prevarrà l’anima moderata, è chiaro che quest’area politica diverrà protagonista nella scelta del candidato". Un tale scenario, per quanto suggestivo, ha bisogno però di essere rafforzato dai numeri.
Immaginiamo una coalizione "senza populismi né sovranismi", per dirla con le parole del senatore pd Andrea Marcucci: questo rassemblement andrebbe sostanzialmente dal Pd a Forza Italia. Avrebbe 357 fra deputati e senatori, più una trentina di delegati regionali. Una cifra insufficiente di grandi elettori: alle prime tre votazioni la maggioranza è a quota 673, dalla quarta scende a 505. Ciò significa, e questo il Pd lo sa bene e infatti Letta non ha alcuna intenzione di escluderli dalla partita, che servirebbe comunque l’appoggio dei 5Stelle e della loro pattuglia di 233 parlamentari.
Un cartello di questo tipo avrebbe insomma la forza di eleggere un presidente. E toglierebbe al centrodestra a traino sovranista quella golden share che per la prima volta, nella storia delle elezioni quirinalizie, è pronto ad esercitare. "Dopo i fatti interni a Forza Italia, scommetterei qualche euro sul fatto che il prossimo presidente venga eletto dal centrosinistra più una parte degli azzurri", dice un deputato di lungo corso quale Osvaldo Napoli. "In cambio di cosa? Di una legge elettorale in senso proporzionale", aggiunge.
La questione è complessa. E le incognite sono soprattutto i nomi. In realtà non ce ne sono molti: il gioco del Colle è un po’ il gioco dell’oca. Si torna allo stesso punto. Una coalizione iper-europeista non può che avere come candidato ideale Mario Draghi, se decidesse il trasferimento da Chigi al colle più alto di Roma, o lo stesso Sergio Mattarella, che finora ha sempre smentito qualsiasi ipotesi di riconferma. Il Pd è più propenso verso questa seconda eventualità perché preferirebbe che il premier rimanesse al suo posto sino a fine legislatura.
E anche oltre, con una coalizione larga che tagli le ali sovraniste e populiste: fra i boatos degli ultimi giorni ce n’è uno che riguarda un’accoppiata Mattarella-Draghi sino al 2026, anno in cui si chiude il periodo di spesa del Pnrr. Ipotesi che piace anche alle forze di Centro che, se si supereranno le incomprensioni fra Renzi, Calenda e Toti potrebbero annoverare una novantina di Parlamentari. E fare da ago della bilancia per il Quirinale.
Davanti a una disponibilità di Draghi per il Colle, però, questa coalizione non si opporrebbe di certo. Anzi, nel Pd potrebbe far scattare un piano B, ovvero una spinta per le elezioni anticipate che Enrico Letta, reduce dalla vittoria alle amministrative, non vede più come fumo negli occhi e che peraltro gli consentirebbe di fidelizzare le sue truppe in Parlamento. A patto che, appunto, nel frattempo si costruisca una coalizione larga. Il rischio di andare alle Politiche già in primavera, però potrebbe frenare sia i 5S (destinati a vedere ridimensionata la propria pattuglia in Parlamento) che gli operai del costituendo cantiere moderato (se mai sarà tirato su) che vogliono prima la proporzionale. E allora Draghi sì, ma con la garanzia che la legislatura vada a scadenza naturale, oppure altre soluzioni per il Quirinale.
I grillini sono quelli più interessati a un bis di Mattarella o a una soluzione tecnica: l’ipotesi Marta Cartabia esiste, anche se proprio i 5Stelle, che hanno rischiato la rottura sulla riforma della giustizia, non sono entusiasti. L’asse centrista potrebbe invece puntare su nomi di area, come quello di Pierferdinando Casini. O, sussurra qualcuno, di Gianni Letta, per avvicinare il mondo forzista. In questo scenario, però, con Lega e Fdi fuori partita, il Pd recupererebbe una centralità che gli permetterebbe di spendere un nome suo: tornerebbe in campo l’opzione Gentiloni.
Ma molto dipenderà dall’atteggiamento dei “ribelli” di Forza Italia. Che non hanno il controllo del partito, anzi, e hanno lasciato intendere che almeno fino alla prova del Colle non vogliono formalizzare uno strappo. E se così sarà, a meno di novità giudiziarie, resterà in campo la candidatura di Silvio Berlusconi, alla quale Salvini e Meloni per ora non dicono no proprio per fare gioco di interdizione e restare in ballo fino all’ultimo. "Credo che Draghi andrà avanti a lavorare", ha detto a Washington il leghista Giancarlo Giorgetti, lasciando dunque la strada aperta ad altre soluzioni per la più alta carica dello Stato, Cavaliere compreso. Tre mesi ancora di tattica e finzioni. Anche il gioco dell’oca, prima o poi, finisce.