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Pd, Letta tra Scholz e Sanchez per puntare a palazzo Chigi e all’alleanza progressista

Da sinistra, Olaf Scholz, Pedro Sanchez e Enrico Letta 

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Il segretario dem a Roma al seminario Global progress con il futuro premier tedesco e quello spagnolo. Nel dietro le quinte gli ospiti internazionali interrogano il dem: “Enrico, che farà Draghi?”
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ROMA - Enrico Letta è seduto a sinistra, guardando il palco. Subito accanto a lui c’è Olaf Scholz, il prossimo premier tedesco. Ancora più in là, Pedro Sanchez, di nuovo premier in Spagna. Quel che dice quest’immagine - quel che racconta la due giorni democratica con i leader progressisti mondiali - è che il segretario pd ha aspirazioni grandi quanto grande è la coalizione che intende costruire per raggiungerle. E come Scholz punta a raccogliere la migliore eredità del governo di coalizione di Angela Merkel, Letta punta a fare la stessa operazione dopo Mario Draghi. Rivendicando le scelte che stanno tirando fuori il Paese dalla crisi, il Green Pass, le norme antiCovid varate per riaprire e non richiudere.

ROMA - Enrico Letta è seduto a sinistra, guardando il palco. Subito accanto a lui c’è Olaf Scholz, il prossimo premier tedesco. Ancora più in là, Pedro Sanchez, di nuovo premier in Spagna. Quel che dice quest’immagine - quel che racconta la due giorni democratica con i leader progressisti mondiali - è che il segretario pd ha aspirazioni grandi quanto grande è la coalizione che intende costruire per raggiungerle. E come Scholz punta a raccogliere la migliore eredità del governo di coalizione di Angela Merkel, Letta punta a fare la stessa operazione dopo Mario Draghi. Rivendicando le scelte che stanno tirando fuori il Paese dalla crisi, il Green Pass, le norme antiCovid varate per riaprire e non richiudere.


Non ci sono rivali, nello spazio Alibert a due passi da Trinità dei monti. Al seminario del Global progress non si percepisce neanche in lontanza, la figura del leader 5S Giuseppe Conte, che pure quella stessa ambizione ha coltivato per qualche tempo. È il segretario pd a prenotare quel posto per il futuro. Se il centrosinistra italiano dovesse seguire il destino di quello spagnolo, tedesco, dei Paesi del Nord Europa.


Lo fa con una rete di relazioni imponente, che va dai socialdemocratici europei ai dem americani ai liberali canadesi. Lo fa unendo i pugni con Sanchez e Scholz e immaginando una nuova Europa: che metta il cambiamento climatico al primo punto, non al secondo o al terzo dell’agenda (Sanchez), che lo coniughi però con le necessità delle classi sociali più spaventare dalla transizione. Parla degli operai, Scholz, di come quella che attende il mondo sarà la più grande rivoluzione industriale dell’ultimo secolo e quindi è per loro, che dovrà essere conveniente. È con loro, che la sinistra dovrà saperla costruire.


La spavalderia di Sanchez - "Non esistono la prima la seconda o la terza via: esiste solo quella che va avanti, che non guarda al passato" - quasi stona - su quel palco - di fronte all’austera mitezza del tedesco. Emblema di un nuovo tipo di leadership: più rassicurante, forse apparentemente più noiosa, ma incredibilmente in sintonia con il sentire di un mondo che esce da uno schock durato quasi due anni e ha bisogno di figure rassicuranti, per immaginarsi salvo.


I tre parlano la stessa lingua, annuiscono l’uno nei confronti dell’altro, certo non possono convergere sulla speranza di cambiare il patto di stabilità europeo (non si sbilancia, Scholz, che nel suo governo avrà dentro i liberali), ma gli intenti - alla fine - sono comuni. Nel dietro le quinte, sia loro che gli americani, chiedono a Letta: "Enrico, che farà Draghi?" ma non riescono a scucirgli alcun pronostico. Riescono invece a farlo parlare di quella che il segretario dem ritiene la chiave della vittoria alle amministrative: "Siamo stati capaci di tenere insieme sicurezza e libertà nella strategia per uscire dalla pandemia: green pass, gradualità nelle riaperture, sostegno pieno a Draghi. In tutti i nostri Paesi - se ci pensate - il filo conduttore è stato l’approccio al Covid".


Non sottovalutare, non fingere che fosse finita quando non lo era, non farsi sedurre dal pensiero magico come ha in parte fatto - quasi vunque - una destra che chiedeva libertà senza responsabilità. Basterà per far atterrare in Italia quel che in Germania e Spagna è già realtà alle prossime elezioni? Tra un anno e mezzo, forse prima, che le variabili sono molte e tutte - al momento - impazzite. Nessuno dentro quella sala sembrava coltivare l’illusione che per battere destre ancora molto forti bastino volti tranquilli e agende condivise a livello mondiale. Né che basti chiedere, all’Unione del futuro, che il prossimo Recovery fund sia un piano comune e non il collage dei progetti di tutti i Paesi.

La destra è forte e rischia di mettere in crisi molto di quello a cui i progressisti tengono: la stessa idea di Europa, se è vero - come dice Letta - che la minaccia arrivata dalla decisione della Corte costituzionale polacca è la peggiore da molti, molti anni.