Calabria, rebus giunta per Occhiuto. Pressing di Lega e Fdi per ottenere più poltrone
di Alessia Candito , di Alessia CanditoA quasi un mese dalle elezioni regionali, la Calabria vede – infine – proclamati consiglieri e governatore. Ma per la Giunta ancora toccherà attendere. “Non è una priorità” ha fatto sapere il neo presidente di Regione Calabria, Roberto Occhiuto, fresco di proclamazione.
Ufficialmente, perché i dossier urgenti sono tanti, le questioni da risolvere pure e l’eredità del facente funzioni Nino Spirlì non è esattamente di tutto riposo: una contestazione da 69 milioni per mancata rendicontazione da parte della Commissione europea, bandi in scadenza con progettazione inesistente, la selezione dei 40 esperti chiamati a dare una mano nella pianific…
A quasi un mese dalle elezioni regionali, la Calabria vede – infine – proclamati consiglieri e governatore. Ma per la Giunta ancora toccherà attendere. “Non è una priorità” ha fatto sapere il neo presidente di Regione Calabria, Roberto Occhiuto, fresco di proclamazione.
Ufficialmente, perché i dossier urgenti sono tanti, le questioni da risolvere pure e l’eredità del facente funzioni Nino Spirlì non è esattamente di tutto riposo: una contestazione da 69 milioni per mancata rendicontazione da parte della Commissione europea, bandi in scadenza con progettazione inesistente, la selezione dei 40 esperti chiamati a dare una mano nella pianificazione della spesa del Pnrr. E questo solo per limitarsi alle difficoltà burocratiche e gestionali pubblicamente ammesse. In realtà, dicono i bene informati, c’è anche una questione tutta politica, non solo all’interno della maggioranza, ma anche dentro i singoli partiti. I nodi da sciogliere sono tanti. E le risse in corso pure.
“La Giunta regionale - dice Occhiuto, appena uscito dalla Corte d’appello di Catanzaro - la farò nei tempi stabiliti dallo Statuto”. A dispetto delle rosee previsioni di chi attende una squadra di nomi in tempi brevi, significa fino a dieci giorni dopo la prima convocazione dell’assemblea regionale. In agenda, ovviamente, una data non c’è ancora ed è difficile che venga individuata prima di mercoledì, giorno in cui una riunione romana dovrebbe quanto meno provare a sciogliere alcuni nodi. A partire da Forza Italia.
In Calabria – ed è un unicum in tutto il Paese – la creatura di Silvio Berlusconi viaggia ancora su percentuali a doppia cifra e alle elezioni del 3 e 4 ottobre si è laureata primo partito della regione. Risultato, una batteria di sette eletti sui venti che compongono la maggioranza, senza considerare i due arrivati in dote dalla lista avatar “Forza Azzurri”. Ufficialmente nessuno lo ammette, ma scorre fiele fra i colonnelli, a partire dal senatore vibonese e coordinatore del partito in Calabria, Giuseppe Mangialavori, e dal deputato reggino Francesco Cannizzaro.
Dopo la condanna a 5 anni per scambio elettorale politico mafioso del senatore reggino Marco Siclari – con esecuzione messa in stand-by dalla giunta in attesa delle motivazioni – e l’inchiesta che ha fatto finire ai domiciliari il presidente del Consiglio regionale, il catanzarese Mimmo Tallini sono loro a dare le carte nel partito calabrese. Ed entrambi spingono per assessorati e ruoli espressione dei rispettivi territori. Una questione più di potere che di pennacchio, che – secondo indiscrezioni – toccherà a Tajani in persona sciogliere. Nel frattempo ognuno muove le sue pedine, dentro e fuori dal partito. Incluso dalle parti di Italia Viva, che in anticipo rispetto alle recenti convergenze, alle regionali ha tentato un approdo ufficiale nel centrodestra con candidati propri, salvo poi rinculare nel limbo di chi in pubblico non si schiera.
Anche nel resto della coalizione però il caos non manca, soprattutto dalle parti della Lega. Al terzo commissariamento consecutivo, il partito di Matteo Salvini diviso per bande era e diviso per bande resta, nel corso dell’ultimo anno di pezzi ne ha perso più d’uno e il risultato si è visto alle urne. Sorpasso di Fdi archiviato come cosa del passato, 32mila voti e 4 punti persi per strada, il disastro Crotone dove a stento la Lega ha raggiunto il quorum del 4%.
“Abbiamo quattro consiglieri” si consola pubblicamente Salvini, ma la Lega di fatto arretra. Ed è tutto materiale buono per far deflagrare i mal di pancia interni, con in più un’aggravante: Nino Spirlì, vicepresidente della scorsa legislatura, catapultato alla guida della Calabria dalla morte della governatrice Jole Santelli. È l’unico per cui Salvini abbia pubblicamente negoziato con gli alleati, pretendendo che fosse confermato come numero due della Regione, per di più senza imporgli di pesarsi nelle urne. Peccato che all’interno della Lega calabrese in molti vedano l’ex facente funzioni come fumo negli occhi e più di uno gli addebiti la responsabilità del naufragio elettorale.
"Con il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto nei prossimi giorni parlerò di Giunta e del ruolo che uomini e donne della Lega potranno avere sia nell'esecutivo che in Consiglio. A me non interessano le etichette ma la concretezza" ha detto il Capitano, precipitatosi in Calabria qualche giorno dopo le elezioni, secondo rumors più per sedare risse e cercare di recuperare le redini del partito che per “ascoltare le opinioni di chi è stato eletto e di chi non lo è stato” come spiegato in pubblico.
Alla fine però, Spirlì potrebbe spuntarla. Primo, perché via Bellerio non sembra ancora intenzionata a scaricare l’ex facente funzioni, considerato a torto o a ragione uno dei pochi fedelissimi in un partito calabrese sostanzialmente incontrollabile. Secondo, per mancanza di competitor.
Sebbene Giorgia Meloni abbia messo in discussione quell’incarico ancor prima dell’appuntamento con le urne, ai suoi in Calabria la vicepresidenza della Regione sembra interessare poco. La lista dei desiderata prevede due assessorati o in alternativa la presidenza del Consiglio e un assessorato. Del resto, ci sono quattro eletti da accontentare, un paio di caporioni rimasti fuori che avanzano pretese e un assessore uscente, Fausto Orsomarso, per il quale si pretende la riconferma. E qui potrebbero nascere i primi problemi interni in maggioranza, perché il neogovernatore Occhiuto ha già fatto sapere che, anche in caso di rientro in Giunta, nessuno manterrà le medesime deleghe.
“Ma di certo non ci accontenteremo di assessorati di secondo piano” fanno filtrare da Fdi “siamo comunque il secondo partito della coalizione”. Vero, anche se più per demeriti altrui che per successi personali. Rispetto al 2020, il partito di Giorgia Meloni sorpassa la Lega, ma non sfonda, anzi lascia per strada quasi due punti percentuali e 20mila voti. Un risultato che forse ai piani alti di Fdi neanche dispiace troppo, se è vero che precedenti boom elettorali di questo o quel candidato si sono scoperti in tempi brevi drogati dall’appoggio dei clan. “Abbiamo deciso di usare criteri anche più stringenti di quelli previsti dalla commissione parlamentare antimafia” dicono fonti interne, a spanne però più speranzose che certe di un futuro senza eletti travolti da inchieste giudiziarie.
Ad oggi, un problema di tutto il centrodestra. E lo sa bene l’Udc, che lascia per strada parecchi punti forse anche a causa dell’inchiesta che ha visto coinvolto il suo segretario regionale, l’ex assessore Franco Talarico, riaccolto in Giunta come se nulla fosse appena scarcerato dai domiciliari e di recente condannato a 5 anni. Ma al 4% i centristi ci arrivano e toccherà accontentare pure loro, al pari di Coraggio Italia, formazione nuova ma che alle urne ha strappato il 5%. Insomma, tutti gli elementi per un rebus di non facile soluzione ci sono. Ma a Occhiuto toccherà necessariamente trovare la quadra, anche a costo di scontentare più di uno.