Conte non controlla i 5 Stelle. In Senato stop al suo capogruppo
di Matteo Pucciarelli , di Matteo PucciarelliMILANO - Mentre al Senato gli emissari di Giuseppe Conte come Paola Taverna, Vito Crimi e Mario Turco erano al lavoro per convincere gli indecisi a votare per la riconferma di Ettore Licheri alla guida del gruppo parlamentare — una rielezione che fino a qualche giorno addietro veniva data per scontata — un altro bel pezzo di Movimento che conta era a godersi la presentazione del libro di Luigi Di Maio a pochi passi da Montecitorio, in galleria Alberto Sordi: Virginia Raggi, Alfonso Bonafede, Laura Castelli, Riccardo Fraccaro, Stefano Buffagni, Vincenzo Spadafora, solo per citarne alcuni. Comunque, al netto della suggestione, risultato finale: 36 voti per Ettore Licheri, 36 per Maria Domenica Castellone, la candidata outsider che scombina tutti i piani dei vertici. Sì perché quel che si era sempre detto, e che a Conte era stato garantito, era che al Senato il grosso degli eletti era di sua stretta osservanza. Tra molti dubbi, quella pareva una certezza. Le cos…
MILANO - Mentre al Senato gli emissari di Giuseppe Conte come Paola Taverna, Vito Crimi e Mario Turco erano al lavoro per convincere gli indecisi a votare per la riconferma di Ettore Licheri alla guida del gruppo parlamentare — una rielezione che fino a qualche giorno addietro veniva data per scontata — un altro bel pezzo di Movimento che conta era a godersi la presentazione del libro di Luigi Di Maio a pochi passi da Montecitorio, in galleria Alberto Sordi: Virginia Raggi, Alfonso Bonafede, Laura Castelli, Riccardo Fraccaro, Stefano Buffagni, Vincenzo Spadafora, solo per citarne alcuni. Comunque, al netto della suggestione, risultato finale: 36 voti per Ettore Licheri, 36 per Maria Domenica Castellone, la candidata outsider che scombina tutti i piani dei vertici. Sì perché quel che si era sempre detto, e che a Conte era stato garantito, era che al Senato il grosso degli eletti era di sua stretta osservanza. Tra molti dubbi, quella pareva una certezza. Le cose non stanno evidentemente così.
Se ci si aggiunge che anche alla Camera la situazione non è delle migliori — si era chiesto all’attuale capogruppo Davide Crippa, molto vicino a Beppe Grillo, di lasciare prima della scadenza di dicembre, ma lui ha resistito con successo e questo punto chissà che non si ricandidi — si capisce bene che Conte non pare avere la piena presa dei “propri” parlamentari. Fatto ancor più preoccupante pensando al complicato passaggio del Quirinale, dove ai partiti servirebbe avere reale contezza dei voti da mettere sul piatto. "È una sorpresa arrivata dopo un percorso bellissimo", dice Castellone, visibilmente soddisfatta. La sua vittoria, in fondo, l’ha già avuta, considerato che era partita con lo sfavore di ogni pronostico.
Peraltro c’è stato il giallo di una scheda col voto per Licheri che poteva essere annullata perché non segnata correttamente, il che avrebbe addirittura lasciato Castellone un punto avanti; ma per non esacerbare gli animi si è deciso di non andare allo scontro in punta di diritto, visto che comunque il voto nullo non sarebbe stato decisivo. A questo giro infatti occorreva la maggioranza assoluta, cioè il raggiungimento di quota 38.
Va detto comunque che Castellone non si è mai definita non contiana, o ribelle rispetto al nuovo corso. E attorno a questo dato di fatto l’entourage del presidente del Movimento prova a metterci una pezza: nessuna spaccatura, nessuna bocciatura per il candidato di Conte, solo un proficuo esercizio democratico. "Non ho riscontrato - le parole del presidente del M5S - traccia di spaccature né elementi che possano accreditare l'immagine distorta che qualcuno ha interesse strumentalmente a diffondere in queste ore di una votazione che torna utile per 'contarsi' o per alimentare nuove divisioni. Bisogna spazzare via queste letture divisive perché il nuovo corso è nel segno della inclusione e della massima valorizzazione dei talenti di ognuno". Dopodiché anche i muri sanno che in realtà scontenti e delusi avrebbero votato per lei, non solo perché convinti della necessità di un maggiore confronto interno, ma anche per far suonare l’allarme rosso in plancia di comando. Come si suol dire: un segnale.
L’accentramento di potere nelle mani dei fedelissimi, il poco coinvolgimento di esponenti di peso, la mannaia del sì o no al superamento del limite ai due mandati che incombe su tutti, l’eccessivo appiattimento sul Pd: sono queste le ragioni dei malumori, ognuna diversa e più o meno sincera, che però si stanno coagulando. Né ha giovato la decisione dello staff della comunicazione, diventata di dominio pubblico sabato scorso, di riservare le apparizioni televisive ai soli cinque vicepresidenti da poco nominati da Conte. E adesso? Il nuovo voto — sempre con maggioranza assoluta, dal terzo scrutinio si passa a quella semplice — era programmato per oggi, poi si è detto di rimandare alla prossima settimana, poi no, di nuovo sì. Ore di trattative interne sul da farsi, per dire il contraccolpo: se ne riparla martedì, cinque giorni per rifiatare.