Quirinale, come funziona l'elezione del Presidente della Repubblica: regole e precedenti
di Silvio Buzzanca , di Silvio BuzzancaIl mandato di presidente della Repubblica di Sergio Mattarella scade il 3 febbraio del 2022. Il capo dello Stato in carica è stato eletto il 31 gennaio del 2015, al quarto scrutinio con 665 voti, ma i sette anni di incarico previsti dalla Costituzione scattano dal giorno del giuramento davanti al Parlamento riunito in seduta comune.
Dunque, dai primi giorni del prossimo anno parte la procedura per arrivare all'elezione del successore di Mattarella. Le votazioni si terranno nell'aula di Palazzo Montecitorio e a presiedere è chiamato il presidente della Camera Roberto Fico con accanto la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Sette anni fa l'elezione di Mattarella fu caratterizzata anche dalla presenza sullo scranno più alto di Montecitorio, per la prima volta, di due donne: Laura Boldrini, presidente della Camera, e Valeria Fedeli, presidente vicario del Senato. Piero Grasso, infatti, in quanto presidente di Palazzo Madama sostituiva…
Il mandato di presidente della Repubblica di Sergio Mattarella scade il 3 febbraio del 2022. Il capo dello Stato in carica è stato eletto il 31 gennaio del 2015, al quarto scrutinio con 665 voti, ma i sette anni di incarico previsti dalla Costituzione scattano dal giorno del giuramento davanti al Parlamento riunito in seduta comune.
Dunque, dai primi giorni del prossimo anno parte la procedura per arrivare all'elezione del successore di Mattarella. Le votazioni si terranno nell'aula di Palazzo Montecitorio e a presiedere è chiamato il presidente della Camera Roberto Fico con accanto la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Sette anni fa l'elezione di Mattarella fu caratterizzata anche dalla presenza sullo scranno più alto di Montecitorio, per la prima volta, di due donne: Laura Boldrini, presidente della Camera, e Valeria Fedeli, presidente vicario del Senato. Piero Grasso, infatti, in quanto presidente di Palazzo Madama sostituiva al Quirinale Giorgio Napolitano dimissionario.
Di seguito i richiami alla procedura prevista per l'elezione del presidente della Repubblica. Procedura che è in gran parte prevista dalla Costituzione promulgata nel 1948.
Requisiti per l'elezione
Sui requisiti per essere eletto presidente della Repubblica la Costituzione, all'articolo 84, non lascia margini di dubbio: può essere eletto ogni cittadino italiano che abbia compiuto 50 anni e gode dei diritti politici e civili. Questo vuol dire che non possono partecipare all'elezioni figure politiche come Matteo Renzi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni o Maria Elena Boschi. Hanno tutti meno di 50 anni. Possono farlo invece Romano Prodi, 82 anni, o Silvio Berlusconi, 85 anni. Il Cavaliere può avanzare la sua candidatura nonostante la condanna a quattro anni per evasione fiscale che portò alla sua esclusione dal Senato. Nel 2018, infatti, il Tribunale di Milano ha accolto la richiesta del Cavaliere ridandogli i diritti civili e politici.
Chi elegge il Presidente della Repubblica
Il presidente della Repubblica viene eletto dal Parlamento in seduta comune, cioè dai 630 deputati e dai 321 senatori, integrati da 58 grandi elettori scelti dai Consigli regionali. Ogni regione nomina tre grandi elettori, due della maggioranza e uno dell'opposizione, mentre la Valle d'Aosta ne nomina solo uno. Nel voto del 2015 tutte le regioni erano rappresentate anche dai "governatori". Sulla base della geografia politica attuale il centrodestra può contare su 32 grandi elettori e il centrosinistra con il M5S su 24. Il calcolo si completa con il delegato della Valle d'Aosta, autonomista, e con quello del Trentino Alto Adige, dove un posto su tre potrebbe toccare al centrodestra.
I quorum
Per eleggere il presidente della Repubblica si vota a scrutinio segreto. Nelle prime tre votazioni serve il quorum qualificato dei due terzi del Parlamento in seduta comune: cioè 673 elettori su 1009. Dal quarto scrutinio è prevista la soglia della maggioranza assoluta: 505 elettori su 1009. I presidenti Camera e Senato non partecipano al voto.
I numeri in campo
Al momento il centrodestra e il centrosinistra più M5S non hanno i numeri per superare quota 673 e quota 503. I primi si fermano a 441 elettori, i secondi a 467. Tutto sta allora nelle mani dei 98 parlamentari che non sono ascrivibili ai due gruppi. A Palazzo Madama sono 43. Nell'elenco ci sono i 6 senatori a vita, i 6 senatori che compongono il gruppo delle Autonomie, i 2 del MAIE.
Il grosso però è composto da 29 iscritti al Misto non iscritti ad alcuna componente. Ben 26 provengono dagli eletti del M5S. Alla Camera, invece, sono 55. Anche a Montecitorio la gran parte, 43, è stata eletta col Movimento 5 Stelle. Sono 14 quelli confluiti nella componente l'Alternativa c'è. Sono 10 i deputati che parte della componente del Misto "Centro Democratico", 3 sono iscritti alla componente "Europeisti-MAIE-PSI", 4 alle "Minoranze linguistiche", uno all'USEI.
Infine ci sono 23 sono deputati non iscritti ad alcuna componente.
Le precedenti elezioni
Fino ad oggi il Parlamento in seduta comune ha nominato 13 presidenti, tenendo conto anche del secondo mandato di Giorgio Napolitano. Ma solo tre sono riusciti nell'impresa di essere nominati al primo turno: De Nicola nel 1948, Francesco Cossiga nel 1985 e Carlo Azeglio Ciampi nel 1999. Altri quattro ce l'hanno fatto alla quarta votazione, quando il quorum scende dai due terzi alla maggioranza assoluta: Luigi Einaudi nel 1948, Giovanni Gronchi nel 1955, Giorgio Napolitano nel 2006 e Sergio Mattarella nel 2015. Per eleggere Antonio Segni nel 1962 servirono 9 sedute. Negli altri casi ci volle molto più tempo. Per eleggere Sandro Pertini nel 1978 servirono 16 votazioni. E per insediare al Colle Giuseppe Saragat, 1964 si dovettero svolgere 21 votazioni. Ma il record spetta a Giovanni Leone che nel 1971 venne nominato presidente della Repubblica dopo 23 votazioni.
Bis al Colle, dimissioni e presidenti supplenti
La Costituzione non prevede divieti di rielezione al Colle dopo la fine del mandato. Ma finora l'unico caso è quello di Giorgio Napolitano che concluso il settennato nel 2013, fu rinominato e restò in carica fino al 2015. La Costituzione non esclude neanche che il presidente della Repubblica in carica si dimetta dal suo incarico. Una scelta che ha fatto De Nicola da presidente provvisorio eletto dalla Costituente nel 1947. Rimise l'incarico, ma il giorno dopo la Costituente lo riconfermò. Rieletto nel gennaio del 1948 restò al Colle fino all'elezione di Einaudi. In caso di malattia, impedimento, morte o lunghi viaggi all'estero o casi particolari, come quello di Grasso con le dimissioni di Napolitano, entra in gioco il presidente del Senato che assume il ruolo di presidente supplente.
Antonio Segni e il piano Solo
Molto drammatiche le vicende che portarono alle dimissioni di Antonio Segni. Il 7 agosto 1964, due anni dopo l'elezione, fu colpito da una trombosi che lo paralizzò durante un burrascoso colloquio al Quirinale con Aldo Moro, presidente del Consiglio, e Giuseppe Saragat, ministro degli Esteri. Oggetto della discussione il famoso Piano Solo, il colpo di Stato che avrebbe organizzato il generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo. Segni restò in carica fino al 6 dicembre del 1964, quando Moro e Saragat dichiararono la sua inabilità permanente e lui firmò le dimissioni. Come da previsione costituzionale al suo posto si insediò il presidente del Senato Cesare Merzagora, fino alla successiva elezione di Saragat.
Leone e il caso Lockheed
Anche le dimissioni di Giovanni Leone furono tempestose. Il giurista napoletano lasciò l'incarico sei mesi prima della scadenza travolto dallo scandalo Lockheed, le presunte tangenti pagate per l'acquisto di aerei militari da parte della Difesa italiana. Il suo posto lo prese Amintore Fanfani che, almeno per sei mesi occupò la poltrona che inseguì invano nella sua carriera politica.
La cortesia di Pertini e le picconate di Cossiga
Pertini si dimise otto giorni prima, ma solo per cortesia verso Cossiga che era stato già eletto dal Parlamento. Meno cortesi le dimissioni, un mese prima di Cossiga, in aperta polemica con Parlamento e partiti. Al suo posto il presidente del Senato Giovanni Spadolini. In quei giorni si consumò la strage di Capaci che accelerò la nomina di Scalfaro al Colle.
Le crisi di governo
Il presidente della Repubblica ha un ampio ventaglio di poteri che assumono più o meno peso politico a seconda della personalità che occupa la poltrona del Quirinale, che usi la moral suasion o faccia sentire la sua voce attraverso i messaggi alle Camere negli interventi pubblici. Poteri più vistosi del presidente entrano in scena quando scoppia una crisi politica e il governo arriva alle dimissioni. A quel punto il Quirinale apre le consultazioni, raccoglie i pareri dei presidenti di Camera e Senato e conferisce l'incarico. Tocca poi a lui nominare il presidente del Consiglio inviato alle Camere per avere la fiducia.
Le elezioni anticipate
In caso di fallimento il presidente della Repubblica scioglie le Camere, o una di esse, e indice le elezioni. Tocca a lui presiedere il Consiglio superiore della magistratura e il Consiglio supremo di Difesa. Tocca a lui dirigere le Forze Armate e dichiarare lo stato di guerra deciso dalle Camere. Tocca sempre a lui autorizzare il governo a presentare le leggi e i decreti-legge, promulga quelle approvate dal Parlamento. Può pure respingerne alcune al Parlamento e inviare messaggi alle Camere. Può concedere la grazia e commutare la pena ai detenuti.