Cosa sappiamo dell'Italygate, da Trump al superpirata informatico D'Elia
di Conchita SanninoGli americani inviati da Trump, a quanto pare, lo fecere davvero. Da una prima verifica del ministero della Giustizia sulla vicenda è emerso che nel gennaio del 2021, due ufficiali o addetti diplomatici dell'ambasciata Usa a Roma, non ancora identificati, con uno stratagemma entrarono nel carcere di Salerno. Obiettivo: interrogare un detenuto italiano, Arturo D'Elia, considerato un superpirata e sospettato di aver partecipato al presunto complotto italiano che a Washington era stato battezzato "Italygate". D'Elia era finito sotto la lente dell'intelligence d'Oltreoceano, perché ritenuto in grado di dirottare parte dei voti degli statunitensi all'estero, dall'allora presidente in carica al rivale Biden.
Gli americani inviati da Trump, a quanto pare, lo fecere davvero. Da una prima verifica del ministero della Giustizia sulla vicenda è emerso che nel gennaio del 2021, due ufficiali o addetti diplomatici dell'ambasciata Usa a Roma, non ancora identificati, con uno stratagemma entrarono nel carcere di Salerno. Obiettivo: interrogare un detenuto italiano, Arturo D'Elia, considerato un superpirata e sospettato di aver partecipato al presunto complotto italiano che a Washington era stato battezzato "Italygate". D'Elia era finito sotto la lente dell'intelligence d'Oltreoceano, perché ritenuto in grado di dirottare parte dei voti degli statunitensi all'estero, dall'allora presidente in carica al rivale Biden.
E' un retroscena che non era mai emerso, quella visita nel penitenziario ricostruita da Repubblica, che ora ha spinto il ministero della Giustizia a fare chiarezza. Si scopre che la Procura di Roma aveva già acquisito la notizia dopo la trasmissione degli atti da parte dei pm di Napoli.
"Ho chiesto al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di prendere informazioni e approfondire con il direttore del carcere esattamente cosa è successo", ha detto la Guardasigilli, Marta Cartabia, rispondendo alle domande dei giornalisti durante la sua visita istituzionale in America. "Occorre verificare esattamente cosa è successo - ha aggiunto - per cui noi ci siamo immediatamente attivati". E a breve è attesa al Dap la relazione chiesta dal capo Dino Petralia alla direttrice del carcere.
Ma che cosa sappiamo di quello che avvenne in Italia, nei mesi caldissimi della rabbia di Trump?
La rivelazione
Dieci mesi fa, i primi dell'anno 2021. Sono passate quasi due settimane dall'assalto a Capitol Hill: in Italia è l'Epifania, ma per l'America sono ore di violenze e sangue nel cuore delle istituzioni americane. E campeggia uno strano cartello in mano agli aggressori. Dice: "Italy did it", la nostra ambasciata a Washington registra il messaggio e allerta la Farnesina. La Casa Bianca a guida Trump punta l'occhio su alcuni presunti traditori italiani. E, stando alle testimonianze inedite pubblicate dal nostro giornale, è il 19 gennaio quando un soggetto Usa entrò come ombra al seguito di una parlamentare italiana, Sara Cunial, ex M5s, durante una anomala visita ispettiva nel carcere "Antonio Caputo" di Salerno. E ha sottoposto a domande solo quel recluso: D'Elia, oggi 39enne, il super pirata informatico originario di Eboli, che un mese prima era stato arrestato a Napoli per attività di accesso abusivo e dossieraggio ai danni di Leonardo Spa - il colosso della Difesa e Sicurezza italiana, maggiore azionista il Ministero dell'Economia e Finanza - l'azienda per cui lavorava come responsabile della gestione della sicurezza informatica. I due americani lo prendono in disparte, cominciano a chiedergli cosa sappia del voto americano.
D'Elia, che successivamente è stato condannato per questi reati a 3 anni e 4 mesi, ma che ancora oggi nega di aver partecipato a qualunque condizionamento delle elezioni, si sottrae impaurito. Segnala subito la vicenda al proprio avvocato, Nicola Naponiello. Che intanto scrive ai pm. E che oggi conferma tutto a Repubblica.
Le indagini del Ministero e delle Procure
Dopo i sospetti avanzati in un libro appena uscito in America, "Betrayal", del giornalista della Abc News Jonathan Karl, in cui si ipotizzava che un addetto militare Usa di via Veneto avesse sentito in carcere quegli arrestati italiani, ora i fatti messi in fila dimostrerebbero che la missione fu compiuta. La ricostruzione, rimasta coperta da segreto, è al vaglio della Procura di Roma guidata da Michele Prestipino, dopo la trasmissione degli atti da parte dei colleghi napoletani Claudio Onorati e Sofia Cozza, coordinati dall'aggiunto Vincenzo Piscitelli.
I pm di Piazzale Clodio, Valentina Margio e Roberto Felici, già in estate avevano intanto notificato sei avvisi di garanzia a personaggi e faccendieri ritenuti coinvolti in manovre del presunto Italygate: sono sospettati di aver alimentato la teoria complottista al fine di provocare "alterazioni dei prezzi di mercato". Tra gli indagati figurerebbero anche Alfio D'Urso, un avvocato catanese che nello stesso gennaio del 2021 aveva mostrato ai media addirittura una "testimonianza giurata" a firma di D'Elia, che quest'ultimo gli avrebbe affidato e in cui l'uomo si autoaccusava dell'inquinamento dei voti , a danno del presidente Trump. "Tutto falso, assurdo. Mai conosciuto quest'uomo", si era già difeso D'Elia. Parte lesa, nell'inchiesta di Roma, è la Leonardo Spa.
Ma ora c'è il giallo nel giallo. Ed è il nodo di quella "missione" non autorizzata in carcere: un fatto che deve interrogare le istituzioni italiane. Il Ministero della Giustizia è intervenuto, aprendo un'indagine interna: il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, attraverso il vertice Dino Petralia, ha chiesto dettagli alla direzione del carcere di Salerno, guidato da Rita Romano. Intende capire: come si svolse quella visita, effettivamente trascritta nel registro tra le 11 e le 13 di quel 19 gennaio, della Cunial, parlamentare che oggi siede nel gruppo Misto della Camera, già noto per i suoi scontri con il Movimento 5S e per il suo radicalismo No Vax; chi erano gli "accompagnatori" della parlamentare, se e come furono registrati.
Il ritratto di D'Elia
Ma chi è D'Elia? Non solo "un super esperto di sistemi informatici, come lui in Italia ce ne sono pochissimi", stando alle parole del suo avvocato. Fatto sta che il tecnico era stato a lungo consulente di alcune Procure in Campania, era già caduto in una vicenda di dossieraggio ed era stato condannato nel 2006 per un cyber attacco ad una base Nato, e fino al 2017 ha lavorato per Leonardo Spa, occupandosi esattamente dei settori in cui era noto per i suoi assalti "predatori" di migliaia di file sensibili sulle informazioni della Sicurezza. D'Elia, in una intercettazione, sosteneva che le indagini napoletane non avrebbero potuto nuocergli perché lui godeva di "coperture", aveva depositato "una lettera da un notaio". Dettagli mai più spiegati. "Si trattava, io credo, di assolute millanterie", sostiene ora il suo legale.
Travolto dall'inchiesta, D'Elia ha poi ammesso le sue responsabilità. Puntando su una tesi poco credibile: creava quelle voragini nel sistema, violando ben 94 postazioni di lavoro delle Divisioni Velivoli e Serostrutture, grazie ad un malware creato proprio da lui, per mostrare quanto fosse abile nel bucare la sicurezza e a riparare le falle. Con lui, nel dicembre 2020, finisce agli arresti anche Antonio Rossi, anch'egli uno dei vertici del settore in Leonardo, sospettato a sua volta di aver depistato il lavoro dei pm per circa due anni, deviando le attenzioni dalle responsabilità del collega. Mentre D'Elia ha patteggiato la sua condanna e chiede ora di finire di scontare "i due anni e pochi mesi, magari con un affidamento ai servizi sociali, per tornare alla mia vita", per il presunto complice Rossi il processo comincia il 30 novembre dinanzi al giudice di Napoli.
L'intreccio tra politici, avvocati e generali
Stando sempre alle ricostruzione dei pm, D'Elia era stato assunto in Leonardo grazie alla raccomandazione di un ex senatore di Forza Italia, l'avvocato Franco Cardiello. Che poi nelle prime fasi dell'indagine, diventa curiosamente anche il suo legale. Oggi conferma tutto, ma con Repubblica liquida la faccenda: "Parlai di D'Elia con una persona". Cioè con l'ex generale dell'Arma Romolo Bernardi: che, a sua volta, creò un contatto con Leonardo, un dirigente interno. "Era davvero bravo, il ragazzo e quindi lo presero. Stop. Io l'ho difeso per un breve periodo, poi si è fatto assistere da un altro collega", precisa l'ex senatore. Per inciso: sia Cardiello sia Bernardi non sono mai stati toccati dalle indagini.
Nella partita su Italygate, comunque, viene mobilitato negli scorsi mesi un altro ex plenipotenziario di Fi, l'avvocato Carlo Taormina. L'ex parlamentare berlusconiano annunciava solenne: "Ho un mandato da Trump, mediante il generale Flynn, mi occuperò del ruolo di D'Elia". Ma ora l'ex difensore di eccellenti e mafiosi liquida tutto in pochi secondi: "No, è tutto superato, Trump è tornato sui suoi passi, insomma si è sciolto tutto".
Non tutto. Resta da capire come sia potuta passare inosservata quella missione degli "inviati" Usa in un carcere italiano. Completamente avvolta dal mistero.
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