Non parla di Quirinale, né si sbilancia quando lo candidano al Quirinale. Mario Draghi non si espone. Qualcosa però sta lentamente cambiando, attorno a lui. È come se una consapevolezza diffusa prendesse forma e forza, aggiungendo ragioni e argomenti alla necessità di restare in carica a Palazzo Chigi. Per completare la missione che gli è stata assegnata alla guida dell'esecutivo di unità nazionale. Per portare l'Italia sui binari della normalità, dopo la devastante crisi del Covid.
Una premessa, fondamentale: Draghi ritiene che il governo non resisterebbe a una rottura del patto di maggioranza in occasione del voto sul Colle. E quindi, più che domandarsi se resterà fino al 2023, bisognerebbe chiedersi: reggerà la maggioranza alla prova del voto sul Quirinale? Dovesse farcela, l'ex banchiere sarebbe proiettato sull'orizzonte del 2023. "Sì, a marzo ci sarò", ha confidato il pr…
Non parla di Quirinale, né si sbilancia quando lo candidano al Quirinale. Mario Draghi non si espone. Qualcosa però sta lentamente cambiando, attorno a lui. È come se una consapevolezza diffusa prendesse forma e forza, aggiungendo ragioni e argomenti alla necessità di restare in carica a Palazzo Chigi. Per completare la missione che gli è stata assegnata alla guida dell'esecutivo di unità nazionale. Per portare l'Italia sui binari della normalità, dopo la devastante crisi del Covid.
Una premessa, fondamentale: Draghi ritiene che il governo non resisterebbe a una rottura del patto di maggioranza in occasione del voto sul Colle. E quindi, più che domandarsi se resterà fino al 2023, bisognerebbe chiedersi: reggerà la maggioranza alla prova del voto sul Quirinale? Dovesse farcela, l'ex banchiere sarebbe proiettato sull'orizzonte del 2023. "Sì, a marzo ci sarò", ha confidato il premier al segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri che gli chiedeva della sua permanenza alla guida del governo anche dopo le elezioni del Presidente della Repubblica. Difficile sostenere che avrebbe potuto rispondere in modo diverso. Resta il fatto che qualche settimana fa avrebbe magari glissato con un sorriso, o sfoderato una battuta come quella sul Campari dispensata ai cronisti a Parigi qualche giorno fa. Riportare il Paese sui binari della normalità, dunque, uscendo definitivamente dalla pandemia. E completare la missione. Ecco, se c'è un nodo che pesa più degli altri è proprio quello del Covid. È stata la principale ragione del cambio di governo - l'altra è il Recovery Plan - resta il principale obiettivo che si è prefisso Draghi.
Nessuno poteva conoscere gli effetti dei vaccini, o prevedere quanto l'Europa sarebbe stata colpita dalla quarta ondata: lo è, duramente, in alcuni Paesi peggio che in Italia. La situazione è sotto controllo e molto è stato fatto, ma la battaglia non può considerarsi conclusa. Tutto questo pesa, altroché se pesa. I governi sono chiamati a una nuova corsa contro il tempo sulle vaccinazioni. A scelte che richiedono rapidità. Soltanto ieri gli anestesisti tedeschi lanciavano l'allarme su una "catastrofe" imminente in patria.
È un punto su cui battono molti ministri e leader. "Penso che stiamo facendo il bene dell'Italia con il governo Draghi", è la linea di Enrico Letta, che è contrario a esecutivi a termine e spinge per arrivare al 2023 con l'attuale premier (una scelta che, tra l'altro, premia il Pd anche nei sondaggi). Giancarlo Giorgetti non è da meno, al pari dei governisti di Forza Italia. E anche Luigi Di Maio, di recente, ha discusso in privato con l'ex banchiere del futuro e della crisi sanitaria, spingendo molto sulla necessità di completare il lavoro iniziato a Palazzo Chigi. La verità è che a tutti i livelli dell'esecutivo, e a maggior ragione a Palazzo Chigi, inizia a farsi largo una consapevolezza: difficile chiedere al Paese di sopportare altri sei mesi di stato d'emergenza e non assicurare contestualmente stabilità politica.
Questa consapevolezza sembra ripercuotersi anche sui messaggi del governo. Fino a qualche settimana fa, dall'esecutivo rimbalzava soprattutto uno slogan, il cui senso era: abbiamo rimesso le cose in ordine, Pnrr e gestione della fase post pandemica possono marciare da soli. Il vento, ora, spira in un'altra direzione, alimentando il senso di urgenza per la gestione dei fondi Ue e l'impegno per fronteggiare la quarta ondata. Resta ovviamente la gigantesca incognita del Colle. Draghi, come detto, non si sbilancia, ritenendo però che senza un candidato condiviso si frantumerebbe la maggioranza di unità nazionale. Di più non dice. Altri, invece, evocano il nome di Sergio Mattarella. Per il rapporto che lo lega al premier, rappresenterebbe la principale garanzia anche per l'attuale esecutivo. Sono i partiti, semmai, che potrebbero appellarsi al Presidente della Repubblica, con argomenti analoghi a quelli che stanno usando con l'ex banchiere: stabilità, superamento dell'emergenza, completamento della missione di salvezza nazionale. Di certo, il Pd guarda all'eventuale bis come la strada più lineare. Gianni Letta ha la stessa opinione, ritenendolo la soluzione migliore, oltreché quella più logica. E finanche Berlusconi, che al Colle ci punta con tutte le sue forze, considera Mattarella il profilo più forte e credibile. E Giorgia Meloni lo stuzzica: visto che il Cavaliere tratta con il Pd, significa che sta rinunciando alle sue ambizioni sul Colle.