Il ritorno del Centro. I litigiosi moderati si immaginano decisivi per il Quirinale
di Matteo Pucciarelli , di Matteo PucciarelliMILANO - È un tesoretto da oltre 110 parlamentari, la famosa terra di mezzo che, fosse davvero una sol cosa, potrebbe fare da ago della bilancia in chiave Quirinale. Il grande centro infatti conta, ma è frammentato. Una dozzina di sigle, qualcuna tendente a “sinistra” e qualcun altra a destra; tutti moderati e tutti riformisti — qualsiasi cosa voglia dire — e a parole tutti draghiani convinti. Italia viva (che al Senato fa gruppo col Psi), Coraggio Italia che a Palazzo Madama è nel misto e c’è la componente Cambiamo, Centro democratico che stava con +Europa, Azione, Noi con l’Italia, il Maie, l’Udc che però è nel gruppo con Forza Italia, le minoranze linguistiche che a volte le trovi di qui e a volte di là, i vari singoli rimasti senza partito ma di osservanza post-democristiana.
MILANO - È un tesoretto da oltre 110 parlamentari, la famosa terra di mezzo che, fosse davvero una sol cosa, potrebbe fare da ago della bilancia in chiave Quirinale. Il grande centro infatti conta, ma è frammentato. Una dozzina di sigle, qualcuna tendente a “sinistra” e qualcun altra a destra; tutti moderati e tutti riformisti — qualsiasi cosa voglia dire — e a parole tutti draghiani convinti. Italia viva (che al Senato fa gruppo col Psi), Coraggio Italia che a Palazzo Madama è nel misto e c’è la componente Cambiamo, Centro democratico che stava con +Europa, Azione, Noi con l’Italia, il Maie, l’Udc che però è nel gruppo con Forza Italia, le minoranze linguistiche che a volte le trovi di qui e a volte di là, i vari singoli rimasti senza partito ma di osservanza post-democristiana.
"Le caratteristiche principali del centro sono che si sente tale dove comanda e che allo stesso tempo però nessuno vuol fa comandare il proprio vicino di banco", racconta un profondo conoscitore della galassia figlia del vecchio e imponente scudocrociato come Gianfranco Rotondi, oggi forzista. Il quale ama ricordare il suo esame di filosofia politica all’università di Napoli col professor Dino Pasini, correva l’anno 1980. Con una certa preveggenza in suo saggio quest’ultimo postulava che i problemi della democrazia fossero addebitabili alla “partitocrazia”, a sua volta piagata dalla “correnticrazia”. "La terza domanda per conquistare il 30 e lode era quale sarebbe stato il passaggio successivo. La risposta esatta era la 'individuocrazia', 'verrà un tempo in cui ogni politico farà la sua partita'. Ci siamo arrivati. Ognuno farà quel che gli conviene, non ci sarà una regia", è la previsione di Rotondi.
Ospite della festa di Fratelli d’Italia, Matteo Renzi — il quale ultimamente sta brigando con Giovanni Toti, il presidente della Regione Liguria promotore col sindaco di Venezia Luigi Brugnaro di Coraggio Italia, costola minore del centrodestra — ha spiegato che "per la prima volta il centrodestra ha dei numeri in maggioranza, da Fdi a Fi, il 45 per cento dei grandi elettori. Il punto è se prenderà l’iniziativa insieme o no. Di certo stavolta il ruolo di king maker tocca a voi". Riflessione di Rotondi: "Se Renzi avrà la possibilità di sfruttare le divisioni per piazzare un suo candidato allora ci proverà, ma se capirà che Silvio Berlusconi può farcela allora caricherà i voti di Iv su di lui: non perché siano determinanti ma per poter poi dire che ha dato una sberla al sistema, giusto per saltare sul carro del vincitore un attimo prima".
Se fuori dal Palazzo un mattatore centrista come Clemente Mastella, appena rieletto sindaco di Benevento dopo essere stato tantissime cose tra le quali il ministro alla Giustizia del secondo governo Prodi, lavora ad una ricomposizione d’area, dentro (al Senato) si dà da fare la moglie Sandra Lonardo, eletta con Fi e ora battitrice libera. "Credo anche io che il centrodestra in questo caso parta avvantaggiato e chi pescherà meglio nel Misto vincerà. I nomi per me sono tre: Mario Draghi, Berlusconi e Pier Ferdinando Casini. Il premier ha autorevolezza ma lo vedrei bene dove sta, per continuare il suo lavoro. Berlusconi? Beh, lo voterei". Cosa può unire il mondo centrista? "Gli egoismi sono troppi, forse l’unico collante è il fare una scelta che non comporti il ritorno al voto".
Emilio Carelli è stato eletto con i 5 Stelle, poi se n’è andato poco prima del via libera al governo Draghi per fondare un piccolo movimento centrista-popolare, adesso è nel gruppo Coraggio Italia. "Se c’è un accordo di tutti quanti per Draghi noi ci stiamo, altrimenti se Berlusconi si candidasse non esiteremmo a votarlo", ragiona. Bruno Tabacci, parlamentare dal 1992, centrista sì vicino però al Pd e soci, spiega con un certo disincanto che "la disarticolazione politica, coi partiti che sembrano il participio passato di 'partire', fa sì che la possibilità di controllo sugli eletti sia davvero molto bassa".
Perciò la maggioranza farà la scelta più utile per i singoli e con il taglio dei parlamentari che incombe è facile prevedere che la voglia di chiudere anzitempo la legislatura sia poca. Le previsioni appaiono impossibili: "Carlo Calenda è funambolico e ha pochi eletti, Renzi gioca tutto sulla tattica. Dia retta a me, il centro non esiste...".