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Assedio a Draghi, Salvini boccia l’ascesa al Quirinale: "Resti premier"

Il leader della Lega durante una pausa del processo Open Arms a Palermo: "Io devo governare col Pd e lui se ne va? Ha ragione l'Economist". Tajani sulla stessa linea, ma Meloni vuole il voto. E il leghista silura anche Cartabia
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PALERMO - "Ma come, io faccio lo sforzo enorme di governare con il Pd e lui se ne va?". Matteo Salvini stringe Mario Draghi in un abbraccio soffocante. E con determinazione senza precedenti, con fare sarcastico, lo blocca sulla poltrona di Palazzo Chigi. Cimentandosi con successo, cioè, in quello che è diventato lo sport preferito dei leader di partito: fermare il cammino (eventuale) del premier verso il Quirinale.

Sono le tre del pomeriggio quando il capo della Lega approfitta di una pausa del processo Open Arms per smettere i panni dell'imputato e liberare l'energia compressa in sei ore di diligente presenza in prima fila nell'aula bunker di Pagliarelli. Quel che ne viene fuori è una raffica di considerazioni taglienti e battute. Si parte dal giudizio dell'Economist, che lodando il governo italiano insinua dubbi sull'eventuale trasloco di Draghi sul Colle: "Sono d'accordo con l'Economist: il premier deve restare dov…

PALERMO - "Ma come, io faccio lo sforzo enorme di governare con il Pd e lui se ne va?". Matteo Salvini stringe Mario Draghi in un abbraccio soffocante. E con determinazione senza precedenti, con fare sarcastico, lo blocca sulla poltrona di Palazzo Chigi. Cimentandosi con successo, cioè, in quello che è diventato lo sport preferito dei leader di partito: fermare il cammino (eventuale) del premier verso il Quirinale.

Sono le tre del pomeriggio quando il capo della Lega approfitta di una pausa del processo Open Arms per smettere i panni dell'imputato e liberare l'energia compressa in sei ore di diligente presenza in prima fila nell'aula bunker di Pagliarelli. Quel che ne viene fuori è una raffica di considerazioni taglienti e battute. Si parte dal giudizio dell'Economist, che lodando il governo italiano insinua dubbi sull'eventuale trasloco di Draghi sul Colle: "Sono d'accordo con l'Economist: il premier deve restare dov'è".

E davanti a chi eccepisce che l'ex banchiere potrebbe non essere allettato dal continuare a guidare un esecutivo che a ridosso delle elezioni minaccia di diventare rissoso e instabile, Salvini replica senza indugi: "Siamo tutti impegnati in un'esperienza di unità nazionale che impone sacrifici. E poi faccio fatica a pensare che, con lo stato d'emergenza prorogato al termine di marzo, a gennaio ci troviamo senza premier". La mascherina "Prima l'Italia" non contiene la verve dialettica del numero uno del Carroccio, che è deciso a svolgere fino in fondo il ruolo di play-maker: "Credo che fra Natale e Capodanno potrà già riunirsi il tavolo dei segretari. Troveremo un nome autorevole e decideremo bene e, se non tutti insieme, a larga maggioranza".

L'ipotesi Draghi non lo convince anche perché, sottolinea, "se sposti un tassello poi c'è il rischio che venga giù tutto". Sono concetti che il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani rilancia poco dopo: "Che Draghi rimanga a Palazzo Chigi è un fatto di interesse nazionale: non dimentichiamo che il Covid non è battuto, è stato prorogato lo stato di emergenza, c'è il Recovery. Ormai tutti dicono la stessa cosa: lo dico io, lo dice Salvini, ma anche Enrico Letta, Giuseppe Conte, Washington e Bruxelles". Eccolo, l'assedio nei confronti del primo ministro, spinto a non muoversi ancor prima che lui abbia comunicato cosa fare. E quando interviene anche il segretario del Pd Letta, non lo fa per smentire o correggere i due esponenti del centrodestra, tutt'altro. Lo fa per dirsi solo convinto che "la decisione finale sarà supportata dalle forze politiche con il più largo consenso possibile".

A questo punto anche ciò che sembrava scontato fino a qualche tempo fa, ovvero il fatto che quel "largo consenso" per l'elezione del Capo dello Stato possa comporsi attorno alla figura di Draghi, è ora messo in dubbio. Si torna a Palermo, nella fredda aula di un tribunale di periferia. Dove qualcuno - nei tempi morti dell'udienza - ricorda come anche un nome "blindato" come quello di Ciampi, nel 1999, fu ostacolato da 180 franchi tiratori. "E allora non c'era il rischio di elezioni anticipate..." sibila Salvini, pronto ad ammettere che 22 anni fa esisteva anche la certezza di partiti più compatti: "Letta e Conte si siederanno al tavolo delle decisioni ma siamo sicuri davvero che rappresentano appieno i loro partiti?".

Comincia un toto-nomi un po' surreale, visto il contesto giudiziario, fra la deposizione di un testimone e l'altra. Il segretario leghista è freddo su Marcello Pera: "A differenza di quello che scrivono i giornali non lo vedo e non lo sento da tempo". E boccia con eleganza Marta Cartabia. Appena si cita la Guardasigilli sgrana gli occhi perplesso: "La sua riforma del processo penale ha cercato di accontentare tutti, e non mi sembra che le migliori riforme nascano così. Stesso discorso vale per quella del Csm". Si snocciolano altre ipotesi, si fanno calcoli: "Aspettando anche di capire cosa vuole fare Silvio Berlusconi", rammenta Salvini. Che aggiunge sornione: "Lui i numeri sulla carta ce li avrebbe...".

Al pressing dei partiti sul secondo tempo di Draghi al governo si sottrae Fratelli d'Italia. Che capisce che non c'è aria di tornare alle urne e alza il tono della sfida: Con il mandato di Mattarella termina anche quello di questa maggioranza e si torna alle urne", auspica Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di un partito che vuole capitalizzare la crescita di consensi attribuitagli dai sondaggi. È esattamente la posizione della presidente Giorgia Meloni, che dà corpo all'ultimo paradosso quirinalizio: l'unica forza politica interessata a "promuovere" Draghi è quella che gli fa opposizione in Parlamento.