ROMA - Non cambia idea facilmente. E per adesso Mario Draghi non l'ha fatto: il passaggio al Quirinale resta una prospettiva da non escludere. Uno scenario a cui non ha rinunciato. Un'opzione che, paradossalmente, è considerata tanto più necessaria, quanto più si complica il contesto generale a causa della pandemia e delle resistenze dei partiti.
Sia chiaro: sono ore drammatiche, nessuno al vertice dell'esecutivo lo nega. Giorni in cui si dovranno assumere decisioni complesse. Lo si capisce guardandosi intorno, in Europa e negli Stati Uniti. Ma questo non sembra aver intaccato alcune convinzioni radicate da settimane. Semmai, il caos politico spinge ancora di più la galassia "draghiana" a puntare all'obiettivo quirinalizio. Anche perché l'alternativa - così almeno si teme - è un Parlamento reso ingovernabile dalla battaglia per un Presidente della Repubblica scelto da una sola parte. Il timore, insomma, &e…
ROMA - Non cambia idea facilmente. E per adesso Mario Draghi non l'ha fatto: il passaggio al Quirinale resta una prospettiva da non escludere. Uno scenario a cui non ha rinunciato. Un'opzione che, paradossalmente, è considerata tanto più necessaria, quanto più si complica il contesto generale a causa della pandemia e delle resistenze dei partiti.
Sia chiaro: sono ore drammatiche, nessuno al vertice dell'esecutivo lo nega. Giorni in cui si dovranno assumere decisioni complesse. Lo si capisce guardandosi intorno, in Europa e negli Stati Uniti. Ma questo non sembra aver intaccato alcune convinzioni radicate da settimane. Semmai, il caos politico spinge ancora di più la galassia "draghiana" a puntare all'obiettivo quirinalizio. Anche perché l'alternativa - così almeno si teme - è un Parlamento reso ingovernabile dalla battaglia per un Presidente della Repubblica scelto da una sola parte. Il timore, insomma, è che in assenza di un patto larghissimo sul Colle, le tensioni di gennaio finiscano per sterilizzare anche l'azione dell'attuale esecutivo.
Sono ore drammatiche, come detto, ma anche di irritazione. Draghi ha ovviamente letto le parole di Matteo Salvini, quelle in cui il leghista gli ha chiesto di restare a Palazzo Chigi, "dove vuoi andare, proprio adesso?". Parole aspre, che arrivano dopo le ripetute richieste avanzate da Silvio Berlusconi al premier di continuare fino al 2023 (al Colle, secondo i sogni di Arcore, dovrebbe andarci proprio il Cavaliere). Ecco, l'affondo del leghista è stato interpretato come atto sostanzialmente ostile, anche se fortunatamente prematuro e dunque rimediabile. Una sortita che mira in realtà a logorarlo già soltanto bocciandolo nella corsa al Quirinale. E perché no, ad avvicinare ancora di più la campagna elettorale.
All'obiezione che viene sollevata dai partiti, "non esiste un premier alternativo capace di tenere tutti in maggioranza, devi restare", il presidente del Consiglio non risponde direttamente. Ma il senso delle riflessioni di queste ore è questo: se non ci sono le condizioni politiche per il Colle, perché dovrebbero esserci per continuare a Palazzo Chigi? È ovvio, la partita assomiglia a un logorante braccio di ferro. E quindi i partiti - Pd in testa - insistono, ribattendo che soltanto lui, l'ex banchiere centrale, è capace di salvare governo e legislatura.
Prima o poi, Draghi lancerà segnali più incisivi. Potrebbe iniziare durante la conferenza stampa di fine anno, il 22 dicembre. Dove ovviamente non potrà candidarsi direttamente - non ha intenzione di farlo, né ritiene che al Quirinale ci si candidi - ma non escluderà alcuno scenario. Al massimo, costruirà un messaggio rivolto al Paese, mettendosi a disposizione. E i segnali potrebbero non limitarsi a questo. Il capo dell'esecutivo, ad esempio, non sembra disponibile a continuare a Palazzo Chigi in un quadro più fragile. Potrebbe lasciarlo intendere presto. Quello che invece non dirà, ma che è architrave di ogni riflessione, è che se dovesse essere scelto un altro Capo dello Stato, allora l'esperienza da premier proseguirà soltanto a patto che sussistano le condizioni di stabilità che l'hanno portato a guidare l'esecutivo di unità nazionale. Molti interpretano questa posizione alla luce della sintonia con Sergio Mattarella. In altri termini: se è difficile immaginare che passi la mano nel mezzo della bufera Covid, è altrettanto azzardato pensare che possa andare avanti alla guida del governo senza un bis dell'attuale Presidente della Repubblica.
Di certo, il fastidio per il pressing dei partiti - a volte ricambiato da un certo disagio delle segreterie per quello che considerano un destabilizzante silenzio di Draghi attorno al futuro - non è privo di conseguenze. La posizione espressa venerdì da Salvini ha prodotto effetti e lacerazioni, tanto che ieri ha corretto il tiro: "Per il Quirinale non metto veti nei confronti di nessuno e tutti hanno titolo di presentarsi". C'è anche una coda di veleno, nell'ultima frase. Perché quello che non succederà è che Draghi dica: votatemi. Mentre Salvini pare chiederglielo: esponiti.
I segnali, comunque arriveranno. Altri, invece, sono stati lanciati informalmente. Pare che Giorgia Meloni sostenga in privato che durante il faccia a faccia con il premier per la manovra, abbia avuto la sensazione netta, addirittura esplicitata, della volontà di andare al Colle. Ad altri, invece, è stato chiarito che l'ex banchiere non intende assecondare una "montizzazione". Vale a dire: a differenza di Mario Monti, non si impegnerà a capo di un'area politica, né di una coalizione europeista. Questo significa che chi ipotizza un impegno che vada oltre il 2023, deve accettare la premessa che ogni scenario non sarà agevolato da una "discesa in campo" dell'ex banchiere centrale. E così, si torna sull'argomento di partenza dei "draghiani", ripetuto sempre più insistentemente: invece di bruciarlo per un anno a Palazzo Chigi, investiamo su di lui per un settennato al Colle.