ROMA - In modo esplicito, Mario Draghi non ne ha mai parlato. Né in Consiglio dei ministri, né nelle riunioni tematiche con i titolari dei vari dicasteri. E però più di un esponente del governo racconta che, dalla conferenza stampa di fine anno in poi — quella in cui il capo dell’esecutivo ha negato di essere indispensabile a palazzo Chigi, offrendo tuttavia la sua disponibilità a servire ancora le istituzioni — si son fatti più insistenti accenni fugaci, battute e richieste d’opinione sempre sullo stesso tema: l’elezione del presidente della Repubblica. Sintomo, per tutti gli osservatori, di un interessamento alla partita del Colle: non da semplice spettatore, ma da giocatore pronto a scendere in campo.
ROMA - In modo esplicito, Mario Draghi non ne ha mai parlato. Né in Consiglio dei ministri, né nelle riunioni tematiche con i titolari dei vari dicasteri. E però più di un esponente del governo racconta che, dalla conferenza stampa di fine anno in poi — quella in cui il capo dell’esecutivo ha negato di essere indispensabile a palazzo Chigi, offrendo tuttavia la sua disponibilità a servire ancora le istituzioni — si son fatti più insistenti accenni fugaci, battute e richieste d’opinione sempre sullo stesso tema: l’elezione del presidente della Repubblica. Sintomo, per tutti gli osservatori, di un interessamento alla partita del Colle: non da semplice spettatore, ma da giocatore pronto a scendere in campo.
Una scelta da compiere con cognizione di causa, valutando chance di riuscita o viceversa d’insuccesso. Perciò sondare i ministri politici, capire chi è favorevole e chi contrario, diventa importante: serve a misurare la temperatura interna ai partiti e dunque al Parlamento chiamato a votare, da il successore di Sergio Mattarella. Non proprio un esercizio facile a giudicare dalla velocità con cui i leader cambiano idea ogni giorno e dalle faglie che attraversano le forze politiche, dentro le quali si distinguono orientamenti diversi, se non addirittura opposti.
I quattro ministri del M5S, ad esempio, rispecchiano la conclamata diarchia fra Giuseppe Conte, capo politico in carica, e Luigi Di Maio, che il medesimo ruolo esercita in maniera occulta, grazie all’influenza sui gruppi parlamentari. Il ministro degli Esteri è ormai diventato più draghiano di Draghi: ha intercettato il desiderio del premier di salire al Colle e ha deciso di assecondarlo, portandosi dalla sua la fedelissima Fabiana Dadone. Mentre il capodelegazione di rito contiano, Stefano Patuanelli, ha ribadito giusto ieri in un’intervista al Piccolo la necessità che l’ex banchiere resti alla guida del governo. Più incerto Federico D’Incà, che è vicino a Roberto Fico e tifa per la stabilità, anche se mai si sognerebbe di ostacolare i sogni del presidente del Consiglio.
Stessa situazione in casa Pd. Dove il titolare del Lavoro Andrea Orlando preferirebbe che Draghi restasse dov’è per completare le riforme — «Non è una personalità facilmente fungibile, ma non credo sia l’unica riserva della Repubblica», ha detto qualche tempo fa — mentre il ministro della Difesa Lorenzo Guerini sarebbe attestato sulla linea Letta, quindi più aperto all’ipotesi di schiudergli le porte del palazzo dei Papi, così come auspicato a livello internazionale, previo però accordo su un nuovo presidente del Consiglio che garantisca la prosecuzione della legislatura. Più basculante Dario Franceschini: non tanto per le sue mai smentite ambizioni quirinalizie, quanto per la preoccupazione che l’inevitabile crisi di governo possa portare dritto al voto anticipato.
E anche nella Lega c’è fermento. Giancarlo Giorgetti lo ha dichiarato pubblicamente che «Draghi potrebbe guidare il convoglio anche dal Colle». Massimo Garavaglia non si è mai espresso, ma nei capannelli in Transatlantico avrebbe espresso dubbi, a riprova di una partita ancora troppo incerta per esporsi. Idem Erika Stefani, che però è vicina al governatore veneto Zaia e potrebbe risentire delle sua propensione a mantenere l’esecutivo in carica. Discorso a parte merita la compagine forzista. Ufficialmente sono tutti schierati per Berlusconi. E tuttavia la passione di Renato Brunetta per Draghi non è un segreto: qualora andasse, toccherebbe infatti al ministro più anziano, cioè a lui, reggere il governo. Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna non si stancano di ripetere che il loro cuore batte solo per il Cavaliere, ma entrambe sanno che è stato il premier a imporle contro il parere dei vertici azzurri, e dunque qualche riconoscenza gliela devono. Come pure gliela deve il ministro alla Salute Roberto Speranza: possibilista sul trasloco al Colle perché, ha spiegato al pranzo prenatalizio con Conte e Letta, mettersi di traverso è complicato. Stesso discorso della renziana Elena Bonetti, anche lei chiamata a dispetto dei santi: Draghi for ever, fino a nuovo ordine.