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Quirinale, l'ipotesi di un governo-fotocopia se Draghi va al Colle. Restano i ministri, cambia il premier

Sergio Mattarella e Mario Draghi 

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Cartabia potrebbe prendere il posto dell'attuale presidente del Consiglio, ma la squadra dell'esecutivo rimarrebbe invariata
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Lo chiamano governo-fotocopia. È uno dei pilastri di chi spinge per mandare Mario Draghi al Quirinale. Dello schema parlano in queste ore ministri e segretari di partito, in attesa di capire se ci saranno i margini per una staffetta tra Sergio Mattarella e l’ex banchiere centrale al Colle. In sostanza, prevede un cambio di governo, ma soltanto al suo vertice: l’attuale premier al Quirinale, la squadra dei ministri invariata. Chi andrebbe a succedere all’attuale presidente - si ipotizza Marta Cartabia, che lascerebbe dunque scoperto il ministero della Giustizia, da rimpiazzare con un tecnico – riproporrebbe la stessa composizione dell’esecutivo.

Nulla, ovviament…

Lo chiamano governo-fotocopia. È uno dei pilastri di chi spinge per mandare Mario Draghi al Quirinale. Dello schema parlano in queste ore ministri e segretari di partito, in attesa di capire se ci saranno i margini per una staffetta tra Sergio Mattarella e l’ex banchiere centrale al Colle. In sostanza, prevede un cambio di governo, ma soltanto al suo vertice: l’attuale premier al Quirinale, la squadra dei ministri invariata. Chi andrebbe a succedere all’attuale presidente - si ipotizza Marta Cartabia, che lascerebbe dunque scoperto il ministero della Giustizia, da rimpiazzare con un tecnico – riproporrebbe la stessa composizione dell’esecutivo.

Nulla, ovviamente, può dirsi certo. Le trattative per il nome del nuovo Presidente della Repubblica sono ancora in alto mare, figurarsi l’eventuale squadra di governo. Ma, come detto, i fautori della “promozione” di Draghi ritengono che l’eventuale patto su un nuovo premier non possa prescindere dal governo-fotocopia. E questo per una banale ragione pratica: toccare un mattoncino metterebbe a repentaglio l’intera struttura. L’intesa su Draghi al Colle, infatti, dovrebbe accompagnarsi a un accordo di ferro sulla prosecuzione della legislatura con un esecutivo di unità nazionale. In questa chiave, è fondamentale che nessun leader possa accampare ambizioni al momento della formazione del nuovo governo, magari minacciando di sfilarsi. Basterebbe infatti la defezione anche solo di una delle forze di maggioranza per far saltare il nascente nuovo esecutivo. Avvicinando pericolosamente le elezioni anticipate.

I partiti sono talmente fragili e spaccati al loro interno che non reggerebbero facilmente a nuove tensioni. E però va considerato anche il problema opposto, di non poco conto: l’esecutivo-fotocopia lascerebbe al loro posto ministri che, per diverse forze di maggioranza, non sono espressione della volontà dei leader, oppure rappresentano equilibri correntizi che con il nuovo corso potrebbero essere rivisti. 

Basta pensare a Forza Italia. I tre ministri azzurri – Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna – furono scelti personalmente da Mario Draghi. Tutti vicini a Gianni Letta, certo. Ma distanti dall’ala filo-leghista di Arcore. Silvio Berlusconi subì la scelta, o fece in modo che si credesse questo. Antonio Tajani fu depennato dalla lista, lui che era considerato blindato alla guida di un dicastero.

Nella Lega andò più o meno allo stesso modo. Dei ministri, sempre tre, nessuno è vicino al leader: Giancarlo Giorgetti è semplicemente Giorgetti, senza correnti. Massimo Garavaglia è un suo fedelissimo. Ed Erika Stefani è vicinissima a Luca Zaia, non certo un alleato di Matteo Salvini. Il quale fu tenuto fuori dall’esecutivo, tanto da minacciarne addirittura la partenza. Resisterebbe questa squadra leghista con un nuovo governo?

Infine Pd e Movimento. Al Nazareno, Enrico Letta farebbe di tutto per far entrare almeno una donna. Ma chi salterebbe? Impossibile dirlo, anche perché gli equilibri correntizi rispecchiano quelli dei gruppi parlamentari: minarli sembra esercizio pericoloso, in questa fase. E poi i grillini. Domina il caos, da quelle parti. L’eterna lotta tra Giuseppe Conte – che non controlla più i suoi gruppi, e forse mai li ha controllati – e Luigi Di Maio. I peones e gli esclusi dell’era Draghi difficilmente sarebbero d’accordo a garantire gli attuali membri dell’esecutivo. Una scommessa, appunto. Ma cosa non lo è, in questa fase?