Politica

La conferenza stampa del premier

Mai dire Quirinale. Il giorno delle scuse e della parola tabù

Draghi si è concesso un’esibizione di debolezza come fosse un atto di superbia, ammettendo il logoramento, tra Colle e Covid

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Nessun Quirinale, niente. Meglio nessuna parola che tante parole per non dire niente. E però la domanda sul Quirinale non è stata un’assenza, ma una cancellatura, un frego, la traccia di una gomma che Mario Draghi, come il Cristo Cancellatore di Emilio Isgrò, ha strofinato subito sulle bocche dei giornalisti lanciando un’occhiata circolare o meglio, come direbbe Camilleri, una rapida taliàta torno torno: «questa conferenza stampa riguarda soltanto…e io dunque non risponderò».

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di Laura Pertici

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Pur con qualche nuova ruga attorno agli occhi e con il collo ormai completamente ricacciato dentro al colletto bianco, la conferenza stampa “in difesa”, il catenaccio da “abatino” e il tono dimesso da condannato al patibolo del governare non si addicono a Mario Draghi, che aveva presieduto il consiglio dei ministri il giorno 5 ed è rimasto nascosto al mondo per 100 ore, riunito in conclave, consegnato alle ruminazioni di chi lo accusa di avere perso il tocco.
«Non è vero che Draghi non decide» è l’esibizione di debolezza che si è consapevolmente concesso come un atto di vera superbia, ammettendo che logorato lo è davvero dalla vigilia quirinalizia troppo lunga, e con il covid accucciato sotto il tavolo, non come l’angelo della storia di Benjamin, ma come il diavolo della storia: «Avevo sottovalutato le critiche, me ne scuso e spero che questa conferenza stampa sia stata riparatoria».


Non aveva mai parlato così, Mario Draghi. Mai aveva messo così tanto in dubbio, con l’esempio, che il modello vincente in Italia debba essere quello del piacione, del gradasso, del Brancaleone sia pure di buone maniere. Questa è dunque la conferenza stampa che segna la svolta di una leadership finita sottovento. Sarebbe stato più facile l’“ora ve la faccio vedere io” alla politica in tutte le sue asprezze, alla politica umiliata, alla politica dimessa, alla politica bastonata. E invece «ce la faremo» ha promesso, antidoto tranquillizzante, ma non più rigido e algido tecnocrate. Forse ha capito che lui e la politica sono due mondi distinti che diventerebbero inconciliabili solo se si volessero reciprocamente sopraffare.

Allora, via: i giornalisti oggi non sorridono più perché capiscono Draghi che, interpretando davvero il nonno solenne e metodico, affidabile proprio perché preoccupato, parla senza trionfalismi di “crescita dell’economia” e, con entusiasmo civile e politico ma non machiavellico e vichiano, della scuola che non chiuderà neppure se nient’altro rimanesse aperto: «Non mi pare che in passato governassero così». E i giornalisti accettano anche il suo codice dell’ironia che per un momento torna arguta e quasi sprezzante: «Emiliano dice d’essere d’accordo con Draghi anche quando non lo convince» rivela con un sorrisetto beffardo. Ma nessuno gli chiede come riuscirà a domare la rivolta dei sapienti Masaniello del Sud, la miseria anche estetica del loro dibattito pulp, il risveglio di un grave conflitto con le regioni dietro al folclore macchiettistico di De Luca e la sua abituale guerra di scartoffie e insulti, gradi di giudizio e sbruffonate, pareri del Tar e ricorsi.
In fondo le conferenze stampa di Draghi, che non si concede né ai talk show né ai giornali, sono come delle messe, delle comunioni, e questi giornalisti ne sono i sacerdoti. Solo loro in Italia sono gli specialisti di Draghi, i competenti, perché come i piloti di aereo con lui hanno fatto, seguendo l’iperbole, diecimila ore di volo. E dunque benché impazzino il covid e la scuola, la cancellatura del tema Quirinale, che non è il vuoto e non è il nulla, la vince sulla presenza. E difatti in tanti gli domandano, ciascuno, come si dice, “con parole sue”, della politica degli apparati, vera debolezza del governo, del rafforzamento insomma degli apparatnik che la campagna per il Quirinale ha già ingigantito nell’ombra. E sembra la domanda che Raymond Queneau (I fiori Blu, La Biblioteca di Repubblica) rivolge al duca d’Auge, “praticherà lei la metafora?”.


Sì, Draghi segue il filo delle analogie tra cose dissimili e le turbolenze sul Covid e le divergenze sulla scuola diventano l’allegoria dell’instabilità della maggioranza che renderà impossibile la sua permanenza a Palazzo Chigi dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato, chiunque egli sia. C’è, traslato, il suo futuro di nonno, nel minaccioso ritorno dell’interesse di partito innanzitutto, nella resurrezione del Lazzaro Berlusconi, negli sgambetti di Salvini, nei ribaltini aritmetico-politici, nelle congiure e pure nei baffi di D’Alema: «L’essenziale è restare uniti» dice.


Non è frastornato, ma per la prima volta non è rilassato. Non perde il filo dell’intelligere ma forse non si accorge che diventa una metafora del Quirinale anche quel suo «non occorre cercare la mediazione a tutti i costi». Di sicuro non esibisce più quel candore sospetto con il quale teneva lontana la politica. Il pathos del distacco e della discrezione ha ceduto il posto al fastidio. E Draghi ha rinunciato a quel brillante conversare che avrebbe avuto effetti comici con un tema di cui non si può parlare ma da cui noi ci si può allontanare mai. In fondo sarebbe stato facile e divertente perdersi tutti in mille domande esplicite ma inutili e mille riposte consapevolmente evasive su Mattarella e su un nuovo premier, su una donna al Quirinale e sul metodo… “non partecipo al gioco”, “un presidente ce l’abbiamo”, “come ho detto faccio il nonno”. Non l’ha fatto e ha fatto bene, perché l’Italia malata e indebitata lo ha preso alla gola. Ma è anche la prima volta che Draghi ha posto un limite alla libertà, innanzitutto alla sua libertà.
 

 

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