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Schemi d'attacco e mosse da anticipare: è iniziato il pre-partita per il Colle. Ecco il calendario dei partiti

Si preannuncia come una settimana corta ma intensa in cui i leader si studiano a vicenda. La data da cerchiare in rosso è quella di venerdì 14: da una parte il vertice del centrodestra nella villa romana di Berlusconi, dall'altra la riunione dei giallorossi
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Sarà un lungo e concitato prepartita quello che inizia oggi e ha come traguardo la finalissima per la coppa del Quirinale in calendario a fine mese. Una settimana corta ma intensissima, durante la quale ciascun leader studierà le mosse degli avversari e metterà alla prova la propria squadra, simulando schemi d'attacco e moduli di difesa, per farsi trovare pronto quando - il 24 gennaio, data di convocazione del primo scrutinio - toccherà svelare le formazioni e schierare i più forti in campo.

Si doveva cominciare stamattina alle 11 con il summit dei questori di Camera e Senato per organizzare l'elezione del presidente al tempo del Covid. Incontro spostato a giovedì. Una riunione tecnica solo all'apparenza: non è secondario, anche sotto il profilo della regolarità delle votazioni, stabilire quante se ne dovranno tenere ogni giorno; se e come verranno decisi i turni; dove saranno dislocati i 1.009 grandi elettori, s…

Sarà un lungo e concitato prepartita quello che inizia oggi e ha come traguardo la finalissima per la coppa del Quirinale in calendario a fine mese. Una settimana corta ma intensissima, durante la quale ciascun leader studierà le mosse degli avversari e metterà alla prova la propria squadra, simulando schemi d'attacco e moduli di difesa, per farsi trovare pronto quando - il 24 gennaio, data di convocazione del primo scrutinio - toccherà svelare le formazioni e schierare i più forti in campo.

Si doveva cominciare stamattina alle 11 con il summit dei questori di Camera e Senato per organizzare l'elezione del presidente al tempo del Covid. Incontro spostato a giovedì. Una riunione tecnica solo all'apparenza: non è secondario, anche sotto il profilo della regolarità delle votazioni, stabilire quante se ne dovranno tenere ogni giorno; se e come verranno decisi i turni; dove saranno dislocati i 1.009 grandi elettori, solo nell'aula di Montecitorio, come di consueto, oppure anche nell'emiciclo di palazzo Madama per garantire il distanziamento.

Martedì 11 gennaio

Politicamente, saranno Pd e M5S ad aprire il gran ballo del Colle. Alle 10 Enrico Letta riunisce la segreteria del Nazareno per mettere a punto la scaletta della Direzione allargata ai gruppi parlamentari che si terrà sabato. È quella la sede in cui il segretario dem fisserà i paletti della discussione, che si vuole ordinata e senza strappi.

Regola numero uno: non parlare di nomi, l'intenzione è tenerli coperti fino all'ultimo per non bruciarli, anche se sarà complicato, dato che l'opzione Mattarella-bis è stata già avanzata. Regola numero due: individuare il metodo per l'elezione del capo dello Stato, che dovrà avvenire a larghissima maggioranza, coinvolgendo tutte le forze politiche o almeno quelle che fanno parte del governo d'unità. Regola numero tre: la trattativa con gli altri partiti dovrà includere "un patto di legislatura" che consenta di scongiurare le urne anticipate.

Una strategia dettata dai numeri, per la prima volta sfavorevoli al centrosinistra, e dalla candidatura di Silvio Berlusconi, che di fatto blocca ogni negoziato. Letta muoverà dunque sui candidati solo dopo che il centrodestra avrà levato il Cavaliere dal tavolo, altrimenti - ma è l'extrema ratio - si andrà alla conta. Con una sola certezza: se Draghi dovesse risolversi a salire al Quirinale, il Pd lo sosterrà senza esitazioni, a condizione però che venga contestualmente condiviso il suo successore a palazzo Chigi. Altrimenti, nella rosa dei quirinabili, il nome di bandiera sarà Anna Finocchiaro; Giuliano Amato quello con più chances di bucare le fila nemiche.

Mercoledì 12 gennaio

Più o meno lo stesso schema che il presidente del M5S Giuseppe Conte proverà a proporre ai suoi gruppi parlamentari, che restano pur sempre la prima forza: martedì sera tocca ai deputati, mercoledì all'assemblea congiunta (ancora però da fissare). Un passaggio delicato, viste le turbolenze già scatenate dai senatori, con gli eletti alla Camera pronti a replicare le richieste dei colleghi: conferma di Sergio Mattarella al Colle e permanenza di Draghi alla guida del governo.

Per le tumultuose truppe grilline solo lo status quo può infatti garantire la durata della legislatura. Nonostante il capo politico, apparso indeciso a tutto, non sembri proprio della stessa idea: nell'ultimo mese Conte ha prima lanciato l'idea di una donna al Quirinale, poi aperto a un accordo con il centrodestra, infine giurato lealtà al Pd. Una confusione, unita allo scarso controllo dei gruppi, che sta creando parecchia apprensione negli alleati.

Ma mercoledì è anche il giorno in cui si riunirà alla Camera Coraggio Italia, la formazione di Giovanni Toti e Luigi Brugnaro composta da ex forzisti ed ex Cinquestelle. Piatto forte: la federazione (o un più blando patto di consultazione) con i renziani di Italia viva. Obiettivo: lanciare Draghi al Quirinale e far valere l'ottantina di parlamentari in dotazione come cuneo per evitare le elezioni anticipate e imporsi come gamba autonoma del quarto governo di legislatura, magari sostituendosi alla Lega, se questa dovesse infine sfilarsi.    

Giovedì 13 gennaio

È probabilmente il giorno decisivo. Berlusconi a Roma per fare campagna acquisti, seguire da vicino la Direzione del Pd (che proprio giovedì inizierà a scoprire le sue carte, votando il mandato al segretario), impostare il summit con gli alleati in programma la sera stessa o più probabilmente il mattino successivo. "Io sono il fondatore del centrodestra e questo deve pur contare qualcosa... Sono sicuro che Salvini e Meloni faranno la loro parte", avrebbe confidato il Cavaliere nelle ultime ore. Si aspetta lealtà, l'ex presidente del Consiglio, anche perché Lega e Fdi, secondo lui, avrebbero tutto l'interesse a non fargli mancare il sostegno nella partita quirinalizia: in gioco c'è il futuro della coalizione, la sopravvivenza stessa del centrodestra che lui è pronto a far saltare qualora gli si giocasse un brutto scherzo.

Ma il blitz romano serve all'anziano leader per cercare pure di neutralizzare il "fuoco amico" e stanare eventuali franchi tiratori. Come? Accogliendo il suggerimento, soffiato da alcuni azzurri incontrati ad Arcore durante le feste natalizie, di "marcare" i voti, ovvero ricorrere al vecchio trucchetto democristiano di combinare in vario modo nome, cognome e titolo al riparo del catafalco. Tattica da supportare sventolando lo stop immediato della legislatura per spaventare i parlamentari e convincerli a votarlo: "Draghi al Quirinale si tradurrebbe inevitabilmente in elezioni anticipate", va ripetendo come un mantra il Cavaliere. Anche perché, è l'avvertimento, "Forza Italia non si sente vincolata a sostenere alcun governo senza l'attuale premier e, nel caso, uscirebbe dalla maggioranza".

L'ex capo del governo è ormai convinto di avere i numeri per spuntarla al quarto scrutinio, grazie a un pacchetto di consensi pescato nei gruppi misti e tra i Cinquestelle, e intende giocarsela fino in fondo. A tutto campo. "Non credo che ci siano pregiudizi negativi da parte di Renzi nei confronti di Berlusconi", ha ribadito ancora ieri Antonio Tajani. Segno di "lavori in corso" pure sul versante Italia viva.

Venerdì 14 gennaio

Da una parte il centrodestra al gran completo, convocato nella dimora romana di Berlusconi; dall'altra i giallorossi riuniti al massimo livello - Letta, Conte e Speranza - per mettere subito a punto eventuali contromosse. Molto naturalmente dipenderà dall'esito del summit a Villa Grande. Dove Berlusconi impugnerà il pallottoliere per dimostrare agli alleati di avere le carte in regola per coronare il suo ultimo sogno. Che Salvini e Meloni sembrano appoggiare solo a parole. Avendo obiettivi diversi.

Lei sembra difatti più propensa a volersi sbarazzare del Cavaliere per appoggiare Draghi. Essenzialmente per due ragioni. Intanto perché l'ascesa dell'ex banchiere renderebbe concreto il rischio di voto anticipato, che la leader di Fdi chiede a gran voce da tempo. E poi, in caso di vittoria alle Politiche, solo un capo dello Stato di grande autorevolezza e comprovata fede europeista potrebbe affidarle il mandato di formare il governo senza allarmare le cancellerie straniere. La combo Berlusconi al Colle, Meloni a Chigi - è la pasionaria sovranista la prima a saperlo - sarebbe difficilmente digeribile al di là dei confini nazionali. E probabilmente anche dentro.

Dal canto suo Salvini, che negli ultimi tempi ha cambiato spesso idea, adesso sembra più orientato a mantenere Draghi al governo, incoronando capo dello Stato una personalità di centrodestra (non ancora identificata, se si esclude Berlusconi, contro cui comunque giocano le stesse perplessità della rivale interna). Merito anche di una ritrovata sintonia con i governatori leghisti, Zaia e Fedriga in testa, per i quali il premier deve restare al suo posto. Ciò che tuttavia il segretario federale sembra non aver ancora deciso è se, una volta eletto il presidente della Repubblica, gli converrà uscire dalla maggioranza, per avere le mani libere nell'anno pre-elettorale, oppure restare dentro, cercando di condizionarla a colpi di strappi e ultimatum.

Una scelta che si può tuttavia rimandare. Subordinare al risultato della partita quirinalizia. In cui le variabili sono ancora tali e tante da rendere imprevedibile e persino incerta ogni strategia. Inclusa quella dei giallorossi. Pure loro alle prese con un sudoku e un'incognita - le reali intenzioni di Draghi - che a due settimane dal via appaiono pressoché impossibili da risolvere.