✕

Quirinale, Mattarella resiste alle spinte verso il bis. Rebus "prorogatio"

Ascolta l'audio

Quando il 3 febbraio scadrà il settennato, potrebbe ancora non esserci un nuovo presidente, anomalia "sfiorata" nel 1971 all'elezione di Leone
2 minuti di lettura

ROMA - "Il bis! Il bis!" Nella nebbia fitta che circonda l'elezione del Presidente della Repubblica si fa largo l'invocazione di una buona fetta dei 1009 grandi elettori: "Mattarella, salvaci tu". È un umore che torna a crescere. La soluzione più facile. La più comoda. "Sarebbe bellissimo", ha detto il segretario pd Enrico Letta l'altra sera in tv da Floris. Il salvagente per un Parlamento incapace di fare sintesi.

Quanto vasta sia la confusione lo si deduce dalla dichiarazione di Matteo Salvini, ieri alla Camera: "Avrete un nome entro 15 giorni", ha detto. Peccato che le votazioni inizino già il 24 gennaio. Segno che le prime tre vengono date per perse.

ROMA - "Il bis! Il bis!" Nella nebbia fitta che circonda l'elezione del Presidente della Repubblica si fa largo l'invocazione di una buona fetta dei 1009 grandi elettori: "Mattarella, salvaci tu". È un umore che torna a crescere. La soluzione più facile. La più comoda. "Sarebbe bellissimo", ha detto il segretario pd Enrico Letta l'altra sera in tv da Floris. Il salvagente per un Parlamento incapace di fare sintesi.

Quanto vasta sia la confusione lo si deduce dalla dichiarazione di Matteo Salvini, ieri alla Camera: "Avrete un nome entro 15 giorni", ha detto. Peccato che le votazioni inizino già il 24 gennaio. Segno che le prime tre vengono date per perse.

Al Quirinale non hanno cambiato idea. Sergio Mattarella resta fermamente contrario ad una rielezione. Ci vorrebbe davvero un contesto straordinariamente drammatico (che nessuno si augura) e l'unanime sostegno delle forze che appoggiano Draghi per fargli cambiare forse idea. Ieri, al Colle, non è passata inosservata la presa di posizione del capogruppo Riccardo Molinari, che ha di nuovo escluso i voti della Lega per un bis, come del resto predica da tempo anche Giorgia Meloni. Nella sua indisponibilità si mischiano ragioni costituzionali e morali. Tuttavia questa fermezza si scontra con la confusione attuale. Si rischia di arrivare alla vigilia del voto senza una proposta concreta, specie se Silvio Berlusconi non si farà da parte. È già successo, negli ultimi cinquant'anni, tre volte: 1971, 1978, 1992. Giovanni Leone, nel 1971, venne eletto dopo 23 scrutini, Sandro Pertini e Oscar Luigi Scalfaro dopo sedici. Lungaggini che oggi, col Covid, appaiono improponibili. Il Paese si ribellerebbe.

Cosa succede se entro il 3 febbraio, quando scade il settennato, non è stato eletto il successore di Mattarella? Rimane in carica in prorogatio, il tempo di attendere l'insediamento del nuovo Capo dello Stato, oppure si dimette prima e a quel punto subentrerebbe la presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati? Nessuna decisione è stata presa, si stanno esaminando le due opzioni, ma la sensazione è che in questo momento di crisi le dimissioni anticipate rappresenterebbero simbolicamente un colpo al morale del Paese.

Come ricorda il costituzionalista Francesco Clementi, docente all'università di Perugia, non c'è mai stato bisogno di una prorogatio. Tutti i presidenti sono stati eletti prima della scadenza naturale del mandato di quello uscente. Solo una volta si sfiorò "il supplemento". Nel dicembre 1971. Al Quirinale c'era Giuseppe Saragat. "Il torneo elettorale che avrà inizio giovedì prossimo si presenta incerto, combattuto come certi antichi conclavi", scrisse alla vigilia Carlo Casalegno sulla Stampa. Il clima era avvelenato dalla fresca approvazione della legge sul divorzio. Alberto Ronchey sulla Stampa sottolineò l'instabilità degli schieramenti. Alla partenza, il 9 dicembre, le sinistre proposero Francesco De Martino, la Dc Amintore Fanfani, i socialdemocratici Giuseppe Saragat, i liberali Giovanni Malagodi. Candidati bandiera. Votazione dopo votazione passarono dodici giorni senza accordo. Il Pci, per uscire dallo stallo, non escluse il bis di Saragat. Sembra oggi.

La Dc, il 21 dicembre, diede vita a una conta fratricida. Aldo Moro, sostenuto dalla sinistra interna, venne superato per una manciata di voti (pare fossero dodici ma le schede furono bruciate e i numeri non vennero mai comunicati) da Giovanni Leone, appoggiato dai dorotei e dai fanfaniani. Restavano a quel punto otto giorni per l'elezione, visto che il mandato di Saragat scadeva il 29. Sorse un problema analogo a quello di oggi. "Cosa potrebbe accadere qualora i mille di Montecitorio non fossero in grado di eleggere il nuovo Capo dello Stato entro la data di scadenza del settennato", si domandava Il Corriere della Sera il 23 dicembre. Saragat si trovò davanti a un dilemma: dimettersi o andare in prorogatio? Investì della questione il presidente del Consiglio Emilio Colombo, i presidenti di Camera e Senato (Sandro Pertini e Amintore Fanfani), il presidente della Consulta, insigni costituzionalisti. E quest'ultimi si pronunciarono per la prorogatio.

Non ce ne fu bisogno. Il 24 dicembre il Parlamento esausto elesse Giovanni Leone, che si insediò il 29 dicembre, il giorno stesso della scadenza di Saragat. E i grandi elettori poterono trascorrere le festività in famiglia.