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Quirinale, lo stop di Letta: "La destra non ha i numeri, ora riaprire il dialogo"

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Il segretario parla alla direzione del Pd e non alza i toni su Berlusconi: non crede alle sue chance. Ma avvisa Salvini e Meloni (e Renzi): non c'è spazio per un blitz su un altro nome di parte
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ROMA - Gli hanno contestato un eccesso di morbidezza, nella lettura del quadro e nei giudizi su Berlusconi. Di giocare di rimessa, anziché partire all'attacco con "un'iniziativa politica forte". Di "non aver drammatizzato abbastanza" l'incubo nel quale l'Italia precipiterebbe con la "salita del Caimano al Colle".

Eppure c'è una ragione se Enrico Letta, inaugurando la Direzione del Pd sul Quirinale, preferisce non affondare il colpo. Se tanto insiste per "riaprire le porte al dialogo" che il centrodestra gli ha sbattuto in faccia a villa Grande. Se sceglie di rispondere al ceffone con un appello rivolto "a tutti, a iniziare dalle forze della maggioranza", per un patto di fine legislatura in tre punti: eleggere insieme un capo dello Stato super partes, evidentemente non Berlusconi, che è "il più divisivo di tutti"; impegnarsi a rilanciare l'azione di governo, "mettendo d…

ROMA - Gli hanno contestato un eccesso di morbidezza, nella lettura del quadro e nei giudizi su Berlusconi. Di giocare di rimessa, anziché partire all'attacco con "un'iniziativa politica forte". Di "non aver drammatizzato abbastanza" l'incubo nel quale l'Italia precipiterebbe con la "salita del Caimano al Colle".

Eppure c'è una ragione se Enrico Letta, inaugurando la Direzione del Pd sul Quirinale, preferisce non affondare il colpo. Se tanto insiste per "riaprire le porte al dialogo" che il centrodestra gli ha sbattuto in faccia a villa Grande. Se sceglie di rispondere al ceffone con un appello rivolto "a tutti, a iniziare dalle forze della maggioranza", per un patto di fine legislatura in tre punti: eleggere insieme un capo dello Stato super partes, evidentemente non Berlusconi, che è "il più divisivo di tutti"; impegnarsi a rilanciare l'azione di governo, "mettendo da parte il voto anticipato"; completare le riforme di cui il Paese ancora in emergenza ha bisogno.

Sta tutta nel filmato che dà il via all'assemblea dem, la strategia di Letta: un breve omaggio a David Sassoli, cui si è deciso di intitolare proprio il salone della Direzione, che ne riassume il lascito spirituale. "Non servono le urla né gli insulti", recita la scritta in sovrimpressione, "la politica dei valori e delle idee ha una forza mite e sorridente". Le armi che il segretario pd intende usare per compiere la mission che si è data: disarticolare il centrodestra, insinuarsi nelle crepe di una coalizione al cui interno covano interessi divergenti - Fdi vuole urne subito, la Lega far proseguire l'esecutivo d'unità nazionale - per arrivare a spaccare un fronte coeso solo all'apparenza.

Perciò è meglio non inasprire i toni, evitare di insolentire il fondatore di Fi, non prefigurare le macerie sotto cui il Paese resterebbe seppellito se venisse eletto: Salvini e Meloni si ricompatterebbero all'istante intorno al Cavaliere offeso nell'onore.

Ciò tuttavia non significa rinunciare a dire le cose come stanno. Svelare l'incredulità, mista ad apprensione, diffusa oltreconfine: "La notizia che nel nostro Paese, nel 2022, il centrodestra candida Berlusconi rende più visibile la partita del Quirinale in tutto il mondo", scandisce Letta, "quindi è bene aver chiaro che il passaggio di ieri non è una formalità che sta dentro la dinamica domestica, è andato oltre", ha cioè restituito l'immagine di un'Italia che torna indietro di 25 anni. Frutto, oltretutto, di un grande equivoco, una premessa sbagliata: "In questi giorni si è confuso il nostro atteggiamento rispettoso nei confronti delle istituzioni con l'idea che il centrodestra abbia i numeri per vantare una prelazione sulla presidenza della Repubblica. Non è così", taglia corto il segretario. "Nessuno ha la maggioranza assoluta, non ce l'abbiamo noi ma neanche loro", è il messaggio spedito anche a Renzi. Perciò serve parlarsi, andare al di là degli schieramenti. Senza fughe in avanti, però: "In tanti ci hanno chiesto di mettere in campo un nostro nome. Ma farne significa bruciarli", ammonisce Letta. "Noi ci muoveremo su una figura in scia con lo straordinario settennato di Mattarella", che non può evidentemente diventare un candidato di parte. Tenendo ben a mente la priorità: "Proteggere Draghi. Non vorrei che alla fine ci giocassimo la carta che ci ha ridato credibilità".

Linea a parole condivisa, sebbene fra vari distinguo, da tutti i dirigenti dem. Subito divisi fra l'ala schierata per il premier al Colle, capitanata da Letta che però metterebbe la firma pure su Amato, e quella decisa a farlo restare dov'è. E così, dopo l'invito di Cuperlo a essere più duri con Berlusconi "che ha inquinato la nostra democrazia" fra "conflitti d'interesse e collusioni con la mafia", per cui se dovesse farcela "un minuto dopo non ci sarebbe più il governo", tocca a Goffredo Bettini issare la bandiera anti-premier: "L'emergenza non è finita, deve proseguire e portare a termine le riforme". In scia Orfini, convinto che "possano maturare le condizioni" per un Mattarella-bis. Con il franceschiniano Mirabelli a dar man forte: "Draghi è fondamentale per la tenuta del governo". Ma Bonaccini e Oddati sono di diverso avviso: "È sbagliato escludere Draghi dalla corsa al Quirinale". Ci prova infine Provenzano a chiudere il dibattito: "Non possiamo permetterci di bruciare alcuna carta, il segretario deve poter giocare con tutte". In primis il jolly di palazzo Chigi, nascosto nella manica