Che sotto alla partita del Quirinale si stia giocando anche quella per la legge elettorale lo si capisce quando, al termine del vertice di centrodestra, viene fatta filtrare la notizia secondo cui Coraggio Italia avrebbe deciso di non sottoscrivere il documento che impegna i leader della coalizione a "non modificare l'attuale legge elettorale in senso proporzionale".
Si tratta di un accordo sul sistema maggioritario, in sostanza. L'unico meccanismo capace di tenere unita la coalizione in caso di elezioni anticipate. Una prospettiva, quest'ultima, che non può essere del tutto scartata, visto il rischio che il centrodestra sembra disposto a correre puntando sulla candidatura di Silvio Berlusconi.
È stata Giorgia Meloni la prima ad aver segnalato l'avvio del dibattito sul sistema da adottare per le prossime elezioni, anticipate o meno che siano. "Mi pare in queste ore che fuori dal campo del centrodestra la trattativa si stia sviluppando non tanto sul tema dell'elezione del presidente della Repubblica, ma sulla legge elettorale. Molti lavorano per una legge elettorale proporzionale", aveva detto a pochi giorni dalla riunione di Villa Grande, residenza romana dell'ex premier. In realtà è stato il vertice quirinalizio a cui ha partecipato anche la leader di FdI a far riemergere la discussione. A differenza di quanto affermato da Meloni, però, le spinte proporzionaliste non possono essere circoscritte allo schieramento avversario. Anzi, come dimostra la mossa di Coraggio Italia, infatti, la tentazione verso un modello proporzionale coinvolge tanto il centrodestra quanto il centrosinistra.
Il centrodestra e la partita sul Quirinale
"È tutto intrecciato. È un gioco di incastri. Quirinale, elezioni politiche, legge elettorale", per usare le parole dette a Repubblica da Roberto D'Alimonte, politologo della Luiss. Dietro la scelta di Giovanni Toti e Luigi Brugnaro è possibile leggere in controluce non solo la strategia sul Colle, ma anche quella sulle future alleanze.
Vale anche per gli altri partiti, ma CI è stato il primo ad uscire allo scoperto. Non è una novità che Coraggio Italia sia tra i partiti del centrodestra meno convinti della candidatura di Berlusconi e che recentemente abbia avviato un percorso di avvicinamento verso lo schieramento opposto. Con Italia Viva è in ballo un progetto federativo che vede nel Quirinale il principale banco di prova. Insieme, i due partiti, possono contare su una settantina di parlamentari tra Camera e Senato. Quanto basta, insomma, per condizionare l'elezione a partire dal quarto scrutinio, dove sarà necessaria la maggioranza assoluta dei grandi elettori e non più i due terzi. Uno schema replicabile anche in futuro, ma soltanto attraverso l'ausilio di una legge di stampo proporzionale, che darebbe ai due partiti - Iv e CI - la possibilità di astenersi da eventuali scelte di campo prima delle urne e, allo stesso tempo, consentirebbe loro di fare da ago della bilancia nella formazione di un eventuale nuovo governo. Ma Coraggio Italia non è l'unico partito di centrodestra a remare contro l'adozione di un maggioritario. Benché anche Forza Italia abbia sottoscritto in toto l'accordo di Villa Grande, tra i berlusconiani la scelta del maggioritario non riscuote un consenso unanime. Il partito è diviso tra chi spinge per un centrodestra compatto e chi, al contrario, rema contro l'abbraccio ai sovranisti. Un proporzionale darebbe un maggior margine di manovra ai forzisti che, con un sistema maggioritario, finirebbero relegati ad un ruolo di subalternità rispetto alla leadership di Meloni e Salvini. Una prospettiva guardata con preoccupazione da chi, tra i ministri di Fi al governo, vedrebbe di buon occhio un'elezione al Colle di Mario Draghi: il principale ostacolo di Berlusconi nelle corsa al Quirinale.
Strada in salita per il nuovo Ulivo
Nel campo del centrosinistra la questione non è meno complicata. Se ad Enrico Letta servirebbe un maggioritario con l'obiettivo di accelerare la spinta verso il "nuovo Ulivo", a Giuseppe Conte, per ora, conviene tenere congelata la questione, almeno finché non verrà eletto il prossimo Capo dello Stato. Il dibattito maggioritario vs proporzionale non farebbe altro che frammentare ulteriormente i gruppi parlamentari pentastellati. L'elezione del Presidente della Repubblica ha già spaccato il M5s e indebolito la leadership di Conte. Con questo clima introdurre il tema della legge elettorale significherebbe far emergere nuove divisioni, stavolta tra chi vorrebbe un'alleanza più o meno strutturata con il Pd e chi, al contrario, punta a rimandare il gioco delle alleanze a dopo le elezioni, ritagliandosi un margine di autonomia nel post-voto. E' sempre stata la posizione ufficiale del M5s, del resto, che pure all'epoca del governo Conte II era riuscito a far convergere Pd e LeU sul cosiddetto "Brescellum", tutt'altro che maggioritario. Difficile che i 5 stelle decideranno di cambiare idea. Senza il proporzionale il Movimento finirebbe all'ombra degli alleati democratici, decisamente più avanti nei sondaggi. Stessa cosa accadrebbe a Italia Viva e Coraggio, qualora decidessero di presentarsi con il centrosinistra nel primo caso o con il centrodestra nel secondo. In questo contesto la legge elettorale diventa un modo per assumere un peso specifico maggiore in vista delle urne: un investimento a lungo termine per i partiti minori o per chi non naviga in buone acque.
