Non è solo tattica la scelta di Enrico Letta di tenersi aperte tutte le porte nella complessa partita sul Quirinale. C’è una motivazione politica più profonda, al netto della ragion di Stato, che impone al segretario del Pd di non sbilanciarsi, neanche su Mario Draghi che pure resta in cima alla lista; di praticare prudenza e predicare dialogo con le altre forze di maggioranza per individuare un presidente della Repubblica condiviso e super partes. Affonda nella natura stessa del partito che gli è toccato in sorte di guidare, a 15 anni dalla nascita ancora irrisolta.
Guardando le varie anime che da sempre popolano l’universo democratico, un elemento balza agli occhi: la spinta a disunirsi, come direbbe Sorrentino, a distinguersi in tante piccole tribù originarie che fanno fatica a mescolarsi e stare insieme, pur riconoscendone la necessità. Spesso l’una contro l’altra armate, ne sa qualcosa Zingarett…
Non è solo tattica la scelta di Enrico Letta di tenersi aperte tutte le porte nella complessa partita sul Quirinale. C’è una motivazione politica più profonda, al netto della ragion di Stato, che impone al segretario del Pd di non sbilanciarsi, neanche su Mario Draghi che pure resta in cima alla lista; di praticare prudenza e predicare dialogo con le altre forze di maggioranza per individuare un presidente della Repubblica condiviso e super partes. Affonda nella natura stessa del partito che gli è toccato in sorte di guidare, a 15 anni dalla nascita ancora irrisolta.
Guardando le varie anime che da sempre popolano l’universo democratico, un elemento balza agli occhi: la spinta a disunirsi, come direbbe Sorrentino, a distinguersi in tante piccole tribù originarie che fanno fatica a mescolarsi e stare insieme, pur riconoscendone la necessità. Spesso l’una contro l’altra armate, ne sa qualcosa Zingaretti che di quella guerra fece le spese, per influenzare il leader di turno. Quasi un riflesso condizionato, lo stesso emerso l’altro ieri in Direzione. Dove, dietro l’unanimità sul mandato pieno a trattare, accordato al segretario, sono affiorate idee e posizioni diverse: dichiarate oppure lasciate intendere, non esattamente in linea con l’impostazione lettiana.
Un frazionismo, l’avrebbero chiamato nel Pci, che rischia di compromettere il passaggio più delicato della legislatura. O almeno così ritengono a palazzo Chigi, dove il dibattito interno al Pd non è certo passato inosservato, anzi: il manifestarsi di un’area ostile al premier è stato vissuto come il vero ostacolo alla sua marcia quirinalizia, specie se Berlusconi dovesse cedere il passo. Lo smottamento in grado di trasformare la salita al Colle in una scalata al K2, per il venir meno dell’ancoraggio più solido cui appoggiarsi.
Partendo da un dato di realtà, ossia il terrore per il voto anticipato che incoraggia i parlamentari a tifare per lo status quo, le correnti del Pd appaiono divise su un eventuale trasloco di Draghi. Prospettiva contro la quale sembra essersi saldato un inedito asse fra l’ala sinistra che un tempo si sarebbe detta zingarettiana (ma ora non più, dopo l’addio al Nazareno del governatore laziale, quell’area è praticamente implosa) e i cattodem di Dario Franceschini, da mesi in religioso silenzio e perciò impossibile da sondare. L’alfiere di questo fronte, considerato il più sensibile al pressing anti-draghista del M5S, è senza dubbio Goffredo Bettini: da tempi non sospetti il dirigente ormai diventato il consigliere principe di Giuseppe Conte va sostenendo che il premier non può muoversi da Chigi. Lo ha ribadito pure in Direzione: «L’emergenza non è finita, la cosa più naturale è che questo governo continui con l’attuale presidente del Consiglio», da trasferire al Quirinale solo come extrema ratio qualora tutto dovesse precipitare.
Analogo ragionamento proposto dal senatore Franco Mirabelli, cui il ministro della Cultura sovente affida le sue riflessioni: «Questa fase non ci consente di pensare a un cambio di maggioranza né di governo, per la cui tenuta e funzionalità Draghi è fondamentale». Con Matteo Orfini, capofila dei Giovani Turchi, a rilanciare il Mattarella-bis, in nome della stabilità necessaria ad affrontare la crisi sanitaria, economica e sociale che ancora infuria nel Paese.
Più sfumata la posizione di Lorenzo Guerini, capo di Base riformista. Avendo un ottimo rapporto sia con il capo dello Stato sia con il premier, lui metterebbe innanzitutto la firma per confermare lo schema esistente. Solo se non fosse possibile, passerebbe all’opzione Draghi al Colle, previo patto di legislatura, però. Conosce bene, il titolare della Difesa, gli umori di una parte consistente della sua truppa, decisa a lasciarlo dov’è per non rischiare di tornare a casa anzitempo. Su per giù la stessa posizione del senatore Luigi Zanda, battitore libero di rito franceschiniano, vecchio amico di entrambi i presidenti. Mentre ex renzianissimi come Andrea Marcucci e Dario Stefàno premono affinché Draghi non solo resti, ma faccia il premier anche dopo il 2023.
A testimonianza di sentimenti e opinioni trasversali che nessun capocorrente è in realtà in grado di governare. Ci sta provando Andrea Orlando, attestato a metà del guado: sostenitore di «uno schema di unità nazionale come condizione per un presidente di garanzia» che prescinde dai nomi. Mentre Peppe Provenzano invita a «non escludere nessuna carta, il segretario deve poterle giocare tutte». Inclusa quella di Giuliano Amato, su cui il n.2 del Nazareno riservatamente lavora.
Ciò però non significa sconfessare la linea del segretario, spiegano in tanti. Bensì coprirne i movimenti, assicurargli libertà d’azione, di cambiare modulo in base alle mosse degli avversari. Perciò Letta è tranquillo: «Nel Pd c’è un bel confronto di idee, ma nello spirito e nel merito siamo uniti». Fra un settimana, in aula, la prova del nove.