Centrosinistra, fumata grigia dal vertice Pd-5s-Leu: non c’è accordo su Draghi al Quirinale
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitaleÈ grigia la fumata che esce dal camino di Giuseppe Conte quando, intorno alle dieci del mattino, Enrico Letta e Roberto Speranza abbandonano il conclave giallorosso organizzato a casa dell’avvocato per concertare una strategia comune sul Quirinale. Il vertice, sollecitato dal presidente cinquestelle per frenare la spinta degli alleati su Mario Draghi, si è incagliato sul trasloco del premier: “Va trovata un’altra soluzione, per noi deve restare a Palazzo Chigi. E' quello che mi hanno chiesto i gruppi parlamentari", ha detto Conte. Il che non significa porre un veto - chiariranno più tardi fonti 5S - ma l'invito a valutare tutte le opzioni per dare continuità all'azione di governo.
È grigia la fumata che esce dal camino di Giuseppe Conte quando, intorno alle dieci del mattino, Enrico Letta e Roberto Speranza abbandonano il conclave giallorosso organizzato a casa dell’avvocato per concertare una strategia comune sul Quirinale. Il vertice, sollecitato dal presidente cinquestelle per frenare la spinta degli alleati su Mario Draghi, si è incagliato sul trasloco del premier: “Va trovata un’altra soluzione, per noi deve restare a Palazzo Chigi. E' quello che mi hanno chiesto i gruppi parlamentari", ha detto Conte. Il che non significa porre un veto - chiariranno più tardi fonti 5S - ma l'invito a valutare tutte le opzioni per dare continuità all'azione di governo.
Eppure, giocando di sponda con Roberto Speranza, Enrico Letta ha provato a convincerlo che se si vuol davvero arrivare a una proposta condivisa, ora che la corsa di Berlusconi sembra avviata al capolinea, l’unica figura in grado di fare presto e bene è quella dell’attuale presidente del Consiglio. Ha spiegato, il segretario del Pd, che andare al muro contro muro porterebbe a una crisi di governo irreparabile e, dunque, alla fine anticipata della legislatura. Ma il capo del Movimento avrebbe espresso diversi dubbi sul fatto che le larghe intese non reggerebbero senza Draghi alla guida dell'esecutivo. Più convinto invece che, lasciando aperta la porta del dialogo, si possa trovare per il Colle un’alternativa di egual spessore e alto profilo, senza però pescare dalla rosa fin qui proposta dal centrodestra – Moratti, Casellati, Frattini, tutti nomi indigeribili per la prima forza che siede in Parlamento – ma neppure convergere sul petalo coltivato in grande riservatezza dal Nazareno: ovvero Giuliano Amato.
D’accordo sulla necessità di restare uniti e di non concedere agli avversari alcun diritto di prelazione sulla scelta del candidato, visto che i numeri dei due schieramenti sono grosso modo equivalenti, i tre leader giallorossi hanno allora convenuto di aspettare ancora un po’, di verificare cioè – prima di assumere una qualsiasi iniziativa – cosa succede nell’altro campo. Impegnandosi a tenere a bada le rispettive truppe, più propense a mantenere lo status quo. Specie quelle grilline, agitate dall’attivismo di Di Maio che sta creando non pochi problemi allo stato maggiore contiano. Infastidito dagli spin, riportati sui giornali, di un ministro degli Esteri che lavora per la candidatura di Draghi al Quirinale, mentre “in cabina di regia, a noi, dice l’opposto, che deve restare alla guida del governo”.
Ecco perché adesso, prima di tutto, serve un chiarimento a quattr’occhi fra l’attuale capo politico e l’ex. Che ci sarà oggi stesso, alla Farnesina.