Grillo indagato nell'inchiesta Moby, l’imbarazzo dei 5S per l’accusa a Beppe: “È il reato punito da una nostra legge”
di Matteo Pucciarelli , di Matteo PucciarelliMILANO - Fosse il titolo di un film, sarebbe La nemesi. "Un filone dell’inchiesta Open che riguarda Matteo Renzi, il reato di traffico di influenze illecite che abbiamo contribuito a rafforzare noi... E alla fine ci finisce in mezzo Beppe Grillo, quindi il M5S stesso", racconta un po’ amareggiato un influente esponente del Movimento. Nel bel mezzo delle trattative quirinalizie, il giorno dopo la pubblicazione di un sondaggio che certifica il minimo da svariati anni a questa parte del partito (13,7 per cento), ecco l’iscrizione nel registro degli indagati del fondatore e garante dei 5 Stelle. La faccenda non colpisce direttamente nessun protagonista attuale, se non appunto lo stesso Grillo; ma politicamente, nonostante il ruolo sempre più defilato del comico, parlare di lui significa ancora adesso tirare in mezzo tutto il Movimento.
MILANO - Fosse il titolo di un film, sarebbe La nemesi. "Un filone dell’inchiesta Open che riguarda Matteo Renzi, il reato di traffico di influenze illecite che abbiamo contribuito a rafforzare noi... E alla fine ci finisce in mezzo Beppe Grillo, quindi il M5S stesso", racconta un po’ amareggiato un influente esponente del Movimento. Nel bel mezzo delle trattative quirinalizie, il giorno dopo la pubblicazione di un sondaggio che certifica il minimo da svariati anni a questa parte del partito (13,7 per cento), ecco l’iscrizione nel registro degli indagati del fondatore e garante dei 5 Stelle. La faccenda non colpisce direttamente nessun protagonista attuale, se non appunto lo stesso Grillo; ma politicamente, nonostante il ruolo sempre più defilato del comico, parlare di lui significa ancora adesso tirare in mezzo tutto il Movimento.
Oggi il rapporto di Grillo con Giuseppe Conte, che pure ha avuto dei bassi notevoli che per poco non portarono allo sconquasso generale, è molto migliorato. Non a caso ieri l’ex presidente del Consiglio lo ha chiamato per manifestargli vicinanza e la convinzione, sua e generale, che dalla faccenda il garante ne uscirà completamente pulito. Ma proprio per questa ragione, cioè la rinnovata concordia tra i due, in queste ore cruciali Conte non potrà far affidamento sul Grillo azzoppato, perlomeno come possibilità di un supplemento di intervento in caso di difficoltà o spaccature.
"Che ne uscirà pulito non c’è alcun dubbio — ragiona un parlamentare che conosce bene Grillo — ma magari succederà tra cinque anni, nel frattempo è una mazzata tremenda per lui e per il M5S". Pubblicamente la persona delegata a esprimere la posizione del Movimento è stata Francesco Silvestri, tra i firmatari della proposta di legge dei 5 Stelle sul lobbying: "Grillo non è un decisore pubblico, non c’entra con la nostra legge, questa non è una questione che interessa la nostra proposta di legge. Non c’è nessuna difficoltà e nessun imbarazzo", le sue parole ad Adnkronos. Poi si sono aggiunti i senatori della commissione Lavori pubblici e trasporti con una nota condivisa: "Da quando il M5S è in Parlamento, Grillo non ha mai messo bocca neanche su mezzo emendamento, né su nessun altro passaggio dei lavori in commissione. Per quanto riguarda Moby, nei confronti dell’azienda c’è stato un approccio paritetico a quello di tutte le altre realtà analoghe. Chi segue i lavori della nostra commissione sa bene che la componente del M5S non è solita lasciarsi condizionare da soggetti esterni".
Dopodiché la questione relativa a Moby era da tempo nota nel Movimento, i primi articoli di stampa sulla faccenda della sponsorizzazione di Vincenzo Onorato su beppegrillo.it e soprattutto la consulenza alla Casaleggio associati risalgono al 2019. Ma già l’anno prima in parlamento il deputato sardo di Unidos, Mauro Pili, aveva rilevato la strana situazione che coinvolgeva Grillo. Comunque, specie per chi all’epoca si trovava al governo — era quello gialloverde, con la Lega — ogni argomento che riguardava direttamente o meno il dossier marittimo era diventato da codice rosso, ovvero massima allerta, con il terrore di favorire i desiderata dell’armatore-sponsor.
L’indirizzo del Mit guidato da Danilo Toninelli fu quello di bandire una nuova gara per le tratte in mano a Onorato ma poi il Conte uno cadde e l’anno dopo, con un nuovo ministro, la pd Paola De Micheli, ci fu la proroga della vecchia concessione. Di certo, e questo è un altro capitolo della saga 5 Stelle, l’affaire Moby a un certo punto — assieme a quello Philip Morris — fu utilizzato come clava nella guerra interna tra il Movimento e la casa madre di Milano, cioè appunto la Casaleggio e l’associazione Rousseau. Al fondatore e mattatore poteva venire perdonato tutto, anche qualche “consiglio” via Whatsapp, ma al figlio dell’altro fondatore (Gianroberto Casaleggio) non più.