Conte e Salvini, il giorno dei due no sulla strada di Draghi per il Quirinale
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitaleROMA - Fosse solo per il no di Giuseppe Conte, formalizzato al mattino agli alleati giallorossi e virato in serata verso un più cauto "ni", Mario Draghi potrebbe stare tutto sommato tranquillo. A ostacolarne le ambizioni quirinalizie è invece quello pesantissimo di Matteo Salvini. Che all'ora di cena confida ai fedelissimi il contenuto del patto di ferro stretto con Silvio Berlusconi. Così congegnato: il capo di Forza Italia, in evidente difficoltà sui numeri, si ritira dalla corsa e insieme verrà scelto un candidato gradito a entrambi, che però non sarà il presidente del Consiglio. La cui scalata, ne è convinto il segretario leghista, manderebbe in frantumi il centrodestra, decretandone la fine.
Un'intesa che, qualora tenesse, rischierebbe di disfare la tela tessuta con pazienza e tenacia da Enrico Letta intorno al nome del premier. Non l'unica opzione possibile, per il Pd, che preferirebbe di gran lunga i…
ROMA - Fosse solo per il no di Giuseppe Conte, formalizzato al mattino agli alleati giallorossi e virato in serata verso un più cauto "ni", Mario Draghi potrebbe stare tutto sommato tranquillo. A ostacolarne le ambizioni quirinalizie è invece quello pesantissimo di Matteo Salvini. Che all'ora di cena confida ai fedelissimi il contenuto del patto di ferro stretto con Silvio Berlusconi. Così congegnato: il capo di Forza Italia, in evidente difficoltà sui numeri, si ritira dalla corsa e insieme verrà scelto un candidato gradito a entrambi, che però non sarà il presidente del Consiglio. La cui scalata, ne è convinto il segretario leghista, manderebbe in frantumi il centrodestra, decretandone la fine.
Un'intesa che, qualora tenesse, rischierebbe di disfare la tela tessuta con pazienza e tenacia da Enrico Letta intorno al nome del premier. Non l'unica opzione possibile, per il Pd, che preferirebbe di gran lunga il bis di Sergio Mattarella se solo si aprisse uno spiraglio nella granitica indisponibilità manifestata dal capo dello Stato, anche per evitare di ficcarsi in una complicatissima partita doppia: eleggere un presidente della Repubblica a larga maggioranza e tenere in piedi il governo di unità nazionale. Ma, è questo il ragionamento emerso al tavolo giallorosso, più Berlusconi rimane in campo, più l'ascesa dell'ex banchiere appare come la chiave più idonea per blindare, dal Colle, la prosecuzione della legislatura. Sempre che, ovviamente, non spunti fuori una figura terza, di eguale spessore e analogo profilo, capace di mettere d'accordo tutti: centrosinistra e centrodestra. Che poi è l'obiettivo del patto segreto tra Salvini e il Cavaliere.
Il segretario dem prova a spiegarlo a Giuseppe Conte e Roberto Speranza incontrati alle nove del mattino nella dimora romana del presidente cinquestelle. Un vertice sollecitato dall'avvocato per formalizzare la posizione dei gruppi grillini, terrorizzati dalle elezioni anticipate e in buona parte ostili all'ipotesi di un trasloco di Draghi, che ne aumenterebbe a dismisura il rischio. "Bisogna trovare un'altra soluzione, per noi deve rimanere a palazzo Chigi, è quel che chiedono i miei parlamentari", sibila il capo politico del Movimento. Per poi correggere la rotta, dopo un faccia a faccia con Luigi Di Maio: "Non si tratta assolutamente di un veto, noi non ne poniamo", scandisce Conte ai microfoni del Tg3, "facciamo solo valutazioni nell'interesse del Paese, va garantita continuità all'azione di governo".
Intanto però il tempo stringe, fa notare Letta, bisogna stare uniti e mettere in pista una strategia comune, in grado di far breccia pure nell'altro fronte. Fermo restando che è "incredibile questo tentativo di falsificazione della realtà messo in atto dalla destra, che sta cercando di far passare l'idea che il presidente spetti a loro", tuona il leader pd. "Va smontato con decisione perché i numeri in Parlamento sono pari, non hanno nessun vantaggio né diritto di prelazione sul candidato", concordano i tre leader. Convinti si debba scongiurare il muro contro muro che rischia solo di far male all'Italia, ancora alle prese con la pandemia, osserva Speranza.
Perciò bisogna lasciare tutte le porte aperte, anche a un'eventuale proposta degli avversari, purché restituisca il profilo di un capo dello Stato autorevole e super partes. Che "non può essere evidentemente Berlusconi", rimarca Conte. E se al tavolo del centrosinistra "non c'è intesa sul nome" è solo perché "ne parleremo con le altre forze politiche nei prossimi giorni" precisa Letta. Farne uno adesso significherebbe bruciarlo, è la tesi. Specie quello di Draghi, che "va protetto". Con una sola certezza, al momento: "L'assalto della destra al Colle è fallito, ora serve una scelta condivisa. Discutiamo", l'amo gettato dal capo del Pd.
Un vertice utile a serrare i ranghi, aspettare le mosse berlusconiane, persuadere i gruppi grillini che, stando così le cose, solo il premier potrebbe assicurare il prosieguo della legislatura. Grazie a un patto di maggioranza, di cui l'ex banchiere dal Quirinale si farebbe promotore e garante. Uno dei pochi, oltretutto, capace di offrire rassicurazioni oltreconfine. Reduce da un mini-tour tra Strasburgo e Parigi durante il quale ha ascoltato gli umori e le preoccupazioni dei partner europei, Letta si è infatti rafforzato nell'idea che l'Italia ha bisogno di essere messa al riparo da spinte destabilizzanti, da ogni rigurgito populista e nazionalista. E Draghi, in questo senso, sarebbe l'ideale. Non a caso: "Va preservato da ogni tatticismo politico", ribadisce pure Di Maio nel summit con Conte alla Farnesina, voluto dall'avvocato per siglare la pace col ministro degli Esteri e fissare qualche punto fermo. Innanzitutto che "la legislatura deve continuare". Le stesse parole pronunciate da Nicola Fratoianni, che al segretario dem però giura: "Alleati sì, ma noi Draghi non lo votiamo".