ROMA - Alle 20 gli stanzoni di Palazzo Chigi brillano ancora di luce. Nella sede del governo tutti, nessuno escluso, continuano a lavorare a due obiettivi: portare a casa un decreto sulle bollette e favorire l'ascesa di Mario Draghi al Quirinale. Il premier, che non ha mai negato le proprie ambizioni presidenziali, si mantiene ufficialmente fuori dai radar. Eviterà quasi certamente la conferenza stampa per le misure sul caro-energia. Da giorni, però, si muove. Riceve con discrezione ministri o personalità fondamentali per gli equilibri parlamentari. Non solo Lorenzo Guerini e Roberto Fico. Il dialogo con Giancarlo Giorgetti, ad esempio, è diventato nelle ultime ore ancora più intenso. Quello con Luigi Di Maio si è consolidato in un recentissimo faccia a faccia. Ieri è stata la volta di Daniele Franco. Come se non bastasse, il capo dell'esecutivo si prepara a ricevere i leader. A sera, la sensazione è agrodolce: certo, il …
ROMA - Alle 20 gli stanzoni di Palazzo Chigi brillano ancora di luce. Nella sede del governo tutti, nessuno escluso, continuano a lavorare a due obiettivi: portare a casa un decreto sulle bollette e favorire l'ascesa di Mario Draghi al Quirinale. Il premier, che non ha mai negato le proprie ambizioni presidenziali, si mantiene ufficialmente fuori dai radar. Eviterà quasi certamente la conferenza stampa per le misure sul caro-energia. Da giorni, però, si muove. Riceve con discrezione ministri o personalità fondamentali per gli equilibri parlamentari. Non solo Lorenzo Guerini e Roberto Fico. Il dialogo con Giancarlo Giorgetti, ad esempio, è diventato nelle ultime ore ancora più intenso. Quello con Luigi Di Maio si è consolidato in un recentissimo faccia a faccia. Ieri è stata la volta di Daniele Franco. Come se non bastasse, il capo dell'esecutivo si prepara a ricevere i leader. A sera, la sensazione è agrodolce: certo, il Movimento frena e il centrodestra chissà cosa combinerà, ma i profili alternativi si consumano come torce, spiccano per debolezza o peggio ancora si scontrano con i veti invalicabili dei partiti.
Lavorare all'ascesa di Draghi al Quirinale significa prima di tutto spendersi per organizzare un governo che eviti il voto anticipato. L'opzione di un tecnico sarebbe la preferita dal capo dell'esecutivo. Più che un nome, esiste una rosa composta: in cima c'è un suo ministro, Vittorio Colao. Più in giù, altri due che siedono in Cdm: Daniele Franco e Marta Cartabia. Nelle ultime ore è stata ipotizzata anche una soluzione completamente diversa: un esecutivo guidato dall'attuale capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) Elisabetta Belloni. Da registrare, inoltre, l'incontro avuto ieri dal premier con Filippo Patroni Griffi, presidente uscente del Consiglio di Stato, già ministro con Monti e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Enrico Letta.
Sono tutte soluzioni che mandano in agitazione i partiti. Non solo perché le segreterie si esercitano in identikit politici alternativi - tra i quali spiccano sempre e comunque Paolo Gentiloni e Lorenzo Guerini - ma soprattutto perché si valuta la potenziale tenuta di un quadro politico già logorato. Senza dimenticare i tormenti del centrosinistra, che si dilania attorno a un dilemma: con Draghi al Colle non si corre il rischio di inaugurare un lungo anno di campagna elettorale, in cui i sovranisti resterebbero fuori dall'esecutivo (Giorgia Meloni) o bombarderebbero da dentro la casa comune un secondo dopo averla inaugurata (Matteo Salvini)?
Non sono ostacoli di poco conto, ma Draghi cerca di creare le condizioni politiche per superare queste perplessità. Serve un premier, allora, e c'è bisogno di concordare uno scheletro di esecutivo prima di sottoporre al Parlamento la candidatura di Draghi al Colle. Per questo, è fondamentale comprare tempo: se l'ex banchiere deve essere, che sia possibilmente dalla quarta votazione. Per guadagnare qualche giorno potrebbe bastare lo psicodramma interno al centrodestra, utile a bruciare le prime tre votazioni con battaglie di bandiera. Poi, dal quarto scrutinio, basteranno 505 grandi elettori e a quel punto servirebbero oltre 300 franchi tiratori - questo è il calcolo - per sconfessare l'accordo tra i due poli e affossare Draghi nelle urne.
Ma il vero rebus resta, come detto, il nuovo governo. Nelle ultime ore, le forze più piccole rappresentate in Parlamento - da Coraggio Italia a Cambiamo - sono state contattate da ambasciatori dell'attuale esecutivo. Hanno ragionato della continuità della legislatura e addirittura dell'opzione di essere rappresentati nella nuova squadra di governo.
Alle 21, le luci di Palazzo Chigi restano ancora accese. Un politico navigato come Maurizio Lupi attraversa piazza Montecitorio. Si ferma e prevede: "Siamo sicuri che Berlusconi sosterrà un altro nome di centrodestra? Io ho dei forti dubbi e penso che si finirà su Draghi al Quirinale". Per lui, come per tutti, l'alternativa è soltanto una: il bis di Sergio Mattarella. Ma per quella servirebbe un'unanimità che, al momento, il fronte sovranista non garantisce.