ROMA - Silvio Berlusconi, sino all'ultimo, tiene sulla corda gli alleati, che oggi tenteranno di convincerlo a valutare altre candidature di centrodestra per il Quirinale. Ma Pd e 5S hanno già opposto un muro preventivo a nomi d'area, nella convinzione che a Salvini e ai suoi compagni di viaggio non spetti alcun diritto di prelazione sulla proposta per il Colle. Un clima di contrapposizione fra due coalizioni senza numeri che favorisce la crescita delle quotazioni di Mario Draghi. Contribuendo a costruire, giorno dopo giorno, il piano inclinato che potrebbe portare al premier. Per tanti l'unico, dalla quarta votazione in poi, capace di garantire un'elezione rapida, a larga maggioranza.
A 48 ore dal primo scrutinio, ogni tentativo di individuare un'altra candidatura condivisa - condizione necessaria per il prosieguo della legislatura - appare arduo. Il centrodestra è in panne, il centrosinistra non ha trovato la quadra e il gioco dei veti incrociati tra leader ha ormai bruciato molte alternative. Nello Squid game versione Quirinal sono state fatte fuori prima le proposte di Matteo Salvini - nell'ordine, Maria Elisabetta Casellati, Letizia Moratti e Marcello Pera - bocciate da Enrico Letta perché troppo di parte. Poi è stata strappata la carta del Pd, ovvero Giuliano Amato, risultata sgradita sia alla Lega sia al M5S.
Quindi è toccato a Giuseppe Conte vedersi impallinare Filippo Patroni Griffi e Andrea Riccardi, che convincevano poco. Lasciando a galleggiare nel limbo Pierferdinando Casini, riserva che non si sa mai, può sempre tornare utile. Ma che non piace anzitutto a Berlusconi.
Il Cavaliere non ha intenzione di uscire di scena: e ieri l'ha ribadito a una stretta cerchia di amici e dirigenti forzisti - Confalonieri, Ronzulli, i capigruppo Barelli e Bernini, che l'hanno raggiunto ad Arcore. Ma Salvini ha rotto gli indugi, interpretando anche la voglia di stringere i tempi di Giorgia Meloni: il leader della Lega ha promosso un vertice a Roma per oggi, nel corso del quale Berlusconi dovrà sciogliere la riserva. Qualcuno dovrà convincerlo che altri candidati sono più forti di lui, che abbiano più di 498-500 voti che garantisce di aver racimolato.
Ma il leader di Fi fa sapere comunque di essere pronto a valutare altre soluzioni: da remoto, perché non tornerà nella Capitale. Salvini e Meloni avrebbero un altro paio di assi da giocare: nel mazzo ci sarebbero Paola Severino e Giulio Tremonti ma non sono proposte destinate a sfondare. L'obiettivo è quello di evitare che si finisca su Draghi, ma tutti ai piani alti del centrodestra sanno benissimo che l'esito può essere proprio quello.
È in queste acque tanto agitate che, sull'altro fronte, Letta continua a muoversi come il pesce pietra, specie abilissima nel mimetizzarsi per catturare le sue prede, stando acquattata sul fondale. È la strategia utilizzata dal segretario dem per favorire il trasloco di Draghi nel palazzo dei Papi: fingersi immobile, laconico, scarso di iniziativa, tessendo nel frattempo una tela invisibile di colloqui e di contatti, tra Chigi e le Camere dove ormai si è acquartierato, per mettere in sicurezza il governo, neutralizzare l'assalto al Colle della destra, eleggere un presidente il più possibile somigliante a Sergio Mattarella. Che il segretario del Pd, non è un mistero, avrebbe voluto restasse dov'è: sin dal principio la sua prima scelta, infranta contro il muro dei sovranisti e l'indisponibilità del giurista dc.
Istituzionale e super partes: così se lo immagina l'inquilino del Nazareno il futuro capo dello Stato. È l'identikit tracciato in Direzione e nelle riunioni coi parlamentari, al vertice giallorosso e nei numerosi scambi con chi conta davvero nei partiti chiamati a votare la massima carica della Repubblica: lo ha detto a Giorgetti, con cui si sente spesso, e pure a Salvini, che oggi (o domani) vedrà a quattrocchi; lo ha ripetuto a Conte e anche a Di Maio, ricevendo risposte non sempre concordanti; lo ha spiegato ai suoi ministri riuniti su Zoom o incontrati separatamente per sciogliere dubbi e vincere resistenze. Soprattutto lo ha ribadito ieri nel faccia a faccia con Matteo Renzi, nutrito della consueta diffidenza: "In questa fase non ci possiamo permettere né giochini né sotterfugi.
Dobbiamo sederci tutti intorno a un tavolo per stringere un patto di legislatura e rafforzare politicamente il governo, sia se Draghi va al Colle sia se resta a Chigi". Facendo intendere che è la prima ipotesi la preferita, dopo la quale c'è Amato, giudice costituzionale come Mattarella. Avendo chiaro che "in un Parlamento tanto frammentato nessuno ha i numeri per fare da solo", scandisce Letta. "Non c'è ragione di votare un nome di destra, riconoscendo a quella coalizione una leadership che non ha. E attenzione: il quadro tiene solo se si sgombera il campo da questa bufala".
E anche il patto di legislatura ha le sue incognite: Salvini, ad esempio, sarebbe pronto a firmarlo, ma con la garanzia che si formi un "governo dei leader" in cui lui o un uomo vicino come l'attuale viceministro Nicola Molteni prendano il Viminale. Altrimenti difficilmente rivedrà il suo no a Draghi sul Colle. Ma è una condizione inaccettabile per un Pd che ha fatto le crociate contro i decreti sicurezza.
Troppe variabili che rendono ormai quasi una chimera l'elezione di un capo dello Stato alla prima votazione. Ma Draghi sa bene che il nome che unisce, indicato da un'ampia maggioranza, alla fine potrà essere il suo. E non solo lui. Sono in molti a pensare che quella di ieri sia stata l'ultima riunione del Consiglio dei ministri. Con Andrea Orlando, che sollecitava misure contro il lavoro precario in edilizia, il premier ha tagliato corto: "Poi ne parliamo". Lasciando tutti un po' perplessi.