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M5S, conta nei gruppi. Un terzo direbbe no a Draghi al Quirinale

Giuseppe Conte e Luigi di Maio (ansa)

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I 234 grandi elettori grillini divisi in quattro aree: con Conte (circa 130), con Di Maio (circa 40), gli autonomisti del Senato e altri 30-40 sul mercato
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MILANO - C'è uno schema di massima, una composizione del gruppo da tener di conto, nel M5S. Quattro componenti diverse, seppur con confini labili e rimescolamenti possibili in ogni momento, e ovviamente molto dipenderà dal nome, o dai nomi, da votare da lunedì in poi. I numeri, quindi: i 5 Stelle, tra parlamentari e delegati regionali (sono quattro), contano di 234 schede. Giuseppe Conte può dormire sonni tranquilli almeno sulla metà del gruppo: qualsiasi sarà la scelta, vuoi per convinta adesione alla linea del presidente, vuoi per disciplina di partito, quella soglia lì è data per sicura come punto di partenza per l'ex presidente del Consiglio. Con qualche certezza in più alla Camera, che invece in passato veniva accusata di ribellismo; in questi ultimi giorni si è messa in moto la macchina del consenso interno, fatta di diplomazie incrociate e telefonate a raffica, orientamento di assemblee interne e via …

MILANO - C'è uno schema di massima, una composizione del gruppo da tener di conto, nel M5S. Quattro componenti diverse, seppur con confini labili e rimescolamenti possibili in ogni momento, e ovviamente molto dipenderà dal nome, o dai nomi, da votare da lunedì in poi. I numeri, quindi: i 5 Stelle, tra parlamentari e delegati regionali (sono quattro), contano di 234 schede. Giuseppe Conte può dormire sonni tranquilli almeno sulla metà del gruppo: qualsiasi sarà la scelta, vuoi per convinta adesione alla linea del presidente, vuoi per disciplina di partito, quella soglia lì è data per sicura come punto di partenza per l'ex presidente del Consiglio. Con qualche certezza in più alla Camera, che invece in passato veniva accusata di ribellismo; in questi ultimi giorni si è messa in moto la macchina del consenso interno, fatta di diplomazie incrociate e telefonate a raffica, orientamento di assemblee interne e via discorrendo.

Poi c'è un gruppo di eletti considerati vicini e attenti alle mosse di Luigi Di Maio, il cui numero oscilla tra le 30 e le 50 persone; il ministro degli Esteri ed ex capo politico non ha ancora davvero scoperto alcuna carta, sull'argomento Quirinale non apre bocca da settimane, per certi versi il suo peso nelle trattative è amplificato dagli stessi attuali vertici del M5S che intravedono in ogni dinamica una sua possibile influenza. Non è detto però che alla fine Di Maio voglia rompere e andar contro alle scelte di Conte. "L'importante per lui sarà esserci un attimo dopo, quando c'è da intestarsi la soluzione", assicura un influente 5 Stelle.

 

Forte al Senato invece c'è la frangia "autonomista", di base anti-contiana, che però non necessariamente si riconosce nel bisogno di tornare a Di Maio. Sono coloro che nei giorni scorsi hanno proposto il Mattarella-bis e ancora oggi ne rivendicano la bontà, da Danilo Toninelli a Primo Di Nicola ("È un nome da non escludere", ha ricordato ieri in riunione coi deputati il capogruppo a Montecitorio Davide Crippa). Una zona grigia che in tutto potrebbe contare su un 30-40 voti. E infine c'è la più indecifrabile e indicibile delle correnti, quella che - scherzando, ma neanche troppo - viene definita "sul mercato". Per dire, negli ultimi due giorni una senatrice e un deputato hanno lasciato, la prima per accasarsi in Italia Viva e il secondo nel Misto. Parlamentari che nel segreto dell'urna e con le dovute opere di convincimento potrebbe pure votare Silvio Berlusconi. Quanti sono? "Dieci, venti, chi può dirlo?", confida un ampio conoscitore di virtù e debolezze del M5S. Fatto lo schema, restano le variabili. Quando Conte, ieri l'altro, ha confidato a Enrico Letta che "su Mario Draghi non tengo i miei" ha detto il vero, perlomeno alle condizioni attuali; se però la sua elezione fosse accompagnata dalla garanzia della nascita di un nuovo governo, invece di un temuto tutti a casa, allora alla fine i no - che pure ci sarebbero - scenderebbero a quelli di una fisiologica minoranza. Draghi sarebbe una scelta "inaccettabile e autolesionista. Come si fa a sacrificare pezzi di identità a fronte del mantenimento di qualche poltrona?", si infervora da fuori un ex di primo piano come Alessandro Di Battista. Ma predica nel deserto. Nelle chat interne ieri girava molto una clip di un talk show dove Alessandro Sallusti gli chiedeva: "Ma lei cosa ha fatto in questi cinque anni per aiutare il suo M5S a essere un po' meno disastroso di quel che dice?". Almeno l'auto-assoluzione, a conti fatti, unisce tutti.