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Quirinale, la proposta di Letta: "Draghi o Mattarella, il bis sarebbe il massimo"

(ansa)
Il segretario dem cerca un patto di legislatura: "Del premier parlerò con Salvini, deve spiegare la vera posizione del centrodestra. Fiducioso che in due o tre giorni avremo un nome condiviso"
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ROMA - Alla vigilia della prima chiama, la rosa di Enrico Letta resta invariata, niente affatto sciupata dalla girandola di vertici, colloqui riservati e frenetico via vai di sherpa incaricati di rassodare il terreno per "il grande accordo" sul Quirinale. Che il segretario dem non vede solo vicino, ma tarato sugli unici due profili, quelli di Sergio Mattarella e Mario Draghi, sui quali ha sempre puntato sin dal principio.

"Martedì o mercoledì si può arrivare a un nome condiviso da tutti", profetizza Letta a metà pomeriggio davanti ai grandi elettori riuniti in assemblea alla Camera. Settantadue ore necessarie a chiudere o sull'attuale capo dello Stato, che "sarebbe il ma…

ROMA - Alla vigilia della prima chiama, la rosa di Enrico Letta resta invariata, niente affatto sciupata dalla girandola di vertici, colloqui riservati e frenetico via vai di sherpa incaricati di rassodare il terreno per "il grande accordo" sul Quirinale. Che il segretario dem non vede solo vicino, ma tarato sugli unici due profili, quelli di Sergio Mattarella e Mario Draghi, sui quali ha sempre puntato sin dal principio.

"Martedì o mercoledì si può arrivare a un nome condiviso da tutti", profetizza Letta a metà pomeriggio davanti ai grandi elettori riuniti in assemblea alla Camera. Settantadue ore necessarie a chiudere o sull'attuale capo dello Stato, che "sarebbe il massimo, la soluzione perfetta", dirà più tardi a Che tempo che fa. Oppure sul presidente del Consiglio, che "è una straordinaria risorsa per l'Italia e una delle ipotesi sul tavolo", perciò "sono rimasto stupito per il no di Salvini, con cui ora parlerò, sarà il primo punto della nostra conversazione, per capire se la sua è una posizione ultimativa", annuncia l'inquilino del Nazareno, atteso oggi al faccia a faccia decisivo.

Una strategia fondata su due certezze. La prima: il centrodestra è più lacerato di quanto non appaia, il che può essere un vantaggio per il centrosinistra ormai ricompattato, ma fonte pure di forte instabilità, per cui occorre prestare attenzione a non commettere passi falsi. La seconda: lo schema messo a punto con gli alleati è solido, prevede di avviare un dialogo con le altre forze politiche per individuare al più presto un candidato di alto profilo e super partes, eletto dalla maggioranza di governo, cui va data continuità per completare le riforme e rispondere alle urgenze del Paese.

Da qui la decisione di votare scheda bianca, oggi, "per dare un segno di disponibilità e apertura all'interlocuzione". Ma soprattutto per lasciare tempo a Salvini di fare le sue valutazioni. Nella consapevolezza che il veto su Pierferdinando Casini, trapelato dalla Lega, può essere la chiave per schiudere le porte del Quirinale al premier. Solo l'ex presidente della Camera, proposto da Matteo Renzi, potrebbe difatti mettere in difficoltà il Pd e a rischio la tenuta dei gruppi grillini.

Altre alternative credibili, per Letta, non ce ne sono. Anche perché, su questo è perentorio, "ulteriori candidature di centrodestra faranno la fine di quella di Berlusconi". Per il segretario dem "venuto giù lui è caduto l'abbaglio", ovvero che la coalizione avversaria "avesse i numeri per fare da sola. E il rinculo di questo errore si è visto con la deflagrazione di ieri". Non si stanca di ripeterlo, il segretario pd: "Non c'è maggioranza in Parlamento, l'unica è quella che supporta l'esecutivo".

Salvini si metta l'anima in pace: esponenti di partito come Casellati, Pera e Moratti non passeranno mai. "Ora serve una scelta condivisa. Nessuno deve vincere affinché tutti vincano", avverte. "Non è mettendo il cappello su qualcuno che si risolve la partita, anzi i candidati si bruciano tipo dieci piccoli indiani", l'appello rivolto al centrodestra per individuare, finalmente, una personalità che vada bene almeno alle le forze di governo.

Non è dunque un caso se in assemblea Letta fa solo tre nomi: Andrea Riccardi, il fondatore di Sant'Egidio capace di sfondare il perimetro giallorosso, che il centrosinistra scriverà sulla scheda solo se si dovesse andare al muro contro muro. Mattarella, indicato come modello di presidente cui tendere: "L'emblema del servitore dello Stato che rappresenta tutti, non solo chi lo ha votato, il suo settennato è stato un capolavoro". Draghi, che sta "svolgendo un ruolo fondamentale in Italia, in Europa e nel mondo". È da questo mazzo che, il Pd ne è convinto, uscirà la carta per il Colle.