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Mattarella e il doppio fondo dei rituali

Le grandi liturgie istituzionali, croce e delizia dell'immaginario italiano, hanno sempre un secondo risvolto entro cui si nasconde l'esatto contrario dei forti sentimenti e delle buone intenzioni che ieri si sono manifestate nell'aula del Parlamento
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Le grandi liturgie istituzionali, croce e delizia dell'immaginario italiano, hanno sempre un doppio fondo entro cui si nasconde l'esatto contrario dei forti sentimenti e delle buone intenzioni che ieri si sono manifestate nell'aula di Montecitorio, poi per le strade e infine sul Colle, sempre accompagnate da suoni, botti, trasbordi, colori, bagliori, paramenti e movimenti, pure di animali.

La giornata in diretta

Non per fare i pierini, ma quel maestoso cerimoniale non si è mai capito chi l'abbia inventato, forse risalendo al genio improvvisatore di un anonimo seppur volonteroso addetto che prese appunti, 100 righe per l'esattezza, un paio di cartelle, su quanto accadde al tempo dell'insediamento di Luigi Einaudi, 1948. Quel testo venne poi integrato da un promemoria, sempre di ignoto autore, dopo l'elezione di Saragat, 1964. A occhio, si tratta di un modello d'intronazione rituale d'impronta sabauda sottoposto a comprensibili innesti papali…

Le grandi liturgie istituzionali, croce e delizia dell'immaginario italiano, hanno sempre un doppio fondo entro cui si nasconde l'esatto contrario dei forti sentimenti e delle buone intenzioni che ieri si sono manifestate nell'aula di Montecitorio, poi per le strade e infine sul Colle, sempre accompagnate da suoni, botti, trasbordi, colori, bagliori, paramenti e movimenti, pure di animali.

La giornata in diretta

Non per fare i pierini, ma quel maestoso cerimoniale non si è mai capito chi l'abbia inventato, forse risalendo al genio improvvisatore di un anonimo seppur volonteroso addetto che prese appunti, 100 righe per l'esattezza, un paio di cartelle, su quanto accadde al tempo dell'insediamento di Luigi Einaudi, 1948. Quel testo venne poi integrato da un promemoria, sempre di ignoto autore, dopo l'elezione di Saragat, 1964. A occhio, si tratta di un modello d'intronazione rituale d'impronta sabauda sottoposto a comprensibili innesti papalini; in coerenza, dopo tutto, con quella che nacque come "la Repubblica monarchica dei preti", insomma l'Italia di sempre - molto, ma molto maschile, se è consentita una gratuita notazione più estetica che gender.

LEGGI Il discorso integrale alle Camera

Ora, se è vero che il giuramento del Capo dello Stato ha il compito di solennizzare il più alto potere e lo scopo di mettere in scena la rigenerazione di un'intera comunità all'interno di un ordine che al giorno d'oggi scorre su schermi e teleschermi, ecco, è pur vero che diverse cosette, ieri, inducevano a cattivi pensieri.

La prima è che i parlamentari sembravano diventati tutti buoni. Troppo, decisamente, maturi, seri, responsabili, perfino cavallereschi: mah. La seconda, connessa all'atmosfera di un ritrovato spirito istituzionale, è che i loro applausi sono suonati così tanti, e insistiti, e a un certo punto a tal punto automatizzati secondo la formula della standing ovation da lasciar trasparire - sempre a occhio ragionevolmente malevolo - un che di ridicolo. Così cinquantadue o cinquantacinque scrosci hanno finito per rappresentare quel classico pieno di euforia dietro cui si indovinava, oltre alla consueta e prevedibile ambiguità il più abituale vuoto di ideali e progetti.

In altre parole, quel clap-clap con su-e-giù non solo rinviava a una sorta di prestazione ottica e ginnica, ma avendo rinfrescato il ricordo del bis di Napolitano, era difficile togliersi il sospetto di una simulazione seriale. E comunque: bastasse un mezzo pomeriggio di plauso, convinto, bugiardo o liberatorio che fosse, ad allontanare la penombra e il caos, la vanità, l'insipienza e la cialtroneria che segnano di sé ormai da anni quello stesso Parlamento al tempo stesso agognato e negletto.

Va da sé che Mattarella è stato anche stavolta impeccabile. Ma dietro la forza morale, l'eleganza, la semplicità e tutto ciò che lo fa un ottimo e dopo l'ultima prova dei partiti un ancora più sperimentato presidente, beh, più di una volta, sopra e sotto la mascherina, nell'azzurro di quegli occhietti è parso di cogliere anche un lampo d'inesprimibile soddisfazione, per non dire di rivalsa; uno sguardo sottile e, se è consentito, molto democristiano, vecchia scuola, ancien régime: nel secondo settennato diversi capi tribù farebbero male a sottovalutarlo.

Istruttivo è stato seguire la radiocronaca del Tg1, istituzionale per antonomasia. Perciò "il nuovo inizio"; e lo slancio "in avanti". Ma tutto qui? Anche sul piano coreografico in verità tutto è filato liscio, ma l'applauso, lo scampanio, l'incedere del corteo, le bande musicali, l'automobile scoperta, le frecce tricolore, le riprese dall'alto, insomma ogni cosa era giustamente indicata come meravigliosa e straordinaria.

Sennonché, come noto, poi il tg finisce, la direttrice e i conduttori salutano, le emozioni passano, gli aggettivi della cronaca si sgonfiano, l'enfasi diventa tiepida, la guida rossa si arrotola, i flauti e i tamburi vengono riposti nelle loro custodie, i pennacchi e le gualdrappe nei magazzini, la Flaminia rientra in garage e la realtà torna a essere bruttina.

"Tempi duri" ha detto il presidente. Tempi pur sempre di crisi e di sfiducia, tempi che sconsigliano ogni cosmesi cerimoniale.