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M5S, Di Maio e la mossa per tornare leader: “Lascio il comitato garanti, dirò la mia”

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Il ministro si dimette dall’organo interno dei cinquestelle dopo aver chiamato Grillo e Conte. L’ex premier: “Non accetterò guerre di logoramento”. Il comico: “Passare dagli ardori alla maturità. Cariche politiche a rotazione”
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MILANO - Essendo impervia la strada dell’espulsione, Giuseppe Conte ne avrebbe chiesto le dimissioni dal Comitato di garanzia. Luigi Di Maio l’ha anticipato e ha tolto il disturbo prima; ieri alla 11 ha chiamato prima Beppe Grillo, poi il presidente, ha comunicato loro la propria decisione e poi l’ha resa pubblica con una lettera. Ma il ministro degli Esteri non se ne andrà dal M5S, anzi, la chiave della scelta è una: tenersi fuori dalla plancia di comando per poter fare opposizione interna, "mantenendo la libertà di alzare la mano e dire cosa non va bene e cosa andrebbe migliorato". La questione "non può risolversi solo con un post sui social", si replica dalla war room contiana. Perché il gesto di Di Maio poteva pure apparire distensivo ma la sensazione dell’ex presidente del Consiglio è che invece sia tutt’altro, cioè una nuova pubblica dichiarazione di sfida.

"Non è un g…

MILANO - Essendo impervia la strada dell’espulsione, Giuseppe Conte ne avrebbe chiesto le dimissioni dal Comitato di garanzia. Luigi Di Maio l’ha anticipato e ha tolto il disturbo prima; ieri alla 11 ha chiamato prima Beppe Grillo, poi il presidente, ha comunicato loro la propria decisione e poi l’ha resa pubblica con una lettera. Ma il ministro degli Esteri non se ne andrà dal M5S, anzi, la chiave della scelta è una: tenersi fuori dalla plancia di comando per poter fare opposizione interna, "mantenendo la libertà di alzare la mano e dire cosa non va bene e cosa andrebbe migliorato". La questione "non può risolversi solo con un post sui social", si replica dalla war room contiana. Perché il gesto di Di Maio poteva pure apparire distensivo ma la sensazione dell’ex presidente del Consiglio è che invece sia tutt’altro, cioè una nuova pubblica dichiarazione di sfida.

"Non è un gesto nobile, era l’unica cosa che poteva fare e avrebbe dovuto fare già da qualche giorno. Chi ci mette in difficoltà in pubblica piazza, chi dileggia i nostri valori e la nostra coesione, non poteva essere una figura di garanzia", ha spiegato Conte ai suoi. "Non accetterò guerre di logoramento"», è la sua promessa.


Insomma, la tensione resta alta e però il Movimento e i suoi protagonisti non sanno ancora bene come andrà a finire, come uscire dal vicolo cieco in cui tutti sono finiti. "Voglio dare il mio contributo sui contenuti e continuare a fare in modo che si generi un dibattito positivo e franco all’interno della nostra comunità", dice Di Maio. La sua mossa di sicuro, al momento, respinge le sirene centriste di cui si è molto confabulato. In primavera ci sono le elezioni amministrative, poi tre referendum (giustizia, eutanasia, cannabis), passaggi delicati che potranno dare nuovi elementi di chiarezza per tutti. Se per i 5 Stelle i risultati dovessero essere particolarmente negativi, a quel punto le denunce del ministro avrebbero il sapore di un’alternativa possibile al contismo.

Dopodiché a margine dello scontro — per adesso tutto simulato, a colpi di tweet, spin, post Facebook, interviste: il momento del chiarimento che tutti vogliono non è stato ancora fissato — c’è una maggioranza di parlamentari ed eletti che invece non prende una posizione, che non si ritrova né nella nuova gestione né ricorda con particolare nostalgia la guida di Di Maio ("Se vogliamo dirla tutta, Conte non ha ancora espulso nessuno, con Di Maio capo politico invece la lista è stata lunga", ragiona un deputato critico a 360 gradi). La condanna dei 5 Stelle oggi sembra una: Conte ha quello che non ha Di Maio (il consenso personale), ma pure viceversa (l’abilità squisitamente politica). Dovrebbero convivere serenamente ma pare un’opzione impraticabile.


In mezzo c’è Grillo, dopo mesi di silenzio è tornato con tre interventi pubblici: la settimana scorsa schierandosi per Elisabetta Belloni al Quirinale, quattro giorni fa per invitare i suoi all’unità e ieri parlando a nome di tutto il Movimento, difendendo la sua creatura, accusata di "aver rinnegato i valori su cui è nato. Ma ciò ricorda la parabola della trave e della pagliuzza, come se gli errori degli altri giustificassero i propri. E ben più gravi, tra l’altro, perché fatti da adulti smaliziati e non da giovani visionari e ingenui. Questa nostra rivoluzione democratica è chiamata a passare dai suoi ardori giovanili alla maturità, senza rinnegare le sue radici ma individuando percorsi più strutturati per realizzarne il disegno"». Per passare dagli "ardori giovanili" alla "maturità" il fondatore del M5S sul suo blog fa un elenco di proposte, di idee.

Un modo per provare a riportare il partito su un terreno programmatico, per togliere dalla scena le liti e le difficoltà oggettive — i sondaggi sono lì impietosi a dimostrarlo — che ne stanno avvelenando l’identità. Tra le righe della sua riflessione, Grillo apre anche a un superamento del classico limite dei due mandati, si affaccia il concetto di “rotazione”. Ma anche qui, il senso è che dalla rivoluzione si passa alla riforma: un approccio per il quale la cosiddetta vecchia politica è sempre stata più attrezzata.