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Referendum, alla Consulta il Risiko degli otto quesiti su eutanasia, fine vita e cannabis

I giudici costituzionali dal 15 febbraio in camera di consiglio per decidere l’ammissibilità
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ROMA - Alla Consulta si sono già divisi i 'compiti'. Gli otto referendum che martedì 15 febbraio approderanno al plenum dei 15 giudici costituzionali, sotto la nuova presidenza di Giuliano Amato, per deciderne il destino - ammissibili, in parte ammissibili, oppure del tutto da bocciare - hanno già un relatore. Uno per ciascun quesito, tranne in un caso. Dunque 7 relatori per 8 referendum. Al momento questa è l'unica certezza in una Corte blindata dove non trapela un fiato sui possibili esiti. "Saprete quando decideranno" è la secca risposta al tentativo di cavare qualche indiscrezione. E le decisioni, com'è ormai regola, saranno diffuse alla fine del conclave, ma non è detto che ciò avvenga nella stessa giornata. Dunque, a partire da martedì.

La "squadra"

Cominciamo dall'unica certezza, i 'padri' e le 'madri' di ciascun referendum. Vediamo quelli che hanno la matric…

ROMA - Alla Consulta si sono già divisi i 'compiti'. Gli otto referendum che martedì 15 febbraio approderanno al plenum dei 15 giudici costituzionali, sotto la nuova presidenza di Giuliano Amato, per deciderne il destino - ammissibili, in parte ammissibili, oppure del tutto da bocciare - hanno già un relatore. Uno per ciascun quesito, tranne in un caso. Dunque 7 relatori per 8 referendum. Al momento questa è l'unica certezza in una Corte blindata dove non trapela un fiato sui possibili esiti. "Saprete quando decideranno" è la secca risposta al tentativo di cavare qualche indiscrezione. E le decisioni, com'è ormai regola, saranno diffuse alla fine del conclave, ma non è detto che ciò avvenga nella stessa giornata. Dunque, a partire da martedì.

La "squadra"

Cominciamo dall'unica certezza, i 'padri' e le 'madri' di ciascun referendum. Vediamo quelli che hanno la matrice Radical-leghista, riguardano la giustizia e rappresentano la sfida del duo Salvini-Bongiorno contro lo status quo. Il quesito sulla separazione delle carriere - ma meglio sarebbe dire sulla la separazione delle funzioni - è stato affidato al costituzionalista e appena nominato vice presidente Nicolò Zanon. Che ha in carico anche il referendum sull'elezione dei componenti del Csm. Mentre sarà il costituzionalista bolognese Augusto Barbera a occuparsi della responsabilità civile dei magistrati. Tocca alla lavorista e fresca vice presidente Silvana Sciarra la questione dei consigli giudiziari. Mentre l'altra vice presidente, l'amministrativista Daria de Pretis, affronterà il quesito sull'abolizione della legge Severino, lei che proprio su questa legge ha già scritto due sentenze confermandone la costituzionalità.

Sarà il civilista in arrivo dalla Cassazione, Stefano Petitti, a trattare il tema dei limiti alla custodia cautelare. Mentre il lavorista della Suprema corte, Giovanni Amoroso, sarà il relatore sulla droga. E infine il referendum su cui c'è il maggior rumore mediatico - quello sull'eutanasia, ma vedremo che alla Consulta si viene bacchettati subito a chiamarlo così perché la sua definizione deve essere "omicidio del consenziente" come ha ordinato la stessa Cassazione dopo il vaglio di legittimità sulle firme -  è affidato al costituzionalista della Sapienza Franco Modugno.

"L'omicidio del consenziente"

L'Associazione Luca Coscioni di Filomena Gallo e Marco Cappato propone di 'ritagliare' l'articolo 579 del codice penale. Dedicato, appunto, al fine vita. Minuscoli interventi. Da un testo che dice: "Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni. Non si applicano le aggravanti.Si applicano le disposizioni relative all'omicidio se il fatto è commesso: 1. contro una persona minore degli anni diciotto; 2. contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un'altra infermità o per l'abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti;3. contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno". Si passa a un testo che cambia solo nelle prime righe: "Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con le disposizioni relative all'omicidio", mentre restano le indicazioni sulle possibili vittime. Scompare dunque la pena - da 6 a 15 anni - e il riferimento alle circostanze aggravanti. 

Come scrive la Coscioni "l'abrogazione dell'omicidio del consenziente non esplicherà effetti di depenalizzazione per fatti commessi contro persone che non abbiano piena coscienza della propria richiesta. La giurisprudenza sull'articolo 579 del codice penale è sempre stata univoca su questo punto, che dunque non può e non deve essere strumentalizzato dai detrattori del referendum. Infatti viene sempre applicato il reato di omicidio doloso nelle ipotesi in cui il fatto sia commesso nei confronti di una persona inferma di mente o in condizioni di deficienza psichica per altra infermità. A viziare il consenso è sufficiente anche una momentanea diminuzione della capacità psichica che renda il  soggetto non pienamente consapevole delle conseguenze del suo atto, come appunto uno stato depressivo o una nevrosi momentanea".

Ma chi è contrario al referendum sostiene che un intervento sull'articolo 579, eliminando qualsiasi cautela, possa portare a una dilatazione eccessiva dell'aiuto al suicidio attraverso l'intervento di una terza persona. L'aiuto, in questo caso, potrebbe trasformarsi in una vera e propria iniziativa del terzo, seppure con il consenso della persona che vuole morire. La Corte riconosce la non punibilità dell'aiuto al suicidio solo quando chi lo chiede è in condizioni di salute particolarmente gravi e ormai vicino alla morte. Mentre - sostengono gli avversari del referendum - modificando l'articolo 579 solo con un taglio, si rischia di estendere la possibilità di una richiesta a una terza perdona di uccidere solo in base a un consenso e non alle condizioni in cui mi trovo. 

Ma come le pensano i giuristi? Ha degli evidenti dubbi il costituzionalista ed ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick che dice a Repubblica: "Non faccio previsioni sull'ammissibilità o meno di questo referendum perché non rientra nelle mie competenze, e per il rispetto che devo alla Corte, ma rilevo solo che c'è una contrapposizione estremamente negativa tra chi vuole eliminare le restrizioni che la Corte ha introdotto per le ipotesi di aiuto al suicidio e chi invece chiede di ritornare a un divieto totale di aiuto al suicidio. Con il referendum, a mio avviso, si apre la via a una facilitazione dell'eutanasia senza limiti tranne quello del consenso valido della persona. Perché le ipotesi di aiuto sono previste dalla Corte solo nei famosi quattro casi. E non basta semplicemente il valido consenso da parte di chi chiede a una terza persona di ucciderlo. Per intenderci, aiutare colui che vuole uccidersi rimane, anche per la Corte, un reato. Che non viene punito solo in certi casi particolarmente gravi. Invece il taglia e cuci proposto con il referendum all'articolo 579 esclude la possibilità di ricorrere ai paletti previsti dalla Corte. Il referendum propone in sostanza di sostituire i quattro paletti  con il solo consenso del paziente al suo omicidio da parte di un terzo. A meno di ricorrere a interpretazioni molto problematiche e discutibili di estensione di quei paletti anche per l'articolo 579". 

Non la pensa diversamente Nello Rossi, per anni pubblico ministero a Roma, oggi in pensione e direttore di Questione giustizia, la rivista giuridica online di Magistratura democratica, che ha appena riproposto tre articoli dedicati a un'analisi dettagliata dei referendum e delle conseguenze sul quadro giuridico qualora venissero approvati, e in particolare a quesito sull'omicidio del consenziente..  Come scrive lo stesso Rossi "l'orgogliosa riaffermazione del principio di piena disponibilità della propria vita e di un diritto a morire non può rispondere da sola alla reale aspettativa dei cittadini: ricevere dalle istituzioni un'effettiva e tempestiva assistenza medica che sollevi la libera e consapevole decisione di porre termine all'esistenza da un carico di sofferenze ulteriori rispetto a quelle derivanti da malattie inguaribili". Scrive ancora Rossi: "La lettura del quesito referendario e la constatazione dei suoi potenziali effetti rivela il solco profondo che esiste tra la rappresentazione mediatica dell'iniziativa e la sua effettiva portata, e dunque tra 'desiderio politico e razionalità sociale e giuridica". Alla fine la Consulta dovrà decidere se l'articolo tagliato "liberalizza" oltre misura l'aiuto al suicidio al punto da rendere la norma incostituzionale e quindi il quesito inammissibile.   

I referendum radical-leghisti sulla giustizia

Matteo Salvini e Giulia Bongiorno presentano i sei referendum condivisi con il Partito Radicale come la chiave di volta per cambiare la faccia della giustizia. Appena una settimana fa Salvini ne parlava così: "Se ci sarà l'ok della Corte costituzionale sui quesiti referendari si andrà a votare, credo in primavera. E sarà un banco di prova per una riforma della giustizia che ci porta sul modello occidentale con la responsabilità civile diretta dei magistrati e con la separazione delle carriere". La stessa Bongiorno, con Repubblica, ha parlato di referendum che possono garantire "il recupero di credibilità del sistema passando attraverso svolte coraggiose". 

Il quesito sulla separazione delle carriere è molto lungo e interviene su ben cinque differenti leggi, con l'obiettivo di cancellare del tutto la possibilità per i magistrati di passare dalla carriera di giudice a quella di pm e viceversa. Oggi questo è possibile per quattro volte, ma già con la prossima riforma del Csm della Guardasigilli Marta Cartabia, che interviene con emendamenti sul ddl del suo predecessore Alfonso Bonafede, il passaggio possibile diventa uno solo, mentre Bonafede ne prevedeva due. 

Sulla responsabilità civile "diretta" per i giudici, il referendum vuole cancellare l'attuale responsabilità civile "indiretta", in cui a pagare per eventuali errori giudiziari delle toghe è lo Stato, per addossarla economicamente sulle spalle del giudice che sbaglia. 

E' un tratto di penna invece il quesito referendario sulla legge Severino - approvata dal governo Monti, con la Guardasigilli Paola Severino e il ministro per la Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi - cioè sulle incandidabilità e decadenze degli esponenti politici impegnati nelle istituzioni. Il quesito però non vuole cancellare del tutto il decreto legislativo della ex ministra della Giustizia del 31 dicembre 2012. Via dunque l'incandidabilità e la decadenza per i parlamentari nazionali ed europei e per gli uomini di governo in caso di condanna a più di due anni. Ma via anche l'obbligatoria sospensione per gli amministratori locali anche di fronte alla sola condanna in primo grado.

  

In controtendenza con la linea leghista del "tutti in galera", sulla custodia cautelare qui prevale l'imprinting dei Radicali. Tant'è che il quesito limita la possibilità di ottenere la custodia cautelare ed elimina quella  per i delitti puniti nel massimo a 4 anni, e fino a 5 anni nel caso ci sia il ricorso al carcere. Niente custodia cautelare, guarda caso, anche per il delitto di finanziamento illecito dei partiti. 

Gli avvocati spuntano una vittoria per loro molto importante. Libertà di presenza, e anche di voto, nei consigli giudiziari per gli avvocati, che oggi godono del solo "diritto di tribuna" e quindi non possono intervenire e votare anche sulle valutazioni di professionalità dei magistrati in vista della loro carriera e dei futuri incarichi al Csm 

Infine viene presentata, come una proposta anti-decisamente correnti, il mini quesito sull'obbligo di raccogliere le firme per la norma della legge elettorale del Csm del 1958. L'incertezza che consente di presentare le candidature per diventare consigliere del Csm raccogliendo le firme dei colleghi da un minimo di 25 a un massimo di 50.

La cannabis in giardino

Infine l’ultimo referendum, quello sulla coltivazione della cannabis, depenalizzato ma solo a patto che la sostanza non sia destinata allo spaccio. Promosso dall’Associazione Coscioni, dai radicali e da Meglio legale, il quesito cancella il reato di coltivazione della cannabis, di conseguenza sopprime le pene detentive, da due a sei anni, ed elimina anche il ritiro della patente, ma ovviamente solo per chi coltiva le pianticelle. Se la Corte dovesse accettare i tre punti la conseguenza sarebbe quella che non ci saranno pene per chi coltiva la cannabis, mentre tutti gli spacciatori saranno sempre perseguibili.