Matteo e Tiziano Renzi, “Edipo a Rignano”: quando la corsa al potere tribalizza la famiglia
di Filippo Ceccarelli , di Filippo CeccarelliGià le famiglie sono un caos. All'interno di esse i rapporti tra padre e figlio possono degenerare in un coacervo di rancori e sensi di colpa. Se poi a tutto ciò si aggiungono le ambizioni, il potere, gli affari, il clima malsano della provincia e i processi di tribalizzazione in atto nel sistema politico, beh, le famiglie diventano il luogo della tragedia, come i classici greci insegnano, e come i leader di partito non possono permettersi di ammettere.
Già le famiglie sono un caos. All'interno di esse i rapporti tra padre e figlio possono degenerare in un coacervo di rancori e sensi di colpa. Se poi a tutto ciò si aggiungono le ambizioni, il potere, gli affari, il clima malsano della provincia e i processi di tribalizzazione in atto nel sistema politico, beh, le famiglie diventano il luogo della tragedia, come i classici greci insegnano, e come i leader di partito non possono permettersi di ammettere.
Ma siccome la politica è una roba atroce e selvaggia - come si dimentica troppo spesso sotto l'abbaglio delle telecamere e dei red carpet - non funziona così, che uno dica: "Non ce la faccio più". La politica esige sacrifici umani e debitamente famigliari, e fino a quando ci sarà babbo Renzi, quel signore un po' pasticcione con la barbetta caprina, e fino a quando Matteo figlio continuerà a stare da par suo nell'agone facendo e disfacendo governi, beh, nessuna pagina acquistata sui quotidiani servirà a interrompere il torneo delle perquisizioni, delle rivelazioni, delle intercettazioni, dei pizzini, delle imboscate giornalistiche per strada con crudeli ricadute nell'entertainment.
Tra le risorse d' "impiccioneria" che la scomparsa degli ideali e delle culture politiche hanno messo in campo, la psicanalisi, pure orecchiata, offre in questo caso una chiave d'interpretazione che con rispettosa ribalderia potrebbe richiamare un "Edipo a Rignano". In mancanza di vere competenze si dirà, con un eufemismo, che Renzi e il babbo non sono mai andati troppo d'accordo, il che a prendere sul serio il canone un tempo vincente della rottamazione appariva del tutto coerente. Ma poi il quadro è divenuto quello che qui s'indovina: un figlio lanciatissimo che si sta scavando la fossa e un padre che un po' vuol fargli capire che ci sa fare pure lui e un altro po' cerca di approfittare della situazione e combina un sacco di guai.
Chi, con scrupolo degno di miglior causa, ha passato i suoi anni ad appuntarsi parole e paroline, fatti e fattarelli di una politica sempre più incentrata sulle umane debolezze, colloca agevolmente quest'ultimissimo passaggio all'interno di un vasto, straziante, ma ormai tutt'altro che inedito processo di simmetrici risentimenti emersi nelle inchieste; per cui se babbo Tiziano parlava del Giglio tragico come di una Banda Bassotti, Matteo figlio già gli aveva detto che il vecchio giro paterno che andava a Medjugorje era "di merda" e quello nuovo, degli affari, lo faceva testualmente "vomitare".
In realtà, la pluri-esposizione dei panni sporchi non fa ridere, ma pensare, e anche sperare che passi presto. Quanto al fatto che tutto questo non si dovesse e non si debba sapere, può anche essere. Ma francamente è molto meglio ritrovarsi in quell'altra meraviglia che dice: chi è senza peccato scagli la prima pietra.