Ora Draghi vedrà di più i leader e i capigruppo. E Giorgetti: "Il governo non è bello se non è litigarello"
di Tommaso Ciriaco , di Tommaso Ciriaco«Ma stiamo scherzando?», chiedeva infuriato solo dodici ore prima Mario Draghi ai capidelegazione. Dodici ore dopo, è lui a scherzare in conferenza stampa, «avete visto quanto sono bravi i miei ministri?». Nuova virata, certo. Scelta però lucida, linea elaborata dopo la strigliata ai partiti: ho chiarito che la pazienza è finita, adesso tocca a loro dimostrare con i fatti di aver compreso. A sera – e dopo aver approvato una sorta di mini-manovra economica da otto miliardi di euro senza neanche un inciampo – l’ex banchiere può stilare un primo bilancio: sì, almeno per adesso hanno compreso. E no, non è finita qui, ma certo l’esecutivo non rinvierà più neanche un provvedimento. Nel mirino restano soprattutto gli strappi di Matteo Salvini e gli sgambetti di Giuseppe Conte. Il premier, però, concederà qualcosa per garantire la navigazione. Rafforzerà le consultazion…
«Ma stiamo scherzando?», chiedeva infuriato solo dodici ore prima Mario Draghi ai capidelegazione. Dodici ore dopo, è lui a scherzare in conferenza stampa, «avete visto quanto sono bravi i miei ministri?». Nuova virata, certo. Scelta però lucida, linea elaborata dopo la strigliata ai partiti: ho chiarito che la pazienza è finita, adesso tocca a loro dimostrare con i fatti di aver compreso. A sera – e dopo aver approvato una sorta di mini-manovra economica da otto miliardi di euro senza neanche un inciampo – l’ex banchiere può stilare un primo bilancio: sì, almeno per adesso hanno compreso. E no, non è finita qui, ma certo l’esecutivo non rinvierà più neanche un provvedimento. Nel mirino restano soprattutto gli strappi di Matteo Salvini e gli sgambetti di Giuseppe Conte. Il premier, però, concederà qualcosa per garantire la navigazione. Rafforzerà le consultazioni con i leader e i capigruppo. E le affiderà, in alcuni casi e se necessario, anche ai suoi migliori ambasciatori.
La cabina di regia delle 9.30 sembra un torneo di burraco: carta e penna alla mano, numeri su numeri, poche polemiche e clima collaborativo. Nel pomeriggio, nel consiglio dei ministri regna la pace. «Buongiorno a tutti – è l’esordio di Draghi – avete avuto modo di visionare il testo del provvedimento, cedo la parola al ministro Franco per illustrarlo». Nessun accenno ai problemi, neanche una frase smorzata sullo sfogo del giorno prima. I ministri si guardano un po’ stupiti, poi dibattono e approvano – anche con qualche asprezza, ma senza colpi sotto la cintura – il mega decreto. Il testo, tra l’altro, arriva ai responsabili dei dicasteri alcune ore prima della riunione di governo.
È un’altra concessione, richiesta in particolare dal 5S Stefano Patuanelli. «Giovedì Draghi era oggettivamente arrabbiato, ma dobbiamo ricordarci che siamo una Repubblica parlamentare - confida il ministro grillino - Non c’è stata una strigliata da parte del premier, ma una presa di coscienza che il governo è qui per fare le cose». Dell’evoluzione del metodo accennato dall’ex banchiere fa parte anche la moltiplicazione dei formati che puntano a dirimere i conflitti: accanto alla cabina di regia con i capidelegazione - che resterà in campo - sarà rafforzato il dialogo con i leader, i capigruppo di maggioranza e i presidenti di commissione. Ai primi penserà sempre Draghi, intensificando i colloqui bilaterali, come suggerito anche da Giancarlo Giorgetti. Gli altri, di certo sui provvedimenti più delicati, saranno ascoltati anche da due degli uomini con cui il premier lavora a stretto contatto a Palazzo Chigi: il sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli e il capo di gabinetto Antonio Funiciello.
Significa trattare con il Parlamento, dove il malcontento verso l’esecutivo resta forte. E tradurre in atti concreti l’invito del Capo dello Stato a rispettare il ruolo delle Camere, eliminando pretesti che possano giustificare trappole in Aula. Agguati, sia chiaro, che Draghi continua a considerare frutto di un preciso disegno politico, non certo questioni di merito o metodo.È una scelta obbligata, perché il clima ai vertici delle segreterie non è dei migliori. Basta leggere l’ultima riga del comunicato con cui Forza Italia plaude al decreto. «Le Camere hanno il diritto e dovere di lavorare, quando serve e quando ritengono, per correggere o migliorare provvedimenti scritti in cdm: non deve essere considerata lesa maestà».
Ma l’allerta è soprattutto per la Lega. Giorgetti siede forse sulla poltrona più scomoda del consiglio dei ministri. È lui a dover resistere agli assalti di Salvini. A dover scrivere buona parte di un decreto che il suo leader, a conferenza stampa appena iniziata, promuove con riserva: «Sull’energia - è la sfida del segretario - serviranno altri provvedimenti. La preoccupazione sul caro-bollette è ormai condivisa da tutti i partiti e dovrebbe favorire interventi ancora più incisivi».
La verità è che anche Palazzo Chigi gradisce poco l’imprevedibilità di Salvini, figlia di una sofferenza palese verso la concorrenza di Giorgia Meloni. «La Lega potrebbe far cadere il governo», si sgola da giorni il ministro dem Andrea Orlando. L’avvicinarsi della campagna delle amministrative non farà che rafforzare la “Lega di piazza” a scapito di quella “di governo”. Non a caso, quando i cronisti gli domandano di Salvini, il numero due del Carroccio non è tenero: «La politica è l’arte di rendere possibile ciò che è desiderabile. Il mio segretario esprime un desiderio. Io cerco di interpretarlo e renderlo possibile al governo». Diplomazia, ma anche rivendicazione della fatica del compromesso.
Mentre parla in conferenza stampa, Giorgetti è seduto accanto al premier. Sulla cartellina della presidenza del Consiglio che tiene davanti a sé - e che dimenticherà sul tavolone - scrive a penna anche una riflessione più amara. Sul foglio bianco c’è uno scarabocchio, un appunto sui “microprocessori” e la risposta sul “rendere possibile ciò che è desiderabile”, che poi pronuncerà in pubblico. E c’è anche una frase che invece ometterà davanti alle telecamere: “Il governo non è bello se non è litigarello”. Difficile, almeno su questo, che abbia strappato un sorriso a Draghi.