Lega, nostalgia e veleni: così la Lega scricchiola nella sua culla
di Emanuele Lauria , Matteo Pucciarelli , di Emanuele Lauria, Matteo PucciarelliNel suo studio assolato al 19esimo piano del Pirellone, il consigliere regionale Roberto Mura accarezza timori e rimpianti. Espone i cimeli di una vita nella Lega, le foto con l’Umberto, i raduni di Pontida, il resoconto della seduta del Senato che il 29 aprile 2009 votò la delega per il federalismo fiscale («Poi sparito dai radar»), una locandina della Padania di cui era direttore generale su mandato di Giancarlo Giorgetti. “Il coronamento di un sogno”, era il titolo. «Cosa ne resta? Non mi faccia questa domanda, la prego. Forse bisognerebbe ritrovare lo spirito di allora. Io ci vorrei provare», dice Mura, uno di quelli che in questo periodo di commissariamenti e censure stanno con un piede dentro e uno fuori dal partito. Perché il caso Veneto, il giudizio imbastito ai “dissidenti” anti-salviniani, non è il solo.
Nel suo studio assolato al 19esimo piano del Pirellone, il consigliere regionale Roberto Mura accarezza timori e rimpianti. Espone i cimeli di una vita nella Lega, le foto con l’Umberto, i raduni di Pontida, il resoconto della seduta del Senato che il 29 aprile 2009 votò la delega per il federalismo fiscale («Poi sparito dai radar»), una locandina della Padania di cui era direttore generale su mandato di Giancarlo Giorgetti. “Il coronamento di un sogno”, era il titolo. «Cosa ne resta? Non mi faccia questa domanda, la prego. Forse bisognerebbe ritrovare lo spirito di allora. Io ci vorrei provare», dice Mura, uno di quelli che in questo periodo di commissariamenti e censure stanno con un piede dentro e uno fuori dal partito. Perché il caso Veneto, il giudizio imbastito ai “dissidenti” anti-salviniani, non è il solo.
E se ti sposti dai Colli euganei alla Milano dei grattacieli o nella Lombardia delle valli, ti imbatti in un altro processo, ben più corposo: sei fra sindaci e amministratori già fatti fuori, altri sei provvedimenti in arrivo. Il commissario regionale Fabrizio Cecchetti ha chiesto dieci mesi di sospensione, fra gli altri, per Mura e per Angelo Ciocca, europarlamentare approdato a Bruxelles con 90 mila preferenze, uno che conta. Tutti rei di avere appoggiato, alle ultime provinciali di Pavia, un candidato diverso da quello ufficiale. «Ma il partito — spiega Mura — ha indicato un nome senza l’avallo di 12 dei 18 sindaci del territorio. È normale?». Una vicenda che, lateralmente, è costata un invito in procura prima di Natale anche al sindaco di Pavia Fabrizio Fracassi, “minacciato” dai vertici locali del partito. Il punto è che si tratta dell’ennesima vicenda che contrappone il territorio ai dirigenti che, a ogni livello, non sono stati eletti ma designati direttamente da Matteo Salvini. Intanto Mura, nell’eventualità di una condanna, si sta già guardando intorno, non esclude la costituzione di un nuovo gruppo: ne ha già parlato con diversi consiglieri fra cui Andrea Monti (figlio dell’ex senatore Cesarino, il quale nel 2012 sfidò Salvini per la segreteria lombarda). Monti, dopo la diffusione della notizia, fa sapere di non essere interessato al progetto.
Ma la Lega è oggi un silenzioso concentrato di malessere e nostalgie. I sondaggi in picchiata da oltre due anni a questa parte e l’assenza di congressi sono un cocktail che non genera ancora un dissenso organizzato, ma focolai locali sempre più numerosi. Rivivono vecchie sigle, antiche correnti di pensiero. A Milano l’ultimo segretario eletto è stato Davide Boni, già vicepresidente del Consiglio regionale: ha chiuso il suo mandato nel 2017. Oggi Boni, come molti leghisti rimasti legati al verde indipendentista e federalista, è transitato in “Grande Nord”. Un nome che è possibile leggere qua e là per i viadotti della Lombardia, scritto con le cubitali pennellate che una volta erano la formidabile azione di propaganda della Lega bossiana.
«Diciamo che siamo in fase di acquisizione — racconta Boni — chi ha vissuto il periodo epico di Bossi in questo partito non ci si ritrova più, non solo manca il vecchio ideale ma c’è anche una corte di miracolati da Salvini che tiene in pugno la Lega. Da statuto ricordo che entro sei mesi da una scadenza di mandato o dimissione si sarebbe dovuti andare a congresso, a Milano sono passati quasi cinque anni...». L’ex ministro Francesco Speroni invece è rimasto nella Lega 2.0, vive e milita nella sua Busto Arsizio e non è un anti-salviniano. Ammette, però, che «siamo fermi e non si capisce bene perché, le assemblee di condominio si fanno normalmente. Salvini si appella continuamente al popolo, penso a maggior ragione che anche la democrazia interna sia importante».
Il confronto interno è richiesto per provare a modificare la linea politica; un altro ex ministro, Roberto Castelli, con altri leghisti ha fondato l’associazione Autonomia e Libertà. Furono loro ad organizzare un piccolo raduno in collegamento con Gemonio per festeggiare gli 80 anni di Bossi (occasione dimenticata dagli attuali vertici che se accorsero all’ultimo): l’obiettivo è ricreare una massa critica che riporti la Lega su posizioni settentrionaliste. Castelli non attacca il segretario, ma nei suoi interventi pubblici parla ancora di “padani”, ricorda i 5 milioni di voti per l’autonomia nei referendum in Lombardia e Veneto del 2017, «quello fu un bagno di democrazia, una volontà — ragiona — impossibile da ignorare». Solo che nel frattempo i colonnelli di Salvini hanno definitivamente spodestato la vecchia guardia e sono entrate facce nuove. Mentre la rigida disciplina interna, a seguito dell’elezione di Sergio Mattarella, dà segni di cedimento.
«Dopo quest’ennesimo grande successo politico non è l’ora di mettere la parola fine?», ha scritto via social Carlo Piatti, ex segretario di Varese. Assieme a un altro vecchio militante di queste parti, Fabio Sandroni, sta radunando gli scontenti. Si sono rimessi al lavoro con più forza vecchi indipendentisti come Roberto Stefanazzi, segretario dell’associazione Gilberto Oneto e Giuseppe Leoni, che nell’87 sbarcò in Parlamento assieme a Bossi e che l’anno scorso ha fondato il movimento Federalismo sì. Ci sono sindaci in provincia di Mantova che non hanno mai voluto la tessera della Lega per Salvini premier e una pletora di amministratori, fra la bergamasca e la zona di Cremona che spingono per riportare il simbolo della Lega Nord nei Consigli comunali.
Non è solo folclore, anche diversi parlamentari di primo piano, sotto la garanzia dell’anonimato, esprimono il proprio dissenso: «La scusa del Covid per rimandare il confronto non regge più. La verità — dice un deputato lumbard — è che si vuole spostare tutto in avanti, non fare un chiarimento prima delle Politiche. Non c’è malessere, c’è proprio rassegnazione. L’encefalogramma è piatto nel territorio». E un senatore non di primo pelo allarga il concetto: «È incomprensibile parlare di adesione della Lega a un partito repubblicano e non pensare di sottoporre questa mozione a un confronto assembleare ampio. E intanto i militanti restano allibiti nel sentire il grido d’allarme sui fondi del Pnrr che finiscono al Sud giungere non dalla Lega ma da un sindaco del Pd…». Sotto una coltre di riserbo, un gruppo di militanti sta preparando un ricorso in tribunale per ottenere la convocazione di un congresso non per via politica, ma legale, vista l’inadempienza statutaria.
Poi si avvicinano Politiche e Regionali: un doppio appuntamento al quale Salvini lega il suo futuro, tra varie incertezze. Non solo per i dubbi sul candidato governatore (Attilio Fontana si è preso un mese per riflettere sul bis) ma anche per la pressione di parlamentari e consiglieri uscenti: le proiezioni dicono che, un po’ per il taglio degli eletti e un po’ per il calo dei consensi, nel 2023 almeno un terzo di loro rischia di restare a casa. Al Pirellone da tempo si parla di uno scouting in corso della vicepresidente Letizia Moratti per creare un proprio gruppo in Consiglio e tra quelli in bilico, indecisi se accettare, ci sono anche un paio di leghisti. In questo clima, diversi uscenti senza ruoli di partito hanno preso a sventolare la norma dello statuto della Lega che impedirebbe la candidatura di un responsabile territoriale. L’ultimo attacco ai colonnelli di Salvini, nella battaglia sotterranea che infiamma il Carroccio.