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Ergastolo ostativo, l'ex Pd Fassone: "Dalla riforma troppi requisiti, così diventa inesaudibile”

L'ex senatore del Pd, Elvio Fassone 
L'ex presidente della Corte di Appello di Torino, nonché autore del libro "Fine pena: ora", valuta il testo della commissione Giustizia che oggi va in aula alla Camera. "Il Parlamento ha fatto a gara con l'ordinanza della Consulta"
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"Una rete così fitta di requisiti da diventare in pratica inesaudibile". È questo il giudizio, in estrema sintesi, che Elvio Fassone dà della nuova versione dell'ergastolo ostativo che oggi va in aula alla Camera per la discussione generale. Il 15 aprile dell'anno scorso, a commento della decisione della Corte costituzionale che dava un anno di tempo al Parlamento per cambiare le disposizioni sull'ergastolo ostativo, Repubblica aveva chiamato Elvio Fassone considerandolo il giudice "giusto" per commentarla. Non solo perché ha scritto il volume "Fine pena: ora" per Sellerio nel 2015, dove ha raccontato la sua esperienza con l'ergastolano "Salvatore", un nome di fantasia, a cui, da presidente della Corte di appello di Torino aveva comminato la pena perpetua e con cui poi è rimasto in contatto epistolare per anni. Ma anche perché, prima da magistrato e poi da senatore del Pd, Fassone ha spes…

"Una rete così fitta di requisiti da diventare in pratica inesaudibile". È questo il giudizio, in estrema sintesi, che Elvio Fassone dà della nuova versione dell'ergastolo ostativo che oggi va in aula alla Camera per la discussione generale. Il 15 aprile dell'anno scorso, a commento della decisione della Corte costituzionale che dava un anno di tempo al Parlamento per cambiare le disposizioni sull'ergastolo ostativo, Repubblica aveva chiamato Elvio Fassone considerandolo il giudice "giusto" per commentarla. Non solo perché ha scritto il volume "Fine pena: ora" per Sellerio nel 2015, dove ha raccontato la sua esperienza con l'ergastolano "Salvatore", un nome di fantasia, a cui, da presidente della Corte di appello di Torino aveva comminato la pena perpetua e con cui poi è rimasto in contatto epistolare per anni. Ma anche perché, prima da magistrato e poi da senatore del Pd, Fassone ha speso una vita proprio sul valore della pena. Adesso, un anno dopo, eccoci al tentativo della commissione Giustizia della Camera di presentare un "nuovo" ergastolo ostativo, possibile la liberazione condizionale, ma con una serie molto stretta di paletti.

Lei ha letto il testo uscito dalla commissione Giustizia della Camera che riscrive l'ergastolo ostativo? Che ne pensa?
"Un errore ne genera fatalmente un altro. L'ordinanza della Corte costituzionale dell'anno scorso ha una struttura che rivela chiaramente che doveva trattarsi di una sentenza di accoglimento. L'ordinanza deve essere succintamente motivata, e questa invece impiega una quarantina di pagine per illustrare i motivi, in larga parte su un tema divenuto estraneo, come la presunzione assoluta di pericolosità dell'imputato. Era inevitabile che il Parlamento, nell'assolvere il compito, facesse a gara con l'ordinanza della Corte nel disegnare una rete così fitta di requisiti da diventare in pratica inesaudibile. Il tutto sempre con il richiedente che, in ipotesi meritevole del beneficio, attende in vinculis che il giudice completi la sua raccolta di prove".

Nel merito, la mette in allarme quel passaggio della legge in cui si dice che l'ergastolano, per accedere alla liberazione condizionale, deve dimostrare di non avere più contatti con la mafia "anche indiretti o tramite terzi, tenuto conto delle circostanze personali e ambientali, delle ragioni eventualmente dedotte a sostegno della mancata collaborazione"?
"A ben guardare, tutte le differenze tra la sentenza del 2019 sui permessi premio, e l'ordinanza dalla quale prende le mosse il testo della Camera, si risolvono nella sostituzione di un aggettivo con il suo sinonimo. Là era da dimostrare "il pericolo del ripristino" di tali collegamenti con la criminalità organizzata, nell'ordinanza della Corte che ha sospeso il processo si richiede una serie così minuziosa di requisiti che, tra l'altro, si muove contro il principio della corretta distribuzione dell'onere della prova, secondo cui è l'accusa, e non la difesa, che deve farsi carico di provare gli elementi che ostano alla concessione del beneficio".

Ritiene che chiedere "verifiche sulla sua famiglia, fare accertamenti sui suoi redditi e sulla situazione patrimoniale, sul tenore di vita, sulle attività economiche eventualmente svolte e anche sulla pendenza di misure di prevenzione personali o patrimoniali" sia eccessivo?
"Senza dubbio. Accertamenti del genere su gente che è in carcere da più di 30 anni possono produrre una sorta di prova diabolica impossibile. Occorre confidare nella saggezza dei magistrati di sorveglianza".

Insomma, lei ritiene che i requisiti richiesti siano troppo stringenti?
"Una serie così minuziosa si muove contro il principio della corretta distribuzione dell'onere della prova, secondo cui è l'accusa, e non la difesa, che deve farsi carico di provare gli elementi che ostano alla concessione del beneficio stesso".

L'inasprimento della pena, 30 anni da scontare effettivamente anziché 26, la vede come una misura penalizzante?
"L'inasprimento delle pene non era affatto richiesto dalla Corte, ma rientra nella potestà del Parlamento regolare come meglio ritiene la materia. Ciò non toglie che l'aggravamento delle sanzioni penali, così come viene previsto, potrà comportare un trattamento più pesante per i detenuti che saranno giudicati dopo l'entrata in vigore della legge e coloro che invece sono già stati giudicati prima, e quindi una disparità di trattamento non facilmente giustificabile".

Per la sua esperienza, e per l'attenzione che la Consulta ha dedicato in questi ultimi anni al carcere, pensa che una buona legge sull'ergastolo alla fine potrebbe uscire più semplicemente dalla stessa Consulta che non dal Parlamento?
"La Corte aveva esordito molto bene con la sentenza sui permessi premio. Pochi concetti chiari, come l'inaccettabilità della presunzione assoluta di pericolosità e l'affidamento del giudizio alla saggezza dei giudici. Non risulta che vi siano stati dei cattivi usi del potere discrezionale, anzi i provvedimenti sono stati prudenti ed attenti. Con la liberazione condizionale sembrava tracciata la strada, cioè la cancellazione della presunzione assoluta di pericolosità e in compenso una maggior attenzione alla pericolosità stessa, che deve essere valutata non per pochi giorni ma per sempre. Non è escluso che la parola, a questo punto, possa tornare alla Corte".